Serie tv di fantascienza: il menù autunno/inverno 2018

Astrofisica/Astrophysics, Astronomia/Astronomy, Father George V. Coyne SJ - Director of the Vatican Observatory (1978 - 2006), Fisica/Physics, Geologia/Geology, Oggetti Volanti Non Identificati (OVNI)/Unidentified Flying Objects (UFO), Osservatori Astronomici/Astronomical Observatories, Osservatorio Europeo Australe (ESO)/European Southern Observatory (ESO), Padre George V. Coyne SJ - Direttore della Specola Vaticana (1978 - 2006), Pianeti del Sistema Solare/Planets of the Solar System, Pianeti Extrasolari/Extrasolar Planets, Progetto SETI/SETI Project, Sonde Interplanetarie/Interplanetary Probes, Specola Vaticana/Vatican Observatory, Storia dell'Astrofisica/History of Astrophysics, Telescopi Spaziali/Space Telescopes, Telescopio Spaziale James Webb/James Webb Space Telescope, Vita Extraterrestre/Extraterrestrial Life, Vita intelligente Extraterrestre/Extraterrestrial intelligent Life

STRANIMONDI

Tra serie che riprendono, nuove storie che cominciano e alcune novità da tenere d’occhio, ecco cosa ci aspetta nei prossimi mesi.

Marco Boscolo 28 novembre 2018 alle 14:00

STRANIMONDI – La stagione si preannuncia molto calda, perché accanto a ritorni molto attesi di serie amatissime dal pubblico e dalla critica, l’autunno/inverno 2018-19 promette anche una serie di novità davvero interessanti, che coinvolgono anche nomi importanti della narrativa e della televisione fantascientifica. Così, abbiamo preparato un menù diviso in tre parti: le serie che riprendono e che secondo noi non vanno perse, le novità più attese e alcune proposte meno esposte all’hype internattiano, ma che vale la pena tenere d’occhio. Come sempre in queste occasioni, da ricordare che cerchiamo (con rarissime eccezioni) di rimanere fedeli alla fantascienza pura (quindi non troverete supereroi o il fantasy) e che le date di uscita nel nostro paese possono variare rispetto a quanto annunciato. Pronti? Via!

Serie che riprendono e che non si possono perdere


Doctor Who 11

La nuova stagione dello show BBC ha portato alla rivoluzione di un Dottore donna, interpretato dall’eccellente Jodie Whittaker. Le puntate sono già in programmazione in UK, ma da noi arriveranno dall’inizio del 2019 su RAI 4, ma i dettagli sono ancora sconosciuti. Intanto all’ultimo Comic-Con di San Diego, la produzione ha rivelato il nuovo cacciavite sonico del 13° Dottore.


Star Trek: Discovery

La guerra è finita e la Discovery si potrà dedicare alla sua missione naturale, ovvero l’esplorazione dell’universo. Dopo il successo, accompagnato da qualche polemica rumorosetta sulla continuity, Star Trek: Discovery torna con una stagione che il writing staff assicura risolverà le apparenti incongruenze tra l’arco narrativo appena concluso e il canone ufficiale. Molti sono i punti in sospeso, a cominciare dagli sviluppi legati a un personaggio che viene dal mirror universe, e c’è grande curiosità per vedere on deck il capitano Christopher Pike. Dall’inizio del 2019 su Netflix.


Cosmos: possible worlds

Neil deGrasse Tyson è riuscito nella non piccola impresa di riuscire a non sfigurare nel prendere le redini di un format di divulgazione che nella sua prima incarnazione ha avuto come presentatore un gigante come Carl Sagan. La nuova stagione dello show targato Fox (da noi dovrebbe arrivare all’inizio della primavera su Netflix) promette di occuparsi della “vita di alcuni scienziati poco noti al grande pubblico e della ricerca della vita extraterrestre”.

Grandi promesse


Good Omens

Amazon Prime raddoppia le proprie serie basate su romanzi di Neil Gaiman, uno degli autori più amati dagli appassionati di fantascienza e fantastico. Dopo la prima serie di American Gods, che ha però lasciato molti punti in sospeso, nel 2019 arriverà anche Good Omens, tratto dal romanzo che Gaiman ha scritto a quattro mani con il compianto Terry Pratchett. Gaiman, inoltre, è direttamente coinvolto nella scrittura della serie, per cui non ci si potrà lamentare se le scelte sono più o meno aderenti alla storia originale del diavolo Crowley (David Tennant) e l’angelo Aziraphale (Michael Sheen) intenti a scongiurare la venuta dell’Anticristo.


Nightflyers

Lo sappiamo, di serie tratte dai romanzi di George R.R. Martin, quella più attesa non è questa, ma una che parla di draghi e un trono. Ma non bisogna dimenticare che Martin è stato, fino a quest’ultimo clamoroso successo mondiale, anche un ottimo scrittore di fantascienza classica. Come quella di questa storia di recupero di un’astronave aliena da parte di un gruppo di scienziati. L’autore non è coinvolto direttamente nella produzione, targata SyFy, che dovrebbe debuttare l’8 dicembre negli Stati Uniti, mentre da noi dovrebbe arrivare su Netflix.

Da tenere d’occhio

Cominciamo da Weird City, una serie originale di YouTube Premiere, il servizio di streaming di casa Google che recentemente è stato completamente rinnovato e ha cominciato a interessarsi anche di fantascienza. Si tratta di una serie antologica ambientata in un futuro non molto lontano nella città di Weird e promette bene a cominciare dal nome del regista dei primi due episodi, Adam Bernstein, che ha lavorato a Fargo.

Addirittura con una star come Jennifer Connelly come protagonista, la serie di Snowpiercer, dovrebbe finalmente arrivare al debutto nel 2019 su TNT negli Stati Uniti (Netflix detiene i diritti internazionali), dopo che se ne è parlato tra stop and go, dal 2015. La storia è quella del film, ma visti i dieci episodi previsti, ci aspettiamo l’approfondimento di alcuni filoni narrativi e una maggiore esplorazione del mondo ghiacciato percorso dal lunghissimo treno.

Un tocco esotico potrebbe arrivare da The Protector, la prima produzione turca di Netflix, che però dal trailer sembra un po’ scontata, ma bisognerà aspettare il 14 dicembre per vedere e giudicare. Dalla Francia, sempre su Netflix, arriva invece Osmosis: in una parigi del futuro un’app di incontri è in grado di fare incontrare le anime gemelle accedendo ai cervelli degli utenti per trovare il perfect match.

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Leggi anche: Il silenzio di Hollowind

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Oggi Scienza (la ricerca e i suoi protagonisti)

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Mercoledì, Novembre 28, 2018

OggiScienza

Trieste e la scienza, storia e personaggi

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CULTURALIBRI

70 storie per raccontare le radici scientifiche di Trieste nel libro “Trieste e la scienza” di Davide Ludovisi e Federica Sgorbissa, edito da MGS Press.

Enrico Bergianti 27 novembre 2018 alle 11:00

LIBRI – Dal 4 al 10 luglio 2020 Trieste ospiterà ESOF, l’Euroscience Open Forum, e potrà fregiarsi del titolo di Capitale Europea della Scienza. L’assegnazione di questo prestigioso ruolo ha dato formale riconoscimento al profondo legame esistente tra il capoluogo giuliano e la scienza, una connessione profonda e simbiotica che affonda le radici nel diciottesimo secolo.

Nell’Ottocento, poi, Trieste diventa una città capace di attrarre scienziati di prim’ordine, come Humphry Davy, chimico britannico citato anche da Mary Shelley in Frankenstein che a Trieste ultima le sue ricerche sull’elettricità animale. La storia di Davy è solo una delle 70 che i giornalisti e comunicatori scientifici triestini Davide Ludovisi e Federica Sgorbissa – che è stata anche direttrice di OggiScienza – hanno raccolto nel volume Trieste e la scienza. Storie e personaggi (2018) edito dalla casa editrice MGS Press.

Il libro mostra come scienziati e medici, italiani e internazionali, di prim’ordine (ne citiamo solo alcuni: Sigmund Freud, Ludwig Boltzmann, Giacomo Ciamician, Erwin Schrödinger, Franco Basaglia, Margherita Hack, Dennis Sciama, Rita Levi-Montalcini) siano passati o abbiano comunque stretto un legame intellettuale e di vita con Trieste, i suoi moli, i suoi saliscendi e la sua inconfondibile personalità.

Il libro di Ludovisi e Sgorbissa è però qualcosa di più di un insieme di storie. La seconda parte del volume è infatti una sorta di guida turistico-scientifica ragionata che porta il lettore a scoprire tutti i luoghi triestini legati alla conoscenza scientifica, dai musei ai centri di ricerca passando per i luoghi naturalistici, gli ospedali e i giardini.

Budinich e Salam: la scienza oltre la guerra fredda

Volendo indicare una storia simbolica che racchiuda tutte le altre – una sorta di ideale title trackin questo album di 70 tracce – per noi è impossibile non fare riferimento alle storie incrociate di Paolo Budinich e Abdus Salam. L’incontro fra questi due grandi scienziati ha di fatto lanciato la lunga volata che si è conclusa con la nomina del capoluogo giuliano a Capitale europea della Scienza 2020.

Salam, Premio Nobel per la Fisica nel 1979, figura scientifica di primissimo piano, approda a Miramare per una conferenza nel 1960. In quegli anni Salam è convinto che serva l’istituzione di un centro internazionale di ricerca sulla fisica atomica, al fine di superare le divisioni geopolitiche della Guerra Fredda che nei fatti tagliano fuori i ricercatori di molti paesi emergenti.

Dopo un lungo e faticoso lavoro di cooperazione politica e scientifica – che vede la partecipazione anche di altre figure di primissimo piano come Edoardo Amaldi e Robert Oppenheimer – nel 1964 nasce l’ICTP, International Center of Theoretical Physics. Nonostante le resistenze di USA e Unione Sovietica il sogno di Budinich e di Salam – a cui oggi è intitolato l’ICTP – si concretizza e non potrebbe non farlo a Trieste, terreno di confine, crocevia di dialogo tra Occidente e Oriente.

Trieste multiculturale

Il libro non si limita a parlare delle storie dei personaggi, ma si occupa anche di Storia, quella con la S maiuscola. Lo fa tra le righe nelle varie biografie, ma anche in alcuni saggi che anticipano i racconti. Quali sono i motivi storici che rendono Trieste una città così vicina alla scienza? La scienza è confronto, scambio di idee, comunicazione, lavoro di squadra: per questo, una città multiculturale dove diversi saperi vengono a contatto parte avvantaggiata.

Trieste è una città multiculturale sin dal Settecento, come scrivono gli autori e anche il giornalista scientifico Pietro Greco nell’introduzione. Trieste è un epicentro di cultura, ospita comunità diverse e questa vitalità culturale è tuttora un patrimonio della città, erede della grande tradizione di altre capitali storiche del sapere umano: tra queste, Alessandria d’Egitto nell’antichità, Baghdad nel Medioevo, Firenze nel Quattrocento, oggi San Francisco, Ginevra e sicuramente anche Trieste.

Inizia tutto nel Settecento

Le radici di Trieste capitale della scienza risalgono al XVIII secolo. Non a caso, i personaggi raccontati nel libro si collocano temporalmente proprio a partire da questo secolo. Dal Settecento in poi la città, molto legata all’Austria, inizia a prosperare economicamente. Diventa città aperta, tollerante, ricca, anche alla moda.

Nell’Ottocento un giovane Karl Marx scrive un articolo nel quale racconta i grandi commerci di Trieste, protagonista di un vero boom economico. Trieste rimane un nodo della storia anche nel Ventesimo secolo. Nel 1946 Winston Churchill la cita come uno dei punti attraverso il quale passa la “cortina di ferro” che lacera l’Europa: Trieste è un territorio periferico sia dell’Italia sia del mondo occidentale nel suo complesso, una sorta di ultimo approdo prima dell’Europa comunista, in particolare della Jugoslavia del Maresciallo Tito.

Una collocazione che come abbiamo visto ha avuto un ruolo di prim’ordine nella nascita dell’ICTP, primo tassello sul quale si è poi costruito quel Sistema Trieste che ha portato la città a diventare la Capitale Europea della Scienza 2020.

InSight su Marte: perché studiare il “cuore” del pianeta rosso

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SPAZIO

Monitorare l’attività sismica, il calore interno e la natura del nucleo: InSight punta a svelare la formazione ed evoluzione del pianeta rosso

Veronica Nicosia 27 novembre 2018 alle 7:00

SPAZIO – Alle ore 21.01 italiane la sonda InSight ha inviato il suo primo “beep” dal suolo di Marte. Un suono che ha echeggiato nella sala di controllo del Jet Propulsion Laboratory della NASA di Pasadena prima di lasciare a sorrisi e applausi tra gli scienziati. La sonda della missione partita lo scorso 5 maggio alla volta del pianeta rosso non solo è arrivata, ma è “ammartata” in sicurezza e ora si prepara a svelare i segreti del sottosuolo marziano anche grazie al contributo italiano dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), e con l’industria, grazie al contributo di Leonardo.

Crediti immagine: NASA

La discesa verso il suolo è iniziata alle 20.47 ora italiana alla velocità di 19800 chilometri orari. Alle 20.49 lo scudo termico ha raggiunto la temperatura di 1500 gradi, col rischio di blackout di comunicazione radio. Tutto è andato per il meglio, nonostante i timori degli scienziati, dato che la sonda utilizzava lo stesso sistema di discesa di Schiaparelli, che si è schiantata per un errore del software nel 2016. Insight invece è atterrata alle 20.54 e ha rassicurato con un “beep” inviato dopo 7 minuti di tensione, che ha tenuto col fiato sospeso gli scienziati che hanno lavorato al progetto.

Ora Interior Exploration using Seismic Investigations, Geodesy and Heat Transport, questo il nome esteso della missione, è pronta per studiare come il pianeta rosso si sia evoluto a livello geologico nei suoi 4.5 miliardi di anni di vita. La sonda esplorerà la crosta, il mantello e il nucleo marziano, cercando di determinarne la struttura e la composizione. Inoltre monitorerà l’attività sismica e la temperature interna del pianeta, ma anche l’attività tettonica e gli impatti di meteoriti odierni.

Per comunicare i dati alla Terra, InSight si avvale della collaborazione di due piccoli esperimenti, i Mars Cube One o MarCO: due piccole sonde che orbitano intorno a Marte e hanno permesso di miniaturizzare le comunicazioni spaziali attraverso la tecnologia dei CubeSat già utilizzati per il nostro pianeta. Se la loro sperimentazione andrà a buon fine, i MarCO rappresenteranno un nuovo sistema di comunicazione anche per future missioni verso altre destinazioni.

Perché studiare il sottosuolo di Marte?

Le precedenti missioni hanno esplorato solo la superficie del pianeta rosso, svelando i suoi canyon, i vulcani, le rocce e il suolo. Per cercare però i segni “vitali” di Marte è necessario indagare in profondità la sua struttura. Un perfetto laboratorio, secondo gli scienziati della NASA, per rispondere alle domande sulla formazione ed evoluzione dei pianeti rocciosi, come anche la Terra.

Sebbene a partire dal 1965 siano state oltre una decina le missioni arrivate su Marte, InSight è la prima nel suo genere. La sottilissima atmosfera del pianeta rende complicato l’atterraggio, così come le forti escursioni termiche in superficie richiedono rover e strumenti che siano in grado di operare in condizioni estreme.

Al contrario delle precedenti, avere una chiara visione della struttura interna marziana permetterà di entrare nel dettaglio della formazione e dell’evoluzione dei pianeti rocciosi, fornendo le basi per le esplorazioni di esopianeti anch’essi rocciosi simili proprio alla Terra e a Marte. Inoltre il sismometro destinato a misurare l’attività sismica sarà posizionato direttamente sul suolo marziano, al contrario di quelli disposti sulle sonde della missione Viking, che ottennero dati troppo sporchi di rumore.

Se infatti sulla Terra i terremoti sono provocati dall’attività tettonica, su Marte si ritiene che le scosse siano legate ad attività come il vulcanismo o ancora le rotture che si formano nella crosta del pianeta, oppure la propagazione di onde sismiche create dall’impatto di meteoriti. Le onde sismiche inoltre sono in grado di “illuminare” la struttura interna del pianeta e svelarne i differenti strati e le loro caratteristiche. Ad esempio, potrà svelare come si sono formati i vulcani quali anche Tharsis, il più grande del sistema solare. Studiando poi il flusso di calore che fuoriesce dal pianeta, sarà possibile determinare come l’energia sul pianeta guida i cambiamenti che si verificano in superficie.

Osservare Marte così da vicino, anzi dal suo interno, sarà per gli scienziati come entrare in una macchina del tempo. Se infatti pianeti rocciosi come la Terra e Venere hanno un’attività tettonica che ha distrutto gran parte delle prove della loro storia più antica, nel caso del pianeta rosso ci si trova davanti a una struttura che non si modifica da 3 miliardi di anni e che permetterà di studiarne da vicino la storia, facendone un pianeta “fossile” e per questo estremamente interessante.

Tre strumenti e due “cubi” per InSight

La missione si occuperà di monitorare l’attività sismica del pianeta rosso grazie al sismometro SEIS (Seismic Experiment for Interior Structure) che registrerà non solo i terremoti, ma anche le onde che viaggiano nell’interno per via di impatti di meteoriti con la superficie. La sonda HP3  (Heat Flow and Physical Properties Probe) invece si immergerà in profondità sotto la crosta del pianeta per misurare il calore sotterraneo, per confrontarlo con il flusso di calore della Terra e dare informazioni importanti sulla sua evoluzione.

Quando si forma un pianeta roccioso, infatti, il materiale si raccoglie in un processo noto col nome di “accrescimento”, per poi separarsi in strati durante il raffreddamento nel processo chiamato “differenziazione”. Un pianeta che segue questi processi avrà una stratificazione simile a quella terrestre, suddividendosi così in crosta, mantello e un nucleo solido ferroso.

Sarà compito invece dello strumento RISE (Rotation and Interior Structure Experiment) tenere traccia grazie alle sue antenne della localizzazione del rover con estrema precisione, in modo da studiare il movimento di oscillazione di Marte rispetto al suo asse e fornire preziose informazioni sulle caratteristiche del nucleo marziano, che potrebbe essere solido, liquido o suddiviso in due parti come quello terrestre.

Un’altra particolarità della missione riguarda i due “cubi” con cui InSight lavorerà in sinergia. La NASA infatti ha lanciato con la missione una nuova tecnologia sperimentale di comunicazione: due mini sonde chiamate Mars Cube One o MarCO, dei CubeSats che voleranno intorno a Marte e serviranno a testare il nuovo equipaggiamento di comunicazione miniaturizzata dallo spazio profondo.

Questi mini satelliti ad oggi hanno fornito agli scienziati immagini della Terra, della Luna e di Marte lungo il loro cammino fino alla destinazione, rivelandosi un successo anche nella sperimentazione ella tecnologia radio, le antenne e i sistemi di propulsione. Un successo che ne fa uno strumento ulteriore di comunicazione tra la sonda e la Terra oltre ai due principali “comunicatori” che saranno il Mars Reconnaissance Orbiter e il 2001 Mars Odyssey Orbiter della NASA.

La discesa sul pianeta rosso

Crediti immagine: NASA

Lanciata il 5 maggio 2018, l’ammartaggio di InSight è arrivato il 26 novembre dopo oltre sei mesi di viaggio.

L’atmosfera nella sala di controllo è stata tesa tra gli scienziati fino al primo “beep” che ne ha garantito l’atterraggio con successo. Una tensione dovuta al fatto che far atterrare una sonda su Marte non è un compito semplice per gli scienziati, anzi.

Solo il 40% delle missioni inviate su Marte finora ha avuto successo, in parte per via dell’atmosfera che è spessa appena l’1% di quella terrestre. Una condizione per cui le sonde non possono sfruttare l’atmosfera per essere rallentate e controllare l’atterraggio, ma necessitano di paracaduti e sistemi di decelerazione che, come nel caso di Schiaparelli nel 2016, potrebbero fallire.

Il fatto poi che la missione non abbia avuto bisogno di particolari caratteristiche del sito di atterraggio, se non una superficie piana e stabile con appena qualche roccia, ha facilitato il lavoro degli scienziati. Inoltre la sonda è stata progettata e sviluppata anche per atterrare in modo sicuro durante una delle violente tempeste di sabbia marziane, con un paracadute e uno spessore in grado di resistere sia alle temperature che ai forti venti.

La dotazione di InSight

Ad accompagnare la sonda nel suo viaggio fino a Marte uno strumento che parla italiano e che è stato realizzato dalla Leonardo negli stabilimenti di Campi Bisenzio, vicino Firenze: LaRRI, Laser Retro-Reflector for InSight, una semisfera composta da microriflettori di ultima generazione e sviluppata dall’INFN con il supporto dell’ASI.

Si tratta di strumenti passivi che non necessitano di manutenzione e funzionano nello spazio anche per molti decenni, consentendo di fornire grazie alla comunicazione con i satelliti orbitanti intorno a Marte la posizione accurata dei lander e dei rover durante l’esplorazione e che permetteranno anche di eseguire un test della relatività generale ipotizzata da Albert Einstein che è complementare a quello realizzato coi riflettori Apollo.

Microriflettori come LaRRi possono aiutare gli scienziati a raggiungere molteplici scopi, come ad esempio fungere da ripetitori per investigazioni lidar dell’atmosfera marziana oppure eseguire la diagnostica di comunicazioni laser  dall’orbita di Marte per coadiuvare l’ammartaggio delle future sonde come il nuovo rover della NASA Mars 2020 o ancora preparare la strada alla missione ExoMars dell’Agenzia spaziale europea (ESA).

Il 26 novembre con InSight si apre così un nuovo capitolo dell’esplorazione del suolo, e soprattutto del sottosuolo, marziano. Un capitolo che pone le basi per svelare la storia del pianeta rosso e con esso anche della Terra e degli esopianeti rocciosi che fino ad oggi abbiamo scoperto in lontani sistemi stellari. Ma soprattutto studiando le caratteristiche interne del pianeta si potrà finalmente rispondere anche alla domanda che da sempre incuriosisce scienziati e non: se Marte abbia o meno ospitato forme di vita nella sua storia passata.

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SPAZIO: NUOVE PROVE A FAVORE DELL’ESISTENZA DI UN NONO PIANETA

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E’ stato lo stesso Mike Brown, l’astronomo che aveva guidato il gruppo di ricercatori che aveva “retrocesso” Plutone a pianeta nano ad annunciare che al di la di Nettuno potrebbe esistere un grosso pianeta con una massa almeno 10 volte più grande della Terra in orbita attorno al nostro Sole.
Questo pianeta 9 o “Planet Nine” come viene ormai chiamato da tutti potrebbe essere di diritto il 9° pianeta ormai mancante del sistema solare.
Planet Nine si troverebbe così lontano dal sole da impiegare 10-20mila anni per compiere una rivoluzione completa attorno ad esso.
La sua distanza stimata dalla nostra stella è pari a circa 149 miliardi di chilometri, una distanza immensa (75 volte più lontano di Plutone) se si pensa che Nettuno il più lontano tra i pianeti si trova a 4.
5 miliardi di chilometri.
La sua esistenza è stata ipotizzata grazie comportamento orbitale anomalo di alcuni oggetti celesti situati all’interno della fascia di Kuiper, una ciambella che ruota attorno al sole oltre Nettuno costituita da asteroidi, piccoli pianeti e comete.
Ma Planet Nine sarebbe così lontano che non si potrebbe osservare con facilità, i grandi telescopi terrestri non riuscirebbero a vederlo, forse solo Hubble ma si dovrebbe sapere dove puntarlo.
Frenetica quindi l’attività di ricerca soprattutto di un team francese per stabilire l’area dello spazio in cui si potrebbe trovare.
Un grande aiuto potrebbe arrivare dalla sonda Cassini se si riuscisse ad allungare la sua permanenza attorno a Saturno fino al 2020.
Ma cassini è quasi a fine vita e l’anno prossimo i tecnici della NASA la faranno precipitare nell’atmosfera del gigante gassoso.

Fonte 3BMeteo

La prima simulazione di un buco nero in realtà virtuale

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Per la prima volta, è possibile vedere un buco nero in realtà virtuale. Il protagonista è Sagittarius A*, il buco nero supermassiccio che si trova al centro della Via Lattea ed è da tempo oggetto dell’interesse degli astrofisici.

Ricercatori della Radboud University, nei Paesi Bassi e della Goethe University, in Germania, hanno utilizzato i recenti modelli astrofisici di Sagittarius A* per creare una serie di immagini che sono state poi assemblate in modo da ottenere una simulazione di realtà virtuale a 360 gradi, che può essere visualizzata sulle consolle VR disponibili e di cui qui vi mostriamo la normale versione video.

Ma non si tratta di un esercizio estetico: secondo gli autori, questa simulazione di realtà virtuale potrà essere usata per studiare i buchi neri e sarà un importante strumento di divulgazione per il grande pubblico, I dettagli del lavoro sono disponibili in un articolo pubblicato sulla rivista “Computational Astrophysics and Cosmology”

(Credit: Radbound University/J. Davelaar e al., 2018)(red)

C’è una super Terra ghiacciata intorno alla Stella di Barnard?

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17 novembre 2018

C'è una super Terra ghiacciata intorno alla Stella di Barnard?

A soli sei anni luce di distanza, un nuovo candidato pianeta potrebbe essere il secondo mondo extrasolare più vicino a noi, e un obiettivo primario di futuri studi. In effetti, annunci simili poi smentiti invitano alla prudenza, ma informazioni più precise potranno venire dai grandi telescopi del prossimo decenniodi Lee Billings/Scientifc American

astronomiabiologiaNotte dopo notte, stella dopo stella, gli astronomi si avvicinano sempre di più a capire quanto sia affollato il nostro universo, o almeno la nostra galassia.

A un quarto di secolo dalla scoperta dei primi esopianeti in orbita intorno ad altre stelle, le statistiche delle migliaia ora conosciuti hanno rivelato che, in media, ogni singolo abitante stellare della Via Lattea dev’essere accompagnato da almeno un pianeta. Se si cerca abbastanza tenacemente e a lungo un pianeta attorno a una determinata stella della nostra galassia è praticamente garantito prima o poi trovare qualcosa.

Ma anche un universo affollato può essere un luogo solitario. La Via Lattea, ricca di pianeti, potrebbe rivelarsi povera di vita. Di tutti i mondi conosciuti della galassia, solo una manciata assomiglia alla Terra per dimensioni e orbita: ognuno di essi occupa una nebulosa regione “Goldilocks” dalle condizioni favorevoli, una condizione ideale in cui un mondo non è né troppo grande né troppo piccolo, né troppo caldo né troppo freddo, per sostenere l’acqua liquida e la vita sulla sua superficie.

Invece, nella maggior parte dei casi, i pianeti della Via Lattea sono mondi che i teorici non avevano previsto e e devono ancora conformarsi a qualsiasi concetto di abitabilità: sono “super-Terre” più grandi del nostro pianeta, ma più piccoli di Nettuno.

C'è una super Terra ghiacciata intorno alla Stella di Barnard?
Illustrazione di Stella di Barnard b (Credit: ESO/M. Kornmesser) 

Nessuna super Terra ruota intorno al nostro Sole in modo che scienziati confinati  nel sistema solare possano studiarla direttamente, rendendo così molto più difficile sapere se altrove vi siano mondi Goldilocks e, d’altra parte, se l’idea di uno standard di abitabilità valido per tutti sia irrimediabilmente ingenua.

Affrontare questi misteri astrobiologici richiede nuove generazioni di telescopi e astronavi per cercare e studiare i segni di abitabilità e vita oltre il sistema solare. Ma la prova a favore o contro un universo solitario e affollato può essere sorprendentemente a portata di mano, parlando in termini astronomici. Nel 2016, anni di analisi hanno finalmente rivelato un mondo di dimensioni terrestri proprio dietro l’angolo, in un’orbita temperata attorno al più piccolo membro di Alpha Centauri, un sistema di tre stelle che, essendo a 4,4 anni luce di distanza da noi, è il più vicino al nostro Sole. 

Ora, un’altra ricerca approfondita dell’oggetto più vicino al sistema solare, la Stella di Barnard, a soli sei anni luce di distanza da noi, ha scoperto anche lì un pianeta candidato: una super Terra più grande e più fredda, provvisoriamente denominata Stella di Barnard b.

La scoperta, compiuta da un gruppo internazionale di oltre 60 astronomi che utilizzano osservatori da tutto il mondo, è descritta in uno studio apparso su “Nature” il 14 novembre. Apre le porte a future ricerche e confronti tra i due pianeti, familiari ma alieni, più vicini al sistema solare.

Una super-Terra ghiacciata?
“Se vivi in una città di milioni di persone, non ti interessa incontrare tutti, ma forse vorresti incontrare i tuoi vicini più prossimi”, spiega l’autore principale dello studio Ignasi Ribas, astronomo dell’Istituto di studi spaziali della Catalogna, in Spagna. “E’ quello che stiamo facendo per i sistemi planetari delle stelle che ci circondano. Altrimenti non possiamo rispondere alle grandi domande. In che modo il sistema solare e la Terra si conformano al resto della galassia? Ci sono altri pianeti abitabili o abitati? Stella di Barnard b non ci sta ancora dando queste risposte, ma ci sta raccontando parte della storia che dobbiamo conoscere”.

Situata nella costellazione dell’Ofiuco, la Stella di Barnard è così fioca in luce visibile che non può essere osservata a occhio nudo. Eppure è stata una delle preferite dagli astronomi fin dal 1916, quando le misurazioni rivelarono che il suo moto apparente attraverso il cielo era più grande di quello di qualsiasi altra stella rispetto al nostro Sole, segno della sua vicinissima distanza cosmica. La vicinanza della stella è solo temporanea: entro decine di migliaia di anni, la sua traiettoria l’avrà spazzata via dalla lista delle cinque stelle più vicine al sistema solare.

Secondo Ribas e i suoi colleghi, il candidato pianeta è almeno tre volte più pesante del nostro e ruota intorno alla sua stella in un’orbita di 233 giorni. Se si trovasse intorno al nostro giallo Sole, questo lo collocherebbe nella torrida vicinanza orbitale di Venere, ma la Stella di Barnard è una nana rossa, fioca e di dimensioni relativamente ridotte.

Questo significa che il suo nuovo compagno è vicino alla “linea della neve”, il confine oltre il quale l’acqua esiste quasi esclusivamente come ghiaccio congelato, una regione che attorno ad altre stelle è ritenuta piena zeppa di pianeti, ma che gli astronomi hanno appena iniziato a studiare per i piccoli mondi.

C'è una super Terra ghiacciata intorno alla Stella di Barnard?
Illustrazione di Gliese 876 d, una delle prime super-Terre scoperte (Credit: Trent Schindler/National Science Foundation-Naitonal Science Foundation)

Lì, Stella di Barnard b riceverebbe solo il 2 per cento della luce che la Terra riceve dal Sole, quanto basta per fargli raggiungere una temperatura media stimata di -150 gradi Celsius. Forse, ipotizza Ribas, il pianeta è roccioso e coperto da spessi strati di ghiaccio, con una superficie che ricorda quella delle lune ghiacciate di Giove e di Saturno. In un mondo del genere, le prospettive per la vita sembrerebbero remote, a meno che, come avviene su quelle stesse lune, sotto la superficie abbia un oceano mantenuto liquido dal calore interno.

In quel caso, il suo interno avrebbe bisogno di rimanere caldo per un tempo molto lungo: si pensa che l’età del pianeta sia tra i 6 e gli 11 miliardi di anni, le stime generiche dell’età della Stella di Barnard. (Per confronto, la Terra ha solo 4,5 miliardi di anni.)

In alternativa, il pianeta potrebbe essere coperto da una coltre fitta e isolante di idrogeno rimasto da quando è nato nel disco rotante di gas e polvere attorno alla sua stella.

Su mondi più piccoli e più caldi, l’idrogeno si dissiperebbe nello spazio, ma le super Terre in orbite gelide potrebbero riuscire a trattenere una quantità di gas sufficiente da costituire un massiccio effetto serra che riscalderebbe il pianeta: una possibilità che getta scompiglio nelle idee Terra-centriche basate sul concetto Goldilocks.

Se questo meccanismo funziona su Stella di Barnard b o altre super Terre fredde, “i nostri sogni che ogni stella possa avere un pianeta abitabile potrebbero diventare realtà”, dice Sara Seager, astrofisica ed esperta di caccia ai pianeti del Massachusetts Institute of Technology, che non era coinvolta nello studio di Ribas. “Ci sono mondi pazzeschi là fuori”.

Perseguitati dalla storia
Alcuni mondi, purtroppo, sono semplicemente troppo belli per essere veri. Nel 1963, l’astronomo olandese Peter van de Kamp, “scoprì” dei pianeti attorno alla Stella di Barnard, collegando i supposti cambiamenti nel moto della stella nel piano del cielo all’influenza gravitazionale di mondi invisibili. Negli anni settanta, le prove dei presunti pianeti di van de Kamp si dissolsero dopo un’ulteriore analisi, e furono infine attribuiti a vari errori e sviste che contaminavano le sue osservazioni. Nonostante tutto ciò, la fiducia di van de Kamp nelle sue affermazioni era apparentemente incrollabile: per i restanti decenni della sua vita, continuò a insistere che i pianeti erano reali.

Quel racconto ammonitore perseguita ancora oggi i cacciatori di pianeti. I timori rimangono, anche se le indicazioni attuali di un mondo attorno alla Stella di Barnard sono molto più solide. Dopo tutto, la storia, anche se non si ripete, può facilmente rivelarsi simile. “Alla luce della travagliata storia degli annunci di pianeti intorno a questa stella, gli autori sono molto coraggiosi a dedicarvisi in questo modo”, afferma Ignas Snellen, astronomo dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi, che non ha preso parte alla ricerca. “Queste sono misurazioni molto difficili!”.

Sono così difficili, infatti, che alcuni esperti sono poco convinti. “Dato che ci sono pianeti dappertutto, suppongo che ce ne debbano essere anche attorno alla Stella di Barnard”, spiega Debra Fischer, astronoma e veterana della caccia ai pianeti dell’Università di Yale, che non era coinvolta nella presunta scoperta. “Potrebbe essercene persino uno un paio di volte più massiccio della Terra, con un periodo di 233 giorni. Ma questa analisi non fornisce un supporto abbastanza forte, secondo me”.

Al contrario, Xavier Dumusque, astrofisico dell’Osservatorio di Ginevra, in Svizzera, neppure lui coinvolto nello studio di Ribas, trova convincenti le prove di Stella di Barnard b. “In termini di probabilità che questo pianeta esista, penso che non ci possano essere dubbi”, dice. “Il suo segnale è davvero chiaro”.

C'è una super Terra ghiacciata intorno alla Stella di Barnard?
Illustrazione del James Webb Space Telescope, frutto della collaborazione tra NASA, ESA e Agenzia spaziale canadese. Il suo lancio è previsto per il 2021 (Credit: ESA)

Il caso di Stella di Barnard b si basa su un’importante raccolta di dati e analisi che mettono insieme centinaia di misurazioni effettuate da sette strumenti di livello mondiale su grandi telescopi terrestri in un arco di tempo di oltre 20 anni.

Ogni misurazione tiene traccia della velocità radiale della Stella di Barnard, ovvero del suo movimento verso o lontano dalla Terra, che può oscillare avanti e indietro in sincronia con il traino orbitale dei pianeti associati.

Il segnale attribuito a Stella di Barnard b è un’oscillazione di poco più di un metro al secondo: un effetto delle dimensioni di una velocità di camminata, facilmente riprodotto da vari tipi di attività stellari o errori strumentali. La sua comparsa in due decenni di dati provenienti da così tante diverse indagini suggerisce con forza che il segnale non sia dovuto al rumore strumentale; escludere definitivamente che la sua fonte sia l’attività stellare però è molto più difficile.

In un passato non troppo lontano, anche i migliori gruppi di esperti di caccia ai pianeti con il metodo della velocità radiale si sono fatti ingannare da questi falsi positivi indotti dalle stelle, annunciando nuovi sensazionali mondi che alla fine si sono dimostrati illusori.

In questo caso, la Stella di Barnard può offrire un vantaggio, nonostante la sua storia sfortunata di caccia ai pianeti. È una delle stelle più quiescenti conosciute, il che la rende quasi ideale per gli studi basati sulla velocità radiale. E Ribas e colleghi insistono nel dire di aver imparato la lezione, dura ma necessaria, dai passati annunci di mondi fantasma.

Una serie intensiva di osservazioni di follow-up ha ampiamente escluso l’influenza di stelle e altre sorgenti di segnali simili a quelli dei pianeti, afferma Ribas, e gli autori dello studio hanno anche condotto oltre mezzo milione di simulazioni per concludere che la possibilità che il segnale derivi dagli effetti stellari più perniciosi è inferiore all’1 percento. “Sono sicuro al 99 percento che il pianeta c’è”, afferma Ribas. “Ma abbiamo la storia di Peter van de Kamp impressa nelle nostre menti. Se qualcuno ha forti argomentazioni contro la nostra scoperta, accetto la sconfitta! Non vorrei diventare il van de Kamp del XXI secolo”.

Scattiamo una foto?
In un modo o nell’altro, la certezza di questo controverso candidato planetario potrebbe arrivare presto. Il lavoro del gruppo ha già escluso qualsiasi pianeta di dimensioni terrestri in orbite di 40 giorni o meno attorno alla Stella di Barnard, anche se ha anche trovato indizi deboli, non ancora confermati, di un altro pianeta in agguato molto più lontano. (Con tante scuse a van de Kamp, un simile pianeta probabilmente sarebbe ancora male in accordo con i suoi precedenti annunci.)

Ad aumentare ulteriormente la fiducia nella reale esistenza del candidato, potrebbero arrivare centinaia di misure addizionali di velocità radiale con strumenti presenti e futuri, e anche i dati futuri della sonda spaziale Gaia dell’Agenzia spaziale europea (ESA), che traccia i movimenti della Stella di Barnard e di oltre un miliardo di altre stelle per realizzare una mappa tridimensionale della Via Lattea.

Anche se estremamente improbabile, il pianeta potrebbe essere per caso perfettamente allineato con la nostra prospettiva dalla Terra in modo da “transitare”, trasmettendo un’ombra planetaria rilevabile con i nostri telescopi mentre attraversa il disco della Stella di Barnard.

Dimostrata dallo straordinario successo della navicella spaziale Kepler della NASA e acclamata come un fattore chiave per le future osservazioni degli esopianeti con il Transiting Exoplanet Survey Satellite e il telescopio spaziale James Webb, la tecnica del transito ha rivelato la maggior parte dei mondi presenti nei cataloghi degli astronomi. Ma molti dei pianeti visti dalla Terra non transitano, in particolare quelli che si trovano su orbite ampie intorno alle loro stelle, come è il caso di Stella di Barnard b.

C'è una super Terra ghiacciata intorno alla Stella di Barnard?
Il telescopio WFIRST della NASA (Credit: NASA)

La separazione relativamente grande del pianeta dalla sua stella, tuttavia, offre una possibilità ancora più promettente e allettante: scattare una sua fotografia o un'”immagine diretta” come direbbe un astronomo. Un’istantanea di Stella di Barnard b potrebbe rivelare molte cose altrimenti inaccessibili, soprattutto la sua vera natura: una super Terra ghiacciata, un mondo dominato dall’effetto serra e avvolto dall’idrogeno o forse qualcosa che i teorici devono ancora solo sognare.

Con una simile immagine, gli astronomi potrebbero fare un ulteriore passo in avanti per risolvere il mistero della solitudine dell’universo affollato.

Nel prossimo decennio, sarà disponibile una nuova generazione di telescopi terrestri estremamente grandi che potrebbe essere all’altezza del compito.

Ciascuno di essi sarà dotato di uno specchio per raccogliere la luce delle stelle con un diametro di circa 30 metri o più, in grado di distinguere le deboli emissioni fotoniche del pianeta. Fanno eccezione, dicono gli esperti, i primi strumenti che catturano immagini planetarie su tali osservatori, che saranno ottimizzati per l’imaging termico, una scelta sbagliata per cercare un mondo probabilmente ghiacciato.

Invece, le migliori speranze potrebbero ricadere sul prossimo osservatorio spaziale post-Webb della NASA, una specie di potentissimo telescopio spaziale Hubble soprannominato WFIRST (se mai verrà lanciato, considerato che la Casa Bianca ha tentato di cancellare il progetto nei recenti budget).

Il piano attuale prevede che WFIRST includa un coronagrafo, uno strumento che blocca la luce stellare per consentire di vedere la luce di alcuni pochi esopianeti, tutti mondi giganti relativamente banali, a causa della mancanza di candidati adatti più piccoli esistenti attorno alle stelle vicine. Ma se Stella di Barnard b è reale, catturarne un’immagine con WFIRST “potrebbe essere fattibile”, dice Jeremy Kasdin, astrofisico dell’Università di Princeton che guida lo sviluppo del coronagrafo della WFIRST. “Tutto deve filare liscio… nelle migliori condizioni, ciò sarebbe impegnativo ma possibile”.

(L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Scientific American” il 14 novembre 2018. Traduzione ed editing a cura di Le Scienze. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.)

La fusione del ghiaccio antartico e il riscaldamento dell’atmosfera

Fisica/Physics, Geologia/Geology, Specola Vaticana/Vatican Observatory

22 novembre 2018

La fusione del ghiaccio antartico e il riscaldamento dell'atmosfera

Nuove simulazioni indicano che la fusione dei ghiacciai in Antartide causata dal riscaldamento globale potrà a sua volta influire sul trasferimento di calore delle masse oceaniche, ritardando di una decina di anni l’aumento della temperatura atmosferica verso la soglia dei due gradi(red)

climascienze della terraIl riscaldamento globale farà fondere i ghiacciai dell’Antartide, e questo provocherà un innalzamento compreso tra 85 centimetri e un metro del livello degli oceani entro il 2100. Finora però mancavano dati per dare una valutazione del possibile feedback, cioè di un’influenza della fusione dei ghiacci sul sistema globale del clima. Un articolo pubblicato su “Nature” da Ben Bronselaer dell’Università dell’Arizona a Tucson e colleghi, colma questa lacuna: la fusione dei ghiacci antartici avrà un’influenza notevole sulla temperatura dell’atmosfera, ritardandone l’incremento negli anni. 

La fusione del ghiaccio antartico e il riscaldamento dell'atmosfera
(Biosphoto / AGF) 

Lo studio fa parte del progetto Southern Ocean Carbon and Climate Observations and Modeling (SOCCOM), finanziato da diversi enti statunitensi tra cui National Science Foundation, National Oceanic and Atmospheric Administration e NASA. Gli autori hanno modificato uno dei modelli climatologici più accurati chiamato ESM2M, per considerare anche della fusione dei ghiacciai antartici, un processo in corso da molti anni ma che recentemente ha mostrato di procedere a un ritmo accelerato rispetto al passato. Hanno poi effettuato una serie di simulazioni sui cambiamenti climatici in un arco temporale che va dal 1950 al 2100, basandosi sullo scenario di emissioni di gas serra indicato internazionalmente come business as usual, che cioè non prevede variazioni rispetto ai livelli attuali.

Il risultato è che, considerando anche questo ulteriore fattore della fusione dei ghiacci, l’aumento della temperatura globale di due gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali verrà raggiunto prevedibilmente nel 2065 e non nel 2053. In pratica, la Terra nel suo complesso continuerà a riscaldarsi, ma l’atmosfera si riscalderà più lentamente perché parte del calore rimarrà immagazzinato nella massa d’acqua extra, venendo poi rilasciato gradualmente. La circolazione oceanica infatti trasferisce il calore dalle zone equatoriali verso i poli. Il calore viene poi rilasciato in atmosfera. La novità è che l’acqua dolce extra che deriva dalla fusione dei ghiacciai agisce come un tappo sulle acque marine che circondano il continente antartico e rallentano il rilascio del calore.

“È il primo feedback sul clima individuato negli ultimi vent’anni: la fusione ritarda il riscaldamento, nel senso che questo aumenterà più lentamente”, ha commentato Joellen Russell, coautrice dell’articolo.

A fronte di questo incremento più lento delle temperature, si prevede però una cambiamento negli schemi globali delle precipitazioni, perché la fascia delle piogge tropicali si sposterà verso nord. 

“Questo spostamento previsto dalle nostre proiezioni renderà l’emisfero boreale un po’ più umido e quello australe un po’ più secco di quanto stimato in precedenza”, ha concluso Russell. 

Un’altra ricerca nell’ambito del progetto SOCCOM sta registrando temperatura, salinità e altri parametri chimici e biologici dell’Oceano Antartico, con l’obiettivo di mettere a confronto le previsioni dei modelli climatici con i dati reali.

La gigantografia di una delle foto più belle della GRANDE HALE-BOPP

Astrofisica/Astrophysics, Astronomia/Astronomy, Father George V. Coyne SJ - Director of the Vatican Observatory (1978 - 2006), Fisica/Physics, Geologia/Geology, Oggetti Volanti Non Identificati (OVNI)/Unidentified Flying Objects (UFO), Osservatori Astronomici/Astronomical Observatories, Osservatorio Europeo Australe (ESO)/European Southern Observatory (ESO), Padre George V. Coyne SJ - Direttore della Specola Vaticana (1978 - 2006), Pianeti del Sistema Solare/Planets of the Solar System, Pianeti Extrasolari/Extrasolar Planets, Progetto SETI/SETI Project, Sonde Interplanetarie/Interplanetary Probes, Specola Vaticana/Vatican Observatory, Storia dell'Astrofisica/History of Astrophysics, Telescopi Spaziali/Space Telescopes, Telescopio Spaziale James Webb/James Webb Space Telescope, Vita Extraterrestre/Extraterrestrial Life, Vita intelligente Extraterrestre/Extraterrestrial intelligent Life

Per non dimenticare L’ULTIMA GRANDE COMETA del II Millennio, ecco la stampa di una delle più suggestive fotografie della bellissima Hale-Bopp (C/1995 O1) ripresa su pellicola da Enrico Montanari, da Monte Romano il 29 marzo 1997 (50 mm F/2,8 Posa di 60 secondi su pellicola 1600 ISO).


Autore: Enrico Montanari
Produzione: Edizioni Scientifiche Coelum, 1997.

La nuova Fiera Nazionale dell’Astronomia a Bologna

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La nuova Fiera Nazionale dell’Astronomia a Bologna

Il 24 e 25 novembre, presso la Fiera di Bologna, vedrà riprendere vigore l’edizione 2018 dellaFIERA DELL’ASTRONOMIA, che per prima nel nostro Paese, ha creato uno spazio esclusivo per donare visibilità ai numerosi gruppi di astrofili, presenti in tutta la nazione, oltre a presentare le principali novità del mercato con la partecipazione delle riviste e delle aziende del settore, presenza imprescindibile in un contesto di questo genere.

La Fiera dell’Astronomia riparte grazie a ADAA (Associazione per Divulgazione Astronomica e Astronautica) e alla partnership con Blu Nautilus S.r.l., con Coelum Astronomia come media sponsor esclusivo, e si prefigge lo scopo di offrire nuovamente al mondo degli astrofili un importante momento di incontro e di confronto a livello nazionale, proprio come accadeva fino a qualche anno fa con l’evento a Forlì, proponendo anche una programmazione di conferenze scientifiche e mostre tematiche a cura dei partecipanti.

L’evento vedrà quindi coinvolti personaggi di spicco del settore astronomico che proporranno interessanti conferenze, ma non mancheranno iniziative da parte delle numerosissime associazioni di astrofili che si dedicano con passione a divulgare la conoscenza della “volta celeste”.

All’interno della Fiera si potrà anche assistere agli spettacoli del Planetario Digitale ADAA!

Noi ci saremo. Vi aspettiamo al nostro stand all’interno del Padiglione

Programma delle conferenze

Sabato 24 novembre

Apertura ore 10:00 Luigi Pizzimenti ( Pres. ADAA) Alessandro Barazzetti ( Segr. ADAA)

Saluti del Presidente e del Segretario, presentazione dell’Associazione e dei suoi progetti.

Ore 11:00 “Risultati e prospettive della ricerca amatoriale in UAI” a cura di Salvo Pluchino (INAF e Ricerca UAI).

Le Sezioni di Ricerca dell’Unione Astrofili Italiani da sempre hanno svolto un ruolo determinante per le attività dell’associazione. Molte di esse hanno una tradizione ultradecennale e hanno spesso affiancato progetti di ricerca istituzionale fornendo spunti, collaborazioni e dati. Il più delle volte dal loro operato sono emerse ottime pubblicazioni sia sulla rivista Astronomia dell’UAI che anche su riviste divulgative del settore, finanche trovando posto tra articoli prestigiosi su riviste referate del mondo astronomico professionale. Sono stati spesso gli astronomi professionisti a volerle coinvolgere nei loro progetti, rendendo parteci gli astrofili appassionati in lavori che altrimenti rimangono di appannaggio degli osservatori professionali. In questa sede verrà fatto un breve escursus sulla ricerca astronomica amatoriale delle Sezioni di Ricerca dell’UAI e sui progetti promossi ad ampio coinvolgimento degli astrofili, non ultimi una costellazione di meeting tematici che consente ogni anno alle sezioni UAI di venire a contatto con centinaia di astrofili ricercatori.

Ore 12:00 “L’Osservatorio G. Galilei di Libbiano” a cura di Alberto Villa (Presidente AAAV Associazione astrofili Alta Valdera e delegato per la Toscana AADA)

Realizzato dal Comune di Peccioli, l’Osservatorio “G. Galilei” di Libbiano è stato inaugurato dall’Astronoma Margherita Hack il 7 Ottobre 1997. La struttura – gestita dalla AAAV – viene rimodernata ed ampliata, prendendo il nome di Centro Astronomico di Libbiano quando nel 2006 i nuovi telescopi sono tenuti a battesimo dal Prof. Franco Pacini (Arcetri). L’intervento illustra in sintesi i vent’anni di storia della struttura, la strumentazione utilizzata a le sue attività, che spaziano dalla fotografia astronomica, alla ricerca di asteroidi e di pianeti extrasolari, alla spettrografia e all’astrofilatelia. Il tutto senza dimenticare lo spazio dedicato alle scuole e alla divulgazione. Verranno anche illustrati i viaggi in programma in occasione delle eclissi totali di sole del 2 luglio 2019 (Cile) e 14 Dicembre 2020 (Argentina).

Ore 14:30 “UAI: la divulgazione dell’astronomia” a cura di Giorgio Bianciardi (vicepresidente UAI)La Commissione Divulgazione UAI cura rubriche di informazione e approfondimento, soprattutto attraverso le proprie pagine web e social, che sono tra le più seguite, con centinaia di migliaia di contatti ogni anno, con picchi particolari in occasione degli eventi astronomici più seguiti e spettacolari (eclissi, transiti, ecc.). Il cielo del mese e le notizie da esso tratte e segnalate su facebook sono diventate un punto di riferimento per un pubblico sempre più vasto. Grazie ai contatti con la stampa, in particolare con l’agenzia ANSA, abbiamo l’opportunità di divulgare notizie a carattere astronomico su tutti i mezzi di informazione, enfatizzando il ruolo degli astrofili e riuscendo a raggiungere una platea molto ampia, a livello nazionale. La Commissione promuove e coordina eventi nazionali a cui aderiscono centinaia di associazioni e che coinvolgono un pubblico di centinaia di migliaia di persone.

Ore 15:30 “L’universo visto da Saint-­Barthélemy” a cura di Albino Carbognani (OAVdA)

L’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta (OAVdA) sorge dal 2003 a Lignan, frazione montana a oltre 1.600 metri di altitudine del Comune di Nus, nel vallone di Saint-­Barthélemy, in Valle d’Aosta. La ricerca scientifica originale, realizzata con continuità dal 2006, rappresenta l’attività più importante: i ricercatori in OAVdA hanno prodotto quasi 100 pubblicazioni scientifiche con peer review tra poster, atti di congresso in Italia e all’estero, articoli scientifici su riviste professionali internazionali, contributi per monografie sull’argomento. L’OAVdA risulta l’unico osservatorio astronomico regionale del nostro Paese i cui ricercatori sono associati all’INAF. Il patrimonio di conoscenze e competenze sviluppate nell’ambito della ricerca di base ha permesso al centro di impegnarsi, dal 2011 anche nel campo del trasferimento tecnologico, cioè nella traslazione di queste soluzioni dalla ricerca di base ad ambiti di potenziale interesse industriale e commerciale. L’OAVdA rappresenta quindi il principale centro del territorio valdostano per la ricerca di base, lo sviluppo delle relative tecnologie, la comunicazione al grande pubblico e alle scolaresche dell’astronomia e dell’astrofisica, a cominciare dalle nuove conoscenze generate proprio dalle attività in corso a Saint-­Barthélemy: un esempio di produzione e diffusione di cultura scientifica “a chilometro zero”.

Ore 16:30 “L’esperienza di RAMBO (Radar Astrofilo Meteorico Bolognese)” a cura di Lorenzo Barbieri (AAB Associazione Astrofili Bolognesi)

RAMBO (Radar Astrofilo Meteorico Bolognese) è un osservatorio dedicato alle meteore funzionante secondo la tecnica del meteor scatter. A differenza dei radar professionali, che beneficiano dell’uso di un trasmettitore e di più ricevitori, gli osservatori amatoriali utilizzano trasmettitori altrui. Analogamente ad altri, RAMBO utilizza un trasmettitore militare francese. A differenza di altre esperienze il nostro sistema è immune da interferenze e quindi da falsi positivi, misura il ritmo meteorico con campionamento a cinque minuti e misura un dato proporzionale alla massa del corpuscolo progenitore della meteora. La sensibilità dell’apparato permette di misurare meteore fino ad una magnitudine limite all’incirca intorno all’ottava. Il risultato è un’osservazione ininterrotta, notte e giorno, di un 80% di meteore sporadiche e di un 20% di meteore appartenenti a sciami: da quelli maggiori e più noti a quelli piccoli e piccolissimi.

Domenica 25 novembre

Apertura ore 10:00 Luigi Pizzimenti (Pres. ADAA) Alessandro Barazzetti (Segr. ADAA)

Saluti del Presidente e del Segretario, presentazione dell’Associazione e dei suoi progetti.

Ore 10:30 “Olimpiadi dell’Astronomia” a cura di Angelo Angeletti (direttore dell’Osservatorio Astronomico “Padre Francesco de Vico” di Serrapetrona e Consiglio Direttivo SAIt).

Le Olimpiadi Italiane di Astronomia sono una delle iniziative per le eccellenze promosse dal Ministero dell’Istruzione, della Università e della Ricerca (MIUR). Sono organizzate dalla Società Astronomia Italiana (SAIt) e dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). Alle Olimpiadi Italiane di Astronomia partecipano gli studenti del terzo anno della scuola secondaria di primo grado e quelli nati negli anni 2002, 2003, 2004 e 2005 frequentanti le scuole secondarie di secondo grado. La partecipazione è personale e si svolge in tre fasi successive: Preselezione, Gara Interregionale e Finale Nazionale; alla fine vengono selezionati 5 studenti che partecipano alle Olimpiadi Internazionali di Astronomia (IAO). Le prove di selezione sono basate su quesiti e problemi di Astronomia, Astrofisica o Cosmologia elementare.

Ore 11:30 “Encelado: Terra per alieni” a cura di Silvia Gingillo (AAAV Associazione Astrofili Alta Valdera)

Siamo soli nell’universo? Una delle domande che l’uomo si pone da sempre. Con le ultime scoperte principalmente fatte dalla sonda Kepler nell’ambito degli esopianeti, la risposta a questa domanda è cambiata radicalmente. Se prima conoscevamo solamente il nostro Sistema Solare, adesso conosciamo migliaia di sistemi stellari e solo nelle nostre immediate vicinanze. Con un piccolo sforzo di immaginazione possiamo veramente comprendere il grande numero di pianeti che esistono là fuori. Rimane il fatto che, almeno nell’immediato futuro, resta impensabile un viaggio per raggiungere anche il più vicino di questi pianeti. Non resta quindi che fare pratica con quello che abbiamo nel nostro Sistema Solare e vedere che anche qui, dietro l’angolo di casa, ci sono cose eccezionali che meritano la nostra attenzione. Come su Encelado, piccolo satellite ghiacciato di Saturno, dove sono presenti fenomeni molto interessanti nell’ambito dell’Esobiologia. Durante l’intervento vedremo insieme le promettenti ipotesi che le ultime ricerche hanno portato alla luce.

Ore 12:30 “SPAZIO MAGAZINE” a cura di Biagio Cimini (giornalista, ADAA)

“Spazio” è il magazine italiano (organo dell’Associazione ADAA) dedicato in particolare alla scienza astronautica. È gestito dai soci ADAA, ma costituito da una redazione aperta al contributo di appassionati ed esperti di tutto il mondo. “Spazio” è nato quasi per caso, dalla condivisa necessità di voler approfondire progetti, missioni e curiosità di un mondo in continua evoluzione. La prima uscita, poco più di un anno fa, raccontava di un lancio spaziale visto dal vivo, a Baikonur. E da allora, la redazione non si è più fermata, viaggiando, informando e raccontando ai lettori ogni emozione vissuta dagli autori. Spazio Magazine è tutto qui: una rivista vera, in carta e inchiostro, proprio come quelle che tanti anni fa, ci raccontavano il piccolo passo del primo uomo sulla Luna.

Ore 13:10 Saluti Finali e chiusura del ciclo di conferenze

Leggi anche l’articolo dedicato su Coelum astronomia di novembre

ADAA Associazione per la Divulgazione Astronomica e Astronautica
info@adaa.it – www.adaa.it
Evento in collaborazione con EXPO Elettronica
Media Sponsor Coelum Astronomia


Alla ricerca di Vita extraterrestre! Come riconoscere i segnali di vita sugli #esopianeti? E in quali condizioni possiamo aspettarci di trovarla? 
Di questo ma non solo nel nuvo numero di…

Coelum Astronomia di Novembre 
Ora online, come sempre in formatodigitale, pdf e gratuito.