Serie tv di fantascienza: il menù autunno/inverno 2018

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STRANIMONDI

Tra serie che riprendono, nuove storie che cominciano e alcune novità da tenere d’occhio, ecco cosa ci aspetta nei prossimi mesi.

Marco Boscolo 28 novembre 2018 alle 14:00

STRANIMONDI – La stagione si preannuncia molto calda, perché accanto a ritorni molto attesi di serie amatissime dal pubblico e dalla critica, l’autunno/inverno 2018-19 promette anche una serie di novità davvero interessanti, che coinvolgono anche nomi importanti della narrativa e della televisione fantascientifica. Così, abbiamo preparato un menù diviso in tre parti: le serie che riprendono e che secondo noi non vanno perse, le novità più attese e alcune proposte meno esposte all’hype internattiano, ma che vale la pena tenere d’occhio. Come sempre in queste occasioni, da ricordare che cerchiamo (con rarissime eccezioni) di rimanere fedeli alla fantascienza pura (quindi non troverete supereroi o il fantasy) e che le date di uscita nel nostro paese possono variare rispetto a quanto annunciato. Pronti? Via!

Serie che riprendono e che non si possono perdere


Doctor Who 11

La nuova stagione dello show BBC ha portato alla rivoluzione di un Dottore donna, interpretato dall’eccellente Jodie Whittaker. Le puntate sono già in programmazione in UK, ma da noi arriveranno dall’inizio del 2019 su RAI 4, ma i dettagli sono ancora sconosciuti. Intanto all’ultimo Comic-Con di San Diego, la produzione ha rivelato il nuovo cacciavite sonico del 13° Dottore.


Star Trek: Discovery

La guerra è finita e la Discovery si potrà dedicare alla sua missione naturale, ovvero l’esplorazione dell’universo. Dopo il successo, accompagnato da qualche polemica rumorosetta sulla continuity, Star Trek: Discovery torna con una stagione che il writing staff assicura risolverà le apparenti incongruenze tra l’arco narrativo appena concluso e il canone ufficiale. Molti sono i punti in sospeso, a cominciare dagli sviluppi legati a un personaggio che viene dal mirror universe, e c’è grande curiosità per vedere on deck il capitano Christopher Pike. Dall’inizio del 2019 su Netflix.


Cosmos: possible worlds

Neil deGrasse Tyson è riuscito nella non piccola impresa di riuscire a non sfigurare nel prendere le redini di un format di divulgazione che nella sua prima incarnazione ha avuto come presentatore un gigante come Carl Sagan. La nuova stagione dello show targato Fox (da noi dovrebbe arrivare all’inizio della primavera su Netflix) promette di occuparsi della “vita di alcuni scienziati poco noti al grande pubblico e della ricerca della vita extraterrestre”.

Grandi promesse


Good Omens

Amazon Prime raddoppia le proprie serie basate su romanzi di Neil Gaiman, uno degli autori più amati dagli appassionati di fantascienza e fantastico. Dopo la prima serie di American Gods, che ha però lasciato molti punti in sospeso, nel 2019 arriverà anche Good Omens, tratto dal romanzo che Gaiman ha scritto a quattro mani con il compianto Terry Pratchett. Gaiman, inoltre, è direttamente coinvolto nella scrittura della serie, per cui non ci si potrà lamentare se le scelte sono più o meno aderenti alla storia originale del diavolo Crowley (David Tennant) e l’angelo Aziraphale (Michael Sheen) intenti a scongiurare la venuta dell’Anticristo.


Nightflyers

Lo sappiamo, di serie tratte dai romanzi di George R.R. Martin, quella più attesa non è questa, ma una che parla di draghi e un trono. Ma non bisogna dimenticare che Martin è stato, fino a quest’ultimo clamoroso successo mondiale, anche un ottimo scrittore di fantascienza classica. Come quella di questa storia di recupero di un’astronave aliena da parte di un gruppo di scienziati. L’autore non è coinvolto direttamente nella produzione, targata SyFy, che dovrebbe debuttare l’8 dicembre negli Stati Uniti, mentre da noi dovrebbe arrivare su Netflix.

Da tenere d’occhio

Cominciamo da Weird City, una serie originale di YouTube Premiere, il servizio di streaming di casa Google che recentemente è stato completamente rinnovato e ha cominciato a interessarsi anche di fantascienza. Si tratta di una serie antologica ambientata in un futuro non molto lontano nella città di Weird e promette bene a cominciare dal nome del regista dei primi due episodi, Adam Bernstein, che ha lavorato a Fargo.

Addirittura con una star come Jennifer Connelly come protagonista, la serie di Snowpiercer, dovrebbe finalmente arrivare al debutto nel 2019 su TNT negli Stati Uniti (Netflix detiene i diritti internazionali), dopo che se ne è parlato tra stop and go, dal 2015. La storia è quella del film, ma visti i dieci episodi previsti, ci aspettiamo l’approfondimento di alcuni filoni narrativi e una maggiore esplorazione del mondo ghiacciato percorso dal lunghissimo treno.

Un tocco esotico potrebbe arrivare da The Protector, la prima produzione turca di Netflix, che però dal trailer sembra un po’ scontata, ma bisognerà aspettare il 14 dicembre per vedere e giudicare. Dalla Francia, sempre su Netflix, arriva invece Osmosis: in una parigi del futuro un’app di incontri è in grado di fare incontrare le anime gemelle accedendo ai cervelli degli utenti per trovare il perfect match.

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Leggi anche: Il silenzio di Hollowind

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Oggi Scienza (la ricerca e i suoi protagonisti)

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Mercoledì, Novembre 28, 2018

OggiScienza

Trieste e la scienza, storia e personaggi

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CULTURALIBRI

70 storie per raccontare le radici scientifiche di Trieste nel libro “Trieste e la scienza” di Davide Ludovisi e Federica Sgorbissa, edito da MGS Press.

Enrico Bergianti 27 novembre 2018 alle 11:00

LIBRI – Dal 4 al 10 luglio 2020 Trieste ospiterà ESOF, l’Euroscience Open Forum, e potrà fregiarsi del titolo di Capitale Europea della Scienza. L’assegnazione di questo prestigioso ruolo ha dato formale riconoscimento al profondo legame esistente tra il capoluogo giuliano e la scienza, una connessione profonda e simbiotica che affonda le radici nel diciottesimo secolo.

Nell’Ottocento, poi, Trieste diventa una città capace di attrarre scienziati di prim’ordine, come Humphry Davy, chimico britannico citato anche da Mary Shelley in Frankenstein che a Trieste ultima le sue ricerche sull’elettricità animale. La storia di Davy è solo una delle 70 che i giornalisti e comunicatori scientifici triestini Davide Ludovisi e Federica Sgorbissa – che è stata anche direttrice di OggiScienza – hanno raccolto nel volume Trieste e la scienza. Storie e personaggi (2018) edito dalla casa editrice MGS Press.

Il libro mostra come scienziati e medici, italiani e internazionali, di prim’ordine (ne citiamo solo alcuni: Sigmund Freud, Ludwig Boltzmann, Giacomo Ciamician, Erwin Schrödinger, Franco Basaglia, Margherita Hack, Dennis Sciama, Rita Levi-Montalcini) siano passati o abbiano comunque stretto un legame intellettuale e di vita con Trieste, i suoi moli, i suoi saliscendi e la sua inconfondibile personalità.

Il libro di Ludovisi e Sgorbissa è però qualcosa di più di un insieme di storie. La seconda parte del volume è infatti una sorta di guida turistico-scientifica ragionata che porta il lettore a scoprire tutti i luoghi triestini legati alla conoscenza scientifica, dai musei ai centri di ricerca passando per i luoghi naturalistici, gli ospedali e i giardini.

Budinich e Salam: la scienza oltre la guerra fredda

Volendo indicare una storia simbolica che racchiuda tutte le altre – una sorta di ideale title trackin questo album di 70 tracce – per noi è impossibile non fare riferimento alle storie incrociate di Paolo Budinich e Abdus Salam. L’incontro fra questi due grandi scienziati ha di fatto lanciato la lunga volata che si è conclusa con la nomina del capoluogo giuliano a Capitale europea della Scienza 2020.

Salam, Premio Nobel per la Fisica nel 1979, figura scientifica di primissimo piano, approda a Miramare per una conferenza nel 1960. In quegli anni Salam è convinto che serva l’istituzione di un centro internazionale di ricerca sulla fisica atomica, al fine di superare le divisioni geopolitiche della Guerra Fredda che nei fatti tagliano fuori i ricercatori di molti paesi emergenti.

Dopo un lungo e faticoso lavoro di cooperazione politica e scientifica – che vede la partecipazione anche di altre figure di primissimo piano come Edoardo Amaldi e Robert Oppenheimer – nel 1964 nasce l’ICTP, International Center of Theoretical Physics. Nonostante le resistenze di USA e Unione Sovietica il sogno di Budinich e di Salam – a cui oggi è intitolato l’ICTP – si concretizza e non potrebbe non farlo a Trieste, terreno di confine, crocevia di dialogo tra Occidente e Oriente.

Trieste multiculturale

Il libro non si limita a parlare delle storie dei personaggi, ma si occupa anche di Storia, quella con la S maiuscola. Lo fa tra le righe nelle varie biografie, ma anche in alcuni saggi che anticipano i racconti. Quali sono i motivi storici che rendono Trieste una città così vicina alla scienza? La scienza è confronto, scambio di idee, comunicazione, lavoro di squadra: per questo, una città multiculturale dove diversi saperi vengono a contatto parte avvantaggiata.

Trieste è una città multiculturale sin dal Settecento, come scrivono gli autori e anche il giornalista scientifico Pietro Greco nell’introduzione. Trieste è un epicentro di cultura, ospita comunità diverse e questa vitalità culturale è tuttora un patrimonio della città, erede della grande tradizione di altre capitali storiche del sapere umano: tra queste, Alessandria d’Egitto nell’antichità, Baghdad nel Medioevo, Firenze nel Quattrocento, oggi San Francisco, Ginevra e sicuramente anche Trieste.

Inizia tutto nel Settecento

Le radici di Trieste capitale della scienza risalgono al XVIII secolo. Non a caso, i personaggi raccontati nel libro si collocano temporalmente proprio a partire da questo secolo. Dal Settecento in poi la città, molto legata all’Austria, inizia a prosperare economicamente. Diventa città aperta, tollerante, ricca, anche alla moda.

Nell’Ottocento un giovane Karl Marx scrive un articolo nel quale racconta i grandi commerci di Trieste, protagonista di un vero boom economico. Trieste rimane un nodo della storia anche nel Ventesimo secolo. Nel 1946 Winston Churchill la cita come uno dei punti attraverso il quale passa la “cortina di ferro” che lacera l’Europa: Trieste è un territorio periferico sia dell’Italia sia del mondo occidentale nel suo complesso, una sorta di ultimo approdo prima dell’Europa comunista, in particolare della Jugoslavia del Maresciallo Tito.

Una collocazione che come abbiamo visto ha avuto un ruolo di prim’ordine nella nascita dell’ICTP, primo tassello sul quale si è poi costruito quel Sistema Trieste che ha portato la città a diventare la Capitale Europea della Scienza 2020.

InSight su Marte: perché studiare il “cuore” del pianeta rosso

Astrofisica/Astrophysics, Astronomia/Astronomy, Father George V. Coyne SJ - Director of the Vatican Observatory (1978 - 2006), Fisica/Physics, Geologia/Geology, Oggetti Volanti Non Identificati (OVNI)/Unidentified Flying Objects (UFO), Osservatori Astronomici/Astronomical Observatories, Osservatorio Europeo Australe (ESO)/European Southern Observatory (ESO), Padre George V. Coyne SJ - Direttore della Specola Vaticana (1978 - 2006), Pianeti del Sistema Solare/Planets of the Solar System, Pianeti Extrasolari/Extrasolar Planets, Progetto SETI/SETI Project, Sonde Interplanetarie/Interplanetary Probes, Specola Vaticana/Vatican Observatory, Storia dell'Astrofisica/History of Astrophysics, Telescopi Spaziali/Space Telescopes, Telescopio Spaziale James Webb/James Webb Space Telescope, Vita Extraterrestre/Extraterrestrial Life, Vita intelligente Extraterrestre/Extraterrestrial intelligent Life

SPAZIO

Monitorare l’attività sismica, il calore interno e la natura del nucleo: InSight punta a svelare la formazione ed evoluzione del pianeta rosso

Veronica Nicosia 27 novembre 2018 alle 7:00

SPAZIO – Alle ore 21.01 italiane la sonda InSight ha inviato il suo primo “beep” dal suolo di Marte. Un suono che ha echeggiato nella sala di controllo del Jet Propulsion Laboratory della NASA di Pasadena prima di lasciare a sorrisi e applausi tra gli scienziati. La sonda della missione partita lo scorso 5 maggio alla volta del pianeta rosso non solo è arrivata, ma è “ammartata” in sicurezza e ora si prepara a svelare i segreti del sottosuolo marziano anche grazie al contributo italiano dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), e con l’industria, grazie al contributo di Leonardo.

Crediti immagine: NASA

La discesa verso il suolo è iniziata alle 20.47 ora italiana alla velocità di 19800 chilometri orari. Alle 20.49 lo scudo termico ha raggiunto la temperatura di 1500 gradi, col rischio di blackout di comunicazione radio. Tutto è andato per il meglio, nonostante i timori degli scienziati, dato che la sonda utilizzava lo stesso sistema di discesa di Schiaparelli, che si è schiantata per un errore del software nel 2016. Insight invece è atterrata alle 20.54 e ha rassicurato con un “beep” inviato dopo 7 minuti di tensione, che ha tenuto col fiato sospeso gli scienziati che hanno lavorato al progetto.

Ora Interior Exploration using Seismic Investigations, Geodesy and Heat Transport, questo il nome esteso della missione, è pronta per studiare come il pianeta rosso si sia evoluto a livello geologico nei suoi 4.5 miliardi di anni di vita. La sonda esplorerà la crosta, il mantello e il nucleo marziano, cercando di determinarne la struttura e la composizione. Inoltre monitorerà l’attività sismica e la temperature interna del pianeta, ma anche l’attività tettonica e gli impatti di meteoriti odierni.

Per comunicare i dati alla Terra, InSight si avvale della collaborazione di due piccoli esperimenti, i Mars Cube One o MarCO: due piccole sonde che orbitano intorno a Marte e hanno permesso di miniaturizzare le comunicazioni spaziali attraverso la tecnologia dei CubeSat già utilizzati per il nostro pianeta. Se la loro sperimentazione andrà a buon fine, i MarCO rappresenteranno un nuovo sistema di comunicazione anche per future missioni verso altre destinazioni.

Perché studiare il sottosuolo di Marte?

Le precedenti missioni hanno esplorato solo la superficie del pianeta rosso, svelando i suoi canyon, i vulcani, le rocce e il suolo. Per cercare però i segni “vitali” di Marte è necessario indagare in profondità la sua struttura. Un perfetto laboratorio, secondo gli scienziati della NASA, per rispondere alle domande sulla formazione ed evoluzione dei pianeti rocciosi, come anche la Terra.

Sebbene a partire dal 1965 siano state oltre una decina le missioni arrivate su Marte, InSight è la prima nel suo genere. La sottilissima atmosfera del pianeta rende complicato l’atterraggio, così come le forti escursioni termiche in superficie richiedono rover e strumenti che siano in grado di operare in condizioni estreme.

Al contrario delle precedenti, avere una chiara visione della struttura interna marziana permetterà di entrare nel dettaglio della formazione e dell’evoluzione dei pianeti rocciosi, fornendo le basi per le esplorazioni di esopianeti anch’essi rocciosi simili proprio alla Terra e a Marte. Inoltre il sismometro destinato a misurare l’attività sismica sarà posizionato direttamente sul suolo marziano, al contrario di quelli disposti sulle sonde della missione Viking, che ottennero dati troppo sporchi di rumore.

Se infatti sulla Terra i terremoti sono provocati dall’attività tettonica, su Marte si ritiene che le scosse siano legate ad attività come il vulcanismo o ancora le rotture che si formano nella crosta del pianeta, oppure la propagazione di onde sismiche create dall’impatto di meteoriti. Le onde sismiche inoltre sono in grado di “illuminare” la struttura interna del pianeta e svelarne i differenti strati e le loro caratteristiche. Ad esempio, potrà svelare come si sono formati i vulcani quali anche Tharsis, il più grande del sistema solare. Studiando poi il flusso di calore che fuoriesce dal pianeta, sarà possibile determinare come l’energia sul pianeta guida i cambiamenti che si verificano in superficie.

Osservare Marte così da vicino, anzi dal suo interno, sarà per gli scienziati come entrare in una macchina del tempo. Se infatti pianeti rocciosi come la Terra e Venere hanno un’attività tettonica che ha distrutto gran parte delle prove della loro storia più antica, nel caso del pianeta rosso ci si trova davanti a una struttura che non si modifica da 3 miliardi di anni e che permetterà di studiarne da vicino la storia, facendone un pianeta “fossile” e per questo estremamente interessante.

Tre strumenti e due “cubi” per InSight

La missione si occuperà di monitorare l’attività sismica del pianeta rosso grazie al sismometro SEIS (Seismic Experiment for Interior Structure) che registrerà non solo i terremoti, ma anche le onde che viaggiano nell’interno per via di impatti di meteoriti con la superficie. La sonda HP3  (Heat Flow and Physical Properties Probe) invece si immergerà in profondità sotto la crosta del pianeta per misurare il calore sotterraneo, per confrontarlo con il flusso di calore della Terra e dare informazioni importanti sulla sua evoluzione.

Quando si forma un pianeta roccioso, infatti, il materiale si raccoglie in un processo noto col nome di “accrescimento”, per poi separarsi in strati durante il raffreddamento nel processo chiamato “differenziazione”. Un pianeta che segue questi processi avrà una stratificazione simile a quella terrestre, suddividendosi così in crosta, mantello e un nucleo solido ferroso.

Sarà compito invece dello strumento RISE (Rotation and Interior Structure Experiment) tenere traccia grazie alle sue antenne della localizzazione del rover con estrema precisione, in modo da studiare il movimento di oscillazione di Marte rispetto al suo asse e fornire preziose informazioni sulle caratteristiche del nucleo marziano, che potrebbe essere solido, liquido o suddiviso in due parti come quello terrestre.

Un’altra particolarità della missione riguarda i due “cubi” con cui InSight lavorerà in sinergia. La NASA infatti ha lanciato con la missione una nuova tecnologia sperimentale di comunicazione: due mini sonde chiamate Mars Cube One o MarCO, dei CubeSats che voleranno intorno a Marte e serviranno a testare il nuovo equipaggiamento di comunicazione miniaturizzata dallo spazio profondo.

Questi mini satelliti ad oggi hanno fornito agli scienziati immagini della Terra, della Luna e di Marte lungo il loro cammino fino alla destinazione, rivelandosi un successo anche nella sperimentazione ella tecnologia radio, le antenne e i sistemi di propulsione. Un successo che ne fa uno strumento ulteriore di comunicazione tra la sonda e la Terra oltre ai due principali “comunicatori” che saranno il Mars Reconnaissance Orbiter e il 2001 Mars Odyssey Orbiter della NASA.

La discesa sul pianeta rosso

Crediti immagine: NASA

Lanciata il 5 maggio 2018, l’ammartaggio di InSight è arrivato il 26 novembre dopo oltre sei mesi di viaggio.

L’atmosfera nella sala di controllo è stata tesa tra gli scienziati fino al primo “beep” che ne ha garantito l’atterraggio con successo. Una tensione dovuta al fatto che far atterrare una sonda su Marte non è un compito semplice per gli scienziati, anzi.

Solo il 40% delle missioni inviate su Marte finora ha avuto successo, in parte per via dell’atmosfera che è spessa appena l’1% di quella terrestre. Una condizione per cui le sonde non possono sfruttare l’atmosfera per essere rallentate e controllare l’atterraggio, ma necessitano di paracaduti e sistemi di decelerazione che, come nel caso di Schiaparelli nel 2016, potrebbero fallire.

Il fatto poi che la missione non abbia avuto bisogno di particolari caratteristiche del sito di atterraggio, se non una superficie piana e stabile con appena qualche roccia, ha facilitato il lavoro degli scienziati. Inoltre la sonda è stata progettata e sviluppata anche per atterrare in modo sicuro durante una delle violente tempeste di sabbia marziane, con un paracadute e uno spessore in grado di resistere sia alle temperature che ai forti venti.

La dotazione di InSight

Ad accompagnare la sonda nel suo viaggio fino a Marte uno strumento che parla italiano e che è stato realizzato dalla Leonardo negli stabilimenti di Campi Bisenzio, vicino Firenze: LaRRI, Laser Retro-Reflector for InSight, una semisfera composta da microriflettori di ultima generazione e sviluppata dall’INFN con il supporto dell’ASI.

Si tratta di strumenti passivi che non necessitano di manutenzione e funzionano nello spazio anche per molti decenni, consentendo di fornire grazie alla comunicazione con i satelliti orbitanti intorno a Marte la posizione accurata dei lander e dei rover durante l’esplorazione e che permetteranno anche di eseguire un test della relatività generale ipotizzata da Albert Einstein che è complementare a quello realizzato coi riflettori Apollo.

Microriflettori come LaRRi possono aiutare gli scienziati a raggiungere molteplici scopi, come ad esempio fungere da ripetitori per investigazioni lidar dell’atmosfera marziana oppure eseguire la diagnostica di comunicazioni laser  dall’orbita di Marte per coadiuvare l’ammartaggio delle future sonde come il nuovo rover della NASA Mars 2020 o ancora preparare la strada alla missione ExoMars dell’Agenzia spaziale europea (ESA).

Il 26 novembre con InSight si apre così un nuovo capitolo dell’esplorazione del suolo, e soprattutto del sottosuolo, marziano. Un capitolo che pone le basi per svelare la storia del pianeta rosso e con esso anche della Terra e degli esopianeti rocciosi che fino ad oggi abbiamo scoperto in lontani sistemi stellari. Ma soprattutto studiando le caratteristiche interne del pianeta si potrà finalmente rispondere anche alla domanda che da sempre incuriosisce scienziati e non: se Marte abbia o meno ospitato forme di vita nella sua storia passata.

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