Lo spettacolo di Eta Carinae nell’ultravioletto

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03 luglio 2019

L’immagine di Beta Carinae catturata da Hubble (NASA, ESA, N. Smith/University of Arizona, Tucson, J. Morse/BoldlyGo Institute, New York) 

Il telescopio spaziale Hubble dell’ESA/NASA ha raccolto nuove immagini dei materiali espulsi dal sistema stellare doppio più di 150 anni fa, rivelando preziose informazioni sull’evento, noto come Grande Eruzione

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Centocinquant’anni di fuochi d’artificio cosmici. Le nuove immagini raccolte dal telescopio spaziale Hubble dell’ESA/NASA anche nello spettro ultravioletto mostrano con eccezionale accuratezza gli esiti dell’esplosione, avvenuta nel 1838 e poi ancora nel 1844, della stella Eta Carinae, un sistema stellare doppio distante da noi 7500 anni luce. Le riprese hanno catturato i gas che continuano a espandersi verso l’esterno, producendo spettacolari bagliori rossi bianchi e blu, che col tempo vanno attenuandosi.

L’esplosione della metà dell’Ottocento, chiamata anche Grande Eruzione, è stato solo uno degli eventi di espulsione di materia nello spazio dalla stella più grande e massiccia del sistema Eta Carinae, prossima alla fine del suo ciclo vitale. Osservando il cielo in direzione del sistema è possibile distinguere chiaramente l’impronta della Grande Eruzione: gas e polveri proiettati nello spazio dall’esplosione costituiscono una nube dalla caratteristica forma a due lobi conosciuta come Nebulosa dell’Omuncolo.

Hubble ha documentato questi eventi eruttivi e la loro evoluzione nell’arco di 25 anni, ma queste ultime immagini dalla Wide Field Camera 3 hanno una risoluzione senza precedenti e catturano la radiazione nella porzione ultravioletta dello spettro, che consente in particolare di seguire l’evoluzione del magnesio incandescente.

Le osservazioni mostrano una grande quantità di gas caldo espulso nella Grande Eruzione che non è ancora entrato in collisione con l’altro materiale che circonda Eta Carinae. La maggior parte dell’emissione si trova dove ci si aspettava di trovare uno spazio vuoto: questo materiale extra si muove rapidamente e aumenta l’energia totale di un’esplosione stellare già di per sé molto potente. I dati raccolti, sottolineano gli autori, sono importanti per capire come è iniziata l’eruzione, perché rappresentano i getti di materiale più rapidi ed energetici proiettati nello spazio dalla stella poco prima dell’espulsione del resto della nebulosa.

“Avevamo usato Hubble per decenni per studiare Eta Carinae nella luce visibile e all’infrarosso, e pensavamo di avere un resoconto abbastanza completo dei suoi detriti espulsi, ma questa nuova immagine a luce ultravioletta sembra gas che non avevamo visto nelle immagini a luce visibile o infrarosse”, ha spiegato Nathan Smith dello Steward Observatory dell’Università dell’Arizona, a capo del programma di osservazioni di Hubble. “Siamo entusiasti della prospettiva che questo tipo di emissione del magnesio nell’ultravioletto possa evidenziare gas precedentemente nascosto anche in altri tipi di oggetti che espellono materiale, come protostelle o altre stelle morenti, e solo Hubble può ottenere questo tipo di immagini”.

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Un ponte di segnali radio nello spazio intergalattico

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07 giugno 2019

Una ricerca internazionale coordinata dall’Istituto nazionale di astrofisica (INAF) ha rilevato per la prima volta un’emissione radio da un filamento che unisce due ammassi di galassie in fase di fusione

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Nell’universo considerato alla scala più ampia, la materia non è distribuita uniformemente. Occupa una vasta struttura chiamata rangnatela cosmica (cosmic web) formata da tenui filamenti di gas. E dove i filamenti s’intersecano sono presenti gli ammassi di galassie, le più ampie strutture legate gravitazionalmente dell’universo, che contengono di tutto: da centinaia o migliaia di galassie a enormi quantità di altro gas e materia oscura.

Ora, per la prima volta, le osservazioni hanno dimostrato che questi filamenti, rarefatti e per questo difficili da osservare, sono pervasi da campi elettrici e magnetici, segnalati da un’emissione radio a bassa frequenza. Lo annuncia su “Science” un gruppo internazionale di ricercatori, coordinati da  Federica Govoni dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) di Cagliari e colleghi dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Bologna e della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Il risultato è arrivato grazie al radiotelescopio Low-Frequency Array (LOFAR), progettato espressamente per scrutare il cielo alle basse frequenze radio (tra 10 e 240 MHz). Lo strumento è stato puntato verso la regione di spazio che separa Abell 0399 e Abell 0401, due ammassi di galassie distanti da noi circa un miliardo di anni luce, in procinto di fondersi. La scelta è caduta su questi due ammassi perché una precedente ricerca di Govoni e colleghi aveva mostrato che entrambi hanno un alone di emissione radio, indicativo della presenza di un campo magnetico, amplificato probabilmente dal processo di inglobamento e fusione di strutture più piccole.

Immagine composita degli ammassi di galassie Abell 0399 e Abel 0401. Il sistema si trova a circa un miliardo di anni luce dalla Terra, mentre i due ammassi distano tra loro circa 10 milioni di anni luce, in proiezione. I nuclei dei due ammassi sono permeati da plasma ad alte temperature, che emette raggi X (in rosso). L’immagine nelle onde radio a bassa frequenza (in blu) rivela diverse sorgenti discrete associate a singole galassie e due diffusi aloni nei centri dei due ammassi. Un ponte di emissioni radio è visibile lungo i filamenti che collegano Abell 0399 e Abel 0401, rivelando la presenza di un vasto campo magnetico illuminato da una popolazione di elettroni ad alta energia (DSS e Pan-STARRS1 (ottico), XMM-Newton(raggi X), PLANCK satellite (parametro y), F.Govoni, M.Murgia, INAF)

“Più di recente il satellite Planck ha mostrato che i due sistemi sono connessi da un tenue filamento di materia: la presenza di questo filamento ha stimolato la nostra curiosità e ci ha spinti ad investigare se il campo magnetico potesse estendersi anche oltre il centro degli ammassi, permeando il filamento di materia che li connette”, ha commentato Govoni. “Con grande soddisfazione, l’immagine ottenuta con il radiotelescopio LOFAR ha confermato questa nostra intuizione, mostrando quella che può essere definita una sorta di ‘aurora’ su scale cosmiche”.

Le ipotesi degi autori sul possibile fenomeno all’origine del segnale radio puntano al meccanismo di sincrotrone: a produrlo sono gli elettroni che si muovono all’interno di un campo magnetico a velocità prossime alla velocità della luce. Questa conclusione sembra la più logica, ma costringe a rivedere almeno in parte il modello dei processi astrofisici che coinvolgono gli elettroni.

““Tipicamente osserviamo questo meccanismo di emissione in azione in singole galassie e persino in ammassidi galassie, ma mai fino ad ora era stata osservata una emissione radio connettere due di questi sistemi“, ha concluso Matteo Murgia primo ricercatore INAF. “Comprendere la natura di questa sorgente radio è una vera e propria sfida visto che gli elettroni, durante il loro tempo di vita radiativo, riescono a percorrere un tratto di spazio molto minore dell’estensione dell’intera sorgente. Deve quindi esistere un qualche meccanismo responsabile della loro accelerazione che opera lungo tutto il filamento”. (red)

Il collasso diretto dei buchi neri supermassicci

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02 luglio 2019

(Scott Woods, Western University) 

Questi oggetti estremi del cosmo erano presenti già nell’epoca primordiale dell’universo: per spiegarne l’origine, un nuovo modello prevede che si siano formati con un processo molto rapido, e non dal collasso di stelle

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Non c’è bisogno di una stella che collassa per avere un buco nero supermassiccio. E questo spiega perché questo tipo di oggetti potevano essere presenti anche nell’epoca primordiale dell’universo. Lo afferma un nuovo studio pubblicato sulle “Astrophysical Journal Letters” da Shantanu Basu e Arpan Das della University of Western Ontario, in Canada.

I buchi neri supermassicci sono una tipologia di buchi neri caratterizzata da una massa molto elevata, che arriva a milioni o miliardi di volte la massa del Sole. Malgrado le loro caratteristiche estreme però non sono oggetti rari: si stima che ogni galassia o quasi ospiti nel proprio nucleo un buco nero supermassiccio.

Sulla loro origine non c’è accordo tra gli astrofisici. Una prima ipotesi è che derivino dall’accrescimento di buchi neri di dimensioni normali, che a loro volta sono l’esito ultimo del collasso di stelle giunte al termine del loro ciclo vitale. Quando infatti le reazioni di fusione nucleare all’interno della stella hanno trasformato quasi tutto l’idrogeno in elio, la pressione di radiazione verso l’esterno non è più in grado di contrastare la forza gravitazionale che agisce in senso opposto, e tutta la massa tende a concentrarsi nel nucleo.

Altre ipotesi prevedono invece che i buchi neri supermassicci si formino in seguito al collasso di particolari tipologie di stelle o di ammassi stellari.

Nell’ultimo decennio il panorama delle conoscenze su questo argomento si è arricchito di numerose osservazioni di buchi neri supermassicci estremamente lontani, che ci appaiono quindi com’erano poche centinaia di milioni di anni dopo l’origine dell’universo. Ciò depone a favore di una formazione molto rapida e diretta di questi oggetti.

Tenuto conto di questi dati, Basu e Das propongono ora nuovo modello di formazione dei buchi neri supermassicci basato su un’idea di base molto semplice: la loro origine è un collasso molto rapido.

“I buchi neri supermassicci hanno avuto solo un periodo di tempo breve per formarsi e crescere, e a un certo punto la loro produzione nell’universo è cessata”, ha spiegato Basu. “È questo lo scenario del collasso diretto”.

Le simulazioni al computer dei due autori mostrano che le osservazioni e i dati sperimentali dei buchi neri supermassicci già presenti in un’epoca primordiale dell’universo sono compatibili con un accrescimento esponenziale del buco nero, che inizia la sua vita con una massa compresa tra 10.000 e 100.000 masse solari. (red)

Quel disco che non t’aspetti attorno al buco nero

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11 luglio 2019

Comunicato stampa

Fonte: Inaf/Asi

Rappresentazione artistica del tenue disco di materia attorno al buco nero supermassiccio al centro della galassia NGC 3147 Crediti: ESA/Hubble/M. Kornmesser 

Un tenue disco di materia attorno al buco nero supermassiccio della galassia Ngc 3147 è stato scoperto da Stefano Bianchi della Università Roma Tre insieme, tra gli altri, a colleghi dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e dell’Agenzia Spaziale Italiana, grazie alle osservazioni del telescopio spaziale Hubble

In questo articolo parliamo di:

Un tenue disco di materia è stato individuato dove non avrebbe dovuto esserci, ovvero attorno al buco nero supermassiccio nel centro della poco luminosa galassia NGC 3147, distante 130 milioni di anni luce da noi. A scoprirlo è stato un team internazionale di ricercatori guidato da Stefano Bianchi, dell’Università degli Studi Roma Tre e a cui hanno partecipato anche colleghe e colleghi dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), grazie alle riprese del telescopio spaziale Hubble di NASA ed ESA. Il lavoro che descrive la scoperta viene pubblicato oggi sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

La scoperta di un disco di materia attorno al buco nero centrale di una galassia a bassa luminosità come NGC 3147 ha sorpreso gli astronomi. I buchi neri in certi tipi di galassie come NGC 3147 sono infatti considerati “affamati”, in quanto attorno a loro non vi è sufficiente materiale catturato gravitazionalmente che possano ingurgitare e grazie al quale sono in grado di emettere enormi quantità di energia, sotto forma di getti e radiazione elettromagnetica, come la luce, ma anche più energetica, fino ai raggi X e gamma. La tenue struttura individuata nel cuore della galassia NGC 3147, che può essere considerata a tutti gli effetti una copia sbiadita dei luminosi dischi attorno ai buchi neri centrali delle galassie attive, è una novità assoluta per chi studia questi oggetti celesti estremi.

“Questo è il primo, affascinante sguardo che abbiamo ottenuto di un disco così debole, tanto vicino al buco nero che le velocità della materia che lo compone e l’eccezionale forza di attrazione gravitazionale del buco nero che orbita influenzano notevolmente il modo in cui vediamo la luce emessa da questo sistema finora unico nel suo genere” dice Stefano Bianchi, che è anche ricercatore associato all’INAF.

Osservare e misurare gli effetti estremi legati all’interazione tra materia, radiazione elettromagnetica e gravità nel cuore di NGC 3147 è di estremo interesse per testare le teorie della relatività di Albert Einstein, come conferma Marco Chiaberge, In forza all’STScI e alla Johns Hopkins University, anche lui nel team che ha realizzato la scoperta: “non avevamo mai visto gli effetti della Relatività generale e speciale sulla luce visibile con un’accuratezza simile”.

I dati raccolti dallo strumento STIS (Space Telescope Imaging Spectrograph) di Hubble hanno permesso di raccogliere preziose informazioni sulla velocità con cui ruota la materia del disco attorno al buco nero, pari a oltre il 10 per cento di quella della luce. Con questi valori così estremi, il gas sembra risultare più brillante mentre si sposta verso la Terra e al contrario perde luminosità mentre si allontana da noi. Questo effetto è noto come Doppler boosting o relativistic beaming. Le osservazioni di Hubble mostrano inoltre che la materia del disco è così profondamente dominata dalla forza di gravità del buco nero, la cui massa stimata è di 250 milioni di volte quella del Sole, che anche la luce prodotta dal gas che lo compone fa fatica a sfuggirgli, e ci arriva con lunghezze d’onda grandi e ci appare più arrossata. “Grazie agli effetti di distorsione della luce proveniente dal disco di gas siamo riusciti a misurare la sua distanza dal buco nero, che corrisponde a 30 miliardi di km, pari a circa 6 volte la distanza tra il Sole e Nettuno” aggiunge Andrea Marinucci, ricercatore dell’ASI, che ha partecipato allo studio.

Il team ha deciso di studiare in dettaglio il cuore della galassia NGC 3147 proprio per verificare gli attuali modelli teorici che descrivono le proprietà delle galassie attive con bassa luminosità, ovvero quelle che ospitano nel loro centro buchi neri di grande massa ma “affamati”. Questi modelli suggeriscono che i dischi di materiale dovrebbero formarsi quando grandi quantità di gas vengono catturate dalla formidabile attrazione gravitazionale prodotta da un buco nero supermassiccio, emettendo così una enorme quantità di luce, come un potentissimo faro: quello che gli astronomi chiamano quasar.

“Il tipo di disco che vediamo è un quasar ridimensionato che non ci aspettavamo potesse esistere”, sottolinea Alessandro Capetti dell’INAF a Torino, anch’egli nel team di Bianchi. “È lo stesso tipo di disco che vediamo negli oggetti che sono 1000 o anche 100.000 volte più luminosi. È quindi evidente che le previsioni degli attuali modelli per galassie attive molto deboli in questo caso falliscono”.

La scoperta viene pubblicata oggi sulla rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” nell’articolo HST unveils a compact mildly relativistic Broad Line Region in the candidate true type 2 NGC 3147 di Stefano Bianchi, Robert Antonucci, Alessandro Capetti, Marco Chiaberge, Ari Laor, Loredana Bassani, Francisco J. Carrera, Fabio La Franca, Andrea Marinucci, Giorgio Matt, Riccardo Middei, Francesca Panessa

Lo spazio di ieri, oggi e domani

Astrofisica/Astrophysics, Astronomia/Astronomy, Pianeti del Sistema Solare/Planets of the Solar System, Sonde Interplanetarie/Interplanetary Probes

03 luglio 2019

Dal 29 giugno, “L’avventura dell’uomo nello spazio”, una collana in otto volumi con uscita settimanale, a richiesta con la rivista o altre testate GEDINe abbiamo fatta di strada da quel 20 luglio 1969. A voler essere epici, si potrebbe dire che quella prima impronta di un essere umano lasciata sulla Luna rappresenta nella storia della nostra specie qualcosa di simile alla prima uscita dei nostri antenati dal continente africano, la culla dell’umanità, avvenuta circa 70.000 anni fa. Da quel momento in poi abbiamo colonizzato ogni continente della Terra, oggi cerchiamo di spingerci sempre più in profondità nello spazio.

Abbiamo costruito una gigantesca casa comune in orbita attorno alla Terra: la Stazione spaziale internazionale. Le sonde robotiche hanno già raggiunto tutti i pianeti del sistema solare, alcune loro lune, asteroidi e una cometa. Le missioni umane invece si sono fermate alla Luna, dove è dal 1972 che non mettiamo più piede.

Nel frattempo sono comparsi nuovi protagonisti e obiettivi in quella che sembra essere una nuova corsa allo spazio. Oltre a Stati Uniti e Russia, erede dell’ex Unione Sovietica, oggi Europa, Cina, Giappone e India hanno un ruolo di primaria importanza nella nuova frontiera dell’umanità, che inizia a essere frequentata anche da numerose società private. E la colonizzazione di Marte è un traguardo tra i più citati e controversi.

Per capire che cosa potrebbe riservarci il futuro e ripercorrere gli eventi che hanno segnato la nostra storia oltre le colonne d’Ercole dell’atmosfera terrestre, tra cui l’impresa di cinquant’anni fa dell’Apollo 11, a partire dal 29 giugno pubblichiamo L’avventura dell’uomo nello spazio. Dalla Luna a Marte, una collana in otto volumi con uscita settimanale, che include anche il racconto dei protagonisti di oggi dell’avventura spaziale. È possibile acquistare ciascun volume con «Le Scienze» o altre testate del gruppo GEDI, a 9,90 euro oltre il prezzo della rivista o della testata. Buona esplorazione!

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Piano dell’opera

29 giugno              L’allunaggio – La missione Apollo11
6 luglio                  2024 – Ritorno sulla Luna
13 luglio                Il programma Apollo – La corsa allo spazio
20 luglio                Lo Space Shuttle – La navicella delle stelle
27 luglio                La Stazione spaziale internazionale La vita in orbita
3 agosto               Marte – Una nuova sfida
10 agosto             Il futuro dello spazio – Asteroidi e space economy
17 agosto             L’inizio dell’avventura spaziale – Le prime missioni

La rinascita del tempo

Astrofisica/Astrophysics, Astronomia/Astronomy

03 luglio 2019

A richiesta con «Le Scienze» di luglio il libro di Lee Smolin

A volte un attimo può durare un’eternità, ma è vero anche il contrario. Ogni persona ha una propria idea dello scorrere del tempo, che dipende dai contesti, dalle esperienze, dallo stato d’animo. Ma se c’è una caratteristica del tempo che mette tutti d’accordo è la sua esistenza.
C’è solo un problema: per molti fisici il tempo non esiste, ma sarebbe una proprietà emergente, ovvero emergerebbe da elementi di base della realtà, qualunque essi siano.
Certo, oggi i ricercatori sono in grado di costruire orologi così precisi che per rimettere a posto le loro lancette atomiche bisognerebbe attendere un tempo equivalente all’età del cosmo, ovvero 13,8 miliardi di anni. Eppure, se si considerano le due principali teorie con cui descrivere l’universo in termini scientifici, allora il tempo non ha più importanza.

Nella teoria generale delle relatività di Albert Einstein il tempo sfuma. Non c’è un singolo momento speciale e tutti i momenti sono ugualmente reali. Non è possibile stabilire un unico parametro temporale – in altre parole un orologio – per descrivere i fenomeni dell’universo alle grandi scale: sistemi planetari, galassie, ammassi di galassie e via dicendo. Lo stesso problema del tempo compare nella meccanica quantistica, che descrive la realtà alla scala atomica e subatomica, in particolare nel cosiddetto modello standard. Questo insieme di equazioni che descrive le particelle elementari da cui è composta la materia e le forze fondamentali che agiscono tra di esse, è quasi del tutto reversibile rispetto al tempo. Per inciso, tornando per un attimo alla scala macroscopica del mondo, anche le leggi sulla dinamica dei corpi elaborate da Isaac Newton nel XVII secolo sono indifferenti alla direzione presa dal tempo.

Ma allora, se è possibile invertire senza alcuna conseguenza il flusso degli eventi, qual è il senso di parole come «passato», «presente» e «futuro»? Quella della teoria generale della relatività e della meccanica quantistica sembrerebbe una sentenza senza appello. Del resto, anche per filosofi del calibro di Platone ciò che è reale è atemporale.
Eppure non tutti gli scienziati si arrendono. Come Lee Smolin, autore di La rinascita del tempo, il libro allegato a richiesta con «Le Scienze» di luglio. Fisico teorico statunitense, membro tra l’altro del Perimeter Institute for Theoretical Physics in Canada, Smolin si occupa anche della natura del tempo, e in questo libro propone di rimetterlo al centro della descrizione scientifica della realtà. Secondo l’autore sarà un passaggio necessario per colmare le lacune di relatività generale e meccanica quantistica nel tratteggiare lo scenario cosmico. Ancora nessuno sa come andrà finire. Ironicamente, sarà necessario del tempo prima che la disputa sulla sua realtà giunga a una conclusione definitiva.

Galaxy Zoo

Astrofisica/Astrophysics, Astronomia/Astronomy, Osservatori Astronomici/Astronomical Observatories
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La scienza dietro il sito

Benvenuti nell’ultima incarnazione dello zoo Galaxy. Per oltre un decennio, abbiamo chiesto ai volontari di aiutarci ad esplorare le galassie vicine e lontane, campionando una frazione dei circa cento miliardi sparsi in tutto l’Universo osservabile. Ciascuno dei sistemi, che contiene miliardi di stelle, ha avuto una vita unica, interagendo con l’ambiente circostante e con altre galassie in molti modi diversi; lo scopo del team Galaxy Zoo è di cercare di capire questi processi e di capire quali galassie possono dirci sul passato, presente e futuro dell’Universo nel suo complesso.

La nostra strategia si basa sul fatto notevole che puoi dire molto su una galassia proprio dalla sua forma. Trova un sistema con le braccia a spirale, per esempio, e normalmente – ma non sempre in modo critico – saprai che stai guardando un disco rotante di stelle, polvere e gas con molto carburante per la futura formazione stellare. Trova una delle grandi palle di stelle che chiamiamo ellittiche, tuttavia, e probabilmente stai guardando un sistema più maturo, che molto tempo fa ha finito di formare stelle. Le storie delle galassie sono anche rivelate; quella ellittica è probabilmente il prodotto di una collisione frontale tra due galassie più piccole, e caratteristiche più piccole come dischi deformati, grandi rigonfiamenti o lunghi flussi di stelle testimoniano la complessità delle vite di queste galassie.

I cambiamenti interni, che talvolta gli astronomi chiamano processi “secolari”, possono fare la differenza. Ogni grande galassia ha nel suo cuore un enorme buco nero, e vi è una crescente evidenza che, mentre la materia cade verso questi buchi neri centrali, può avere un effetto drammatico sull’ambiente circostante; la materia viene riscaldata a temperature enormi, risplendendo luminosamente in parti ad alta energia dello spettro elettromagnetico come la radiografia. Potrebbero anche esserci potenti getti di materiale lanciati da vicino al buco nero (sebbene non, ovviamente, dal buco nero stesso) in prossimità della velocità della luce. La combinazione di questi getti e l’effetto della radiazione a volte riscalda o espelle gas dalla galassia, impedendo – per un tempo, almeno – ulteriore formazione stellare.

Anche l’ambiente di una galassia è importante. Al centro dell’ammasso della Vergine, il nostro gruppo di galassie più vicino e più vicino, le fusioni tra i sistemi sono rare – sostenute dalla potente presa gravitazionale dell’ammasso, le galassie si muovono troppo velocemente per fare più di brevi incontri. Nelle parti più vuote dello spazio, la densità delle galassie è troppo bassa perché le fusioni possano svolgere un ruolo significativo, e quindi è solo alla periferia dei cluster o in piccoli gruppi come il nostro stesso Gruppo Locale che le fusioni svolgono attualmente un ruolo significativo. Non dovrebbe sorprendere, quindi, che troviamo diversi tipi di galassie in luoghi diversi, e anche questo deve essere preso in considerazione.

Districare questi effetti e molti altri richiede i maggiori campioni possibili di galassie classificate. Non è insolito per noi avere bisogno, per esempio, di un grande campione di galassie a spirale rosse, con sbarre, che risiedono sui bordi dei grappoli, e se non abbiamo un grande campione all’inizio non ce ne sarà più nessuno quando noi ho ristretto la ricerca. I sondaggi moderni forniscono abbastanza immagini – centinaia di migliaia e centinaia di migliaia – ma abbiamo ancora bisogno che le persone li risolvano per forma. Ecco dove arriva Galaxy Zoo.

Puoi leggere molto di più sulle avventure scientifiche che Galaxy Zoo ha già avuto sul nostro blog, o sui giornali che abbiamo scritto che sono elencati su Zooniverse.org/publications .

Da dove provengono le immagini?

Le nostre ultime immagini di galassie provengono dal Dark Energy Camera Legacy Survey (DECaLS). Poiché utilizza un telescopio più grande, DECaLS è 10 volte più sensibile alla luce rispetto all’indagine che ha fornito le immagini alla prima iterazione di Galaxy Zoo, lo Sloan Digital Sky Survey. Ciò significa che possiamo vedere più dettagli.

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DECALS sta osservando dal telescopio Victor Blanco 4 metri (13 piedi) in Cile. Dai un’occhiata a questo livestream dall’osservatorio, inclusa una vista verso l’alto del telescopio. Puoi anche navigare nel cielo come mostrato da DECaLS.

Abbiamo anche alcune immagini rimaste dallo Sloan Digital Sky Survey. Classificando queste galassie, stai aiutando gli scienziati che lavorano sul progetto MaNGA a confrontare come la forma di una galassia influenza gli spettri di luce che vediamo.

Cos’è questa modalità “avanzata”?

Nel tentativo di accelerare le classificazioni per far fronte al gran numero di galassie che ci aspettiamo di ricevere da nuovi sondaggi, abbiamo lavorato su modi per combinare le classificazioni con quelle delle macchine, ispirato dall’idea che la combinazione di entrambi la classificazione umana può essere più potente di una sola. Se scegli il flusso di lavoro “Avanzato”, avrai molte più probabilità di vedere le prime 100 galassie che il nostro robot di classificazione delle galassie pensa di aver bisogno di aiuto per migliorare. Tutte le galassie saranno viste da almeno alcuni volontari per assicurarsi che non ci manchi nulla. Se preferisci vedere solo una selezione casuale di galassie disponibili, scegli “Classico”.

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Futuro24: captare le onde radio per svelare i misteri dell’Universo

Astrofisica/Astrophysics, Astronomi Gesuiti/Jesuit Astronomers, Brother Guy Joseph Consolmagno SJ, Città del Vaticano/Vatican City, Collaborazione Specola Vaticana/Vatican Observatory Collaboration, Compagnia di Gesù/Society of Jesus, Consorzio del Telescopio dell'Orizzonte degli Eventi/Event Horizon Telescope Consortium (EHTC), Father David Brown SJ, Father Gabriele Gionti SJ, Father George V. Coyne SJ - Director of the Vatican Observatory (1978 - 2006), Father Josè Gabriel Funes SJ, Fisica/Physics, Fratello Guy Joseph Consolmagno SJ, Geologia/Geology, Gesuiti/Jesuits, Grande Schieramento Millimetrico di Antenne Radio in Atacama/Atacama Large Millimeter Array (ALMA), Intelligenza Artificiale/Artificial Intelligence, Matematica/Mathematics, Oggetti Volanti Non Identificati (OVNI)/Unidentified Flying Objects (UFO), Osservatori Astronomici Australiani/Australian Astronomical Observatories, Osservatori Astronomici/Astronomical Observatories, Osservatorio Australe Europeo (ESO)/European Southern Observatory (ESO), Osservatorio di Antenne Radio di un Chilometro Quadrato/Square Kilometre Array Observatory (SKAO), Padre David Brown SJ, Padre Gabriele Gionti SJ, Padre George V. Coyne SJ - Direttore della Specola Vaticana (1978 - 2006), Padre Josè Gabriel Funes SJ, Pianeti del Sistema Solare/Planets of the Solar System, Pianeti Extrasolari/Extrasolar Planets, Progetto SETI/SETI Project, Sonde Interplanetarie/Interplanetary Probes, Specola Vaticana/Vatican Observatory, Storia dell'Astrofisica/History of Astrophysics, Telescopi Spaziali/Space Telescopes, Telescopio dell'Orizzonte degli Eventi/Event Horizon Telescope (EHT), Telescopio Sferico con Apertura di Cinquecento Metri/Five Hundred Meter Aperture Spherical Telescope (FAST), Telescopio Spaziale James Webb/James Webb Space Telescope, Unione Astronomica Internazionale/International Astronomical Union (IAU), Vita Extraterrestre/Extraterrestrial Life, Vita intelligente Extraterrestre/Extraterrestrial intelligent Life

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