Reti neurali per le atmosfere aliene

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L’ALGORITMO È DISPONIBILE SU GITHUB

Pubblicato su The Astronomical Journal uno studio guidato da Tiziano Zingales, dottorando allo University College di Londra e all’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Palermo, sul machine learning applicato all’astrofisica, e in particolare alla caratterizzazione delle esoatmosfere di Mario Guarcello   venerdì 23 Novembre 2018 @ 11:57

Il grafico mostra il confronto tra uno spettro simulato e lo spettro riprodotto da ExoGan di un pianeta dominato da acqua, nella finestra spettrale di Hst/Wfc3 (cliccare per ingrandire)

In questi anni lo studio dei pianeti extrasolariè evoluto dall’identificazione delle stelle con sistemi esoplanetari – attraverso il metodo dei transiti e delle velocità radiali (metodi che permettono anche una prima determinazione delle loro proprietà fisiche quali massa, dimensioni e densità) – alla caratterizzazione delle loro atmosfere, grazie a strumenti disponibili oggi come Wfc3, la Wide Field Camera 3 a bordo dell’Hubble Space Telescope. Durante i transiti, ossia quando il pianeta transita sul disco stellare lungo la nostra linea di vista, infatti, parte della luce stellare è filtrata dall’atmosfera dell’esopianeta. Questo lascia un’importante impronta nello spettro della stella, che presenta righe di assorbimento dei gas e delle molecole contenute nell’atmosfera dell’esopianeta.

Osservazioni spettroscopiche con elevati rapporti segnale/rumore, quindi, possono permetterci di studiare la composizione chimica delle atmosfere esoplanetarie, la loro stratificazione, e in principio di individuare la presenza di elementi chimici legati alla presenza di vita sul pianeta. Questo sarà uno degli obiettivi scientifici di Jwst, il successore dell’Hubble Space Telescope, che verrà lanciato in orbita nei prossimi anni, e il principale obiettivo della missione Ariel, dedicata alla caratterizzazione delle atmosfere esoplanetarie e che vede un forte coinvolgimento della comunità scientifica italiana.

Crediti: Eso

Il problema di risalire alla composizione chimica e alle proprietà di un’atmosfera esoplanetaria dagli spettri osservati è, però, un problema in principio mal posto. Si cerca, infatti, di ricostruire un sistema fisico parecchio complesso, che richiede modelli con molti gradi di libertà, a partire dalle poche informazioni presenti negli spettri osservati. Inoltre, il processo di convergenza di un modello di atmosfera con un adeguato livello di complessità richiede un numero di iterazioni molto elevato – centinaia di migliaia, se non milioni – implicando tempi di calcolo insostenibili.

Una possibile soluzione al problema è implementare allo studio delle atmosfere esoplanetarie algoritmi di intelligenza artificiale, ossia l’utilizzo di metodi statistici che hanno lo scopo di permettere a determinati algoritmi di calcolo di imparare e fare predizioni sui dati. In questo ambito risulta promettente l’uso delle reti neurali artificiali , che permettono al computer di imparare direttamente dai dati, generalizzando le informazioni e risolvendo problemi complessi. Questi algoritmi sono vagamente ispirati alla rete neuronale del cervello, dove i calcoli vengono eseguiti da gruppi neuronali interconnessi tra di loro dallo scambio di input e output.

Nell’articolo “ExoGAN: Retrieving Exoplanetary Atmospheres Using Deep Convolutional Generative Adversarial Networks” di Tiziano Zingales – dottorando allo University College di Londra e all’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Palermo, e ora ricercatore postdoc al Laboratoire d’Astrophysique di Bordeaux – è descritto l’algoritmo ExoGan (Exoplanet Generative Adversarial Network), adatto per identificare le molecole presenti in un’atmosfera esoplanetaria, studiarne l’abbondanza e determinare i parametri fisici dell’atmosfera dall’analisi degli spettri ad alta risoluzione. ExoGan è una deep convolutional generative advesarial network: un tipo di algoritmi deep learning particolarmente versatile, che può essere applicato a vari strumenti e tipi di esopianeti.

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Scoperti tre fari cosmici con fasci a raggi X

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GRAZIE A UN NUOVO MODELLO DI EMISSIONE

Di pulsar a raggi X se ne conoscono pochissime. Ma ora un team di scienziati, del quale fa parte anche Alessandro Papitto dell’Inaf di Roma, ha messo a punto un modello che indica come e dove cercarle. E dai primi risultati, pubblicati su ApJ Letters, pare proprio che funzioni in modo egregiodi Marco Malaspina   venerdì 23 Novembre 2018 @ 18:33

Una delle tre pulsar, Psr J1826-1256, vista dal telescopio spaziale X dell’Esa Xmm-Newton. Crediti: Esa/Xmm-Newton/J. Li, Desy, Germany

Più regolari di un orologio atomico, le pulsar sono fari cosmici che danno il ritmo all’universo, emettendo a intervalli costanti potenti fasci di luce. Non di luce visibile, però: tipicamente, la radiazione elettromagnetica che osserviamo provenire da queste trottole di neutroni è “luce radio” o “luce gamma”.

Alcune, in realtà, emettono anche “luce X”. Il problema è trovarle: a differenza dei telescopi sensibili ai raggi gamma, che hanno un ampio campo di vista, e possono dunque funzionare come una sorta di grandangolo, quelli sensibili alla radiazione X sono più simili a un teleobiettivo. Per individuarle occorre dunque un sistema che indichi su quali conviene “puntare”, anche in senso letterale. Ed è questo sistema – più propriamente, un modello in grado di prevedere l’emissione X di una pulsar della quale sia nota la sua emissione gamma – ciò che ha messo a punto un team di ricercatori guidato da Jian Li del Desy, il Deutsches Elektronen Synchrotron tedesco.

Messo alla prova, il modello – ora descritto sulle pagine di ApJ Letters – si è dimostrato estremamente produttivo e accurato. Dalla lista di pulsar con emissione gamma elencate nel secondo catalogo dello strumento Lat del telescopio spaziale Fermi della Nasa, il nuovo metodo ha consentito di selezionare tre pulsar, identificandole come candidati promettenti per l’emissione in banda X. Andando a verificare nei cataloghi dei due telescopi spaziali Xmm-Newton e Chandra – entrambi sensibili ai raggi X – se, in effetti, era presente questa emissione, la previsione del modello è stata pienamente confermata. «Non solo abbiamo rilevato pulsazioni in banda X da tutte e tre le pulsar, ma abbiamo anche scoperto che lo spettro dell’emissione X è praticamente identico a quello previsto dal modello», commenta soddisfatto Li.

Alessandro Papitto, ricercatore all’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Roma

«L’emissione di radiazione di alta energia (banda dei raggi X e raggi gamma) delle pulsar isolate è dovuta all’accelerazione di particelle nella magnetosfera della pulsar, e alla loro interazione con le linee del campo magnetico», spiega a Media Inaf uno dei coautori dello studio, Alessandro Papitto, dell’Inaf di Roma. «Su 200 pulsar di raggi gamma conosciute, però, solo il 10 per cento è stato visto emettere pulsazioni in raggi X. Il modello su cui si basa l’articolo fa una predizione della quantità di raggi X emessi sulla base dell’emissione di raggi gamma osservata. In questo modo sono stati selezionati dei candidati, e in effetti due sorgenti sono state effettivamente osservate come pulsar X per la prima volta, e per una terza pulsar si è confermata una rivelazione precedente».

Data la scarsità di sorgenti conosciute, la scoperta di queste tre pulsar X ha un notevole rilievo scientifico: comporta infatti un aumento significativo del numero totale di pulsar note per emettere raggi X non termici, ovvero prodotti dai meccanismi ai quali accenna Papitto, e in particolare dalla cosiddetta emissione di sincrotrone. Ora il team si aspetta che nei prossimi anni, grazie alla capacità del modello di indicare esattamente dove cercarle, ne verranno scoperte molte altre. Ma avere un campione consistente di pulsar X non è interessante solo per gli astrofisici: queste sorgenti, proprio per la loro natura di fari cosmici ultra-regolari, potranno essere sfruttate anche per le future attività di navigazione nello spazio.

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Cheops, meno di un anno al lancio

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MISURERÀ LA DIMENSIONE DEGLI ESOPIANETI

L’Agenzia spaziale europea ha fissato la finestra di lancio della durata di un mese per il “Characterising Exoplanet Satellite”: lascerà la Terra a partire dal 15 ottobre 2019, con un lanciatore Soyuz, dallo spazioporto di Kouroudi Marco Malaspina   lunedì 26 Novembre 2018 @ 09:54

L’adesivo scelto per rappresentare la missione è opera di un giovane grafico sloveno, Denis Vrenko. Crediti: Esa

La data esatta ancora non è decisa, ma il periodo sì: fra il 15 ottobre e il 14 novembre 2019. Una finestra di un mese, annunciata venerdì scorso dall’Agenzia spaziale europea, per il lancio della prima delle missioni di classe small del programma “Cosmic Vision 2015-2025”: Cheops, il misura-pianeti. Compito principale di questo piccolo telescopio spaziale non sarà infatti scoprire nuovi pianeti extrasolari, bensì misurare con precisione la taglia di quelli dei quali conosciamo solo la massa, così da poterne ricavare la densità – e dunque poter formulare ipotesi sulla loro struttura interna e sulla presenza di un’atmosfera.

«L’assegnazione di uno slot preciso non solo ci rende molto felici ma permetterà adesso, nei prossimi mesi, di raffinare il programma osservativo con grande dettaglio, specialmente per i primi mesi di osservazione del satellite», spiega a Media Inaf Isabella Pagano, ricercatrice all’Inaf di Catania, responsabile in Italia per Cheops e project manager del telescopio.

«Nel corso di quest’anno il telescopio che abbiamo disegnato, costruito e testato noi dell’Inaf assieme all’Asi e Leonardo», aggiunge Roberto Ragazzoni, direttore dell’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Padova e instrument scientist del telescopio di Cheops, «è stato integrato sul satellite, che sta ultimando tutti i controlli previsti per affrontare finalmente la campagna di lancio».

Il lancio, gestito da Arianespace, avverrà con un razzo Soyuz dallo spazioporto europeo di Kourou, nella Guyana francese. Un lancio per due: a bordo del razzo, sarà presente, infatti, un secondo satellite, uno dei quattro della costellazione italiana Cosmo-SkyMed. I due “passeggeri” si separeranno poco dopo l’ascesa per “scendere” ciascuno alla propria orbita di lavoro: 620 km dalla Terra per Cosmo-SkyMed, 700 km per Cheops.

Una volta in orbita, a finire nel mirino di Cheops saranno, in particolare, stelle note per ospitare esopianeti con dimensioni comprese fra quella della Terra e quella di Nettuno. La stima precisa del diametro di ciascun pianeta avverrà sfruttando il metodo dei transiti: essendo rivolto a esopianeti già noti, Cheops saprà in anticipo quando stanno per passare davanti alla propria stella, e dunque li attenderà al varco, così da poterne calcolare le dimensioni misurando esattamente di quanto la luminosità della stella si riduce a causa del parziale oscuramento. Misure che si faranno via via più precise man mano che i transiti si ripeteranno, consentendo agli scienziati di stimare le dimensioni anche dei pianeti più piccoli – quelli, appunto, più simili alla Terra.

Guarda il servizio video di MediaInaf Tv:

Ombre rotanti fanno luce sul sistema V4046 Sgr

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  • VISTE DALLO STRUMENTO SPHERE INSTALLATO AL VLT

La stella centrale è in realtà un sistema binario, un faro al contrario che oscurando una parte del disco chiarisce le sue caratteristiche. La ricerca è stata pubblicata su Nature Astronomy ed è guidata da Valentina D’Orazi dell’Inaf di Padova di Redazione Media Inaf   lunedì 26 Novembre 2018 @ 18:23

Grazie allo strumento Sphere installato al Very Large Telescope (Vlt) dell’Eso, in Cile, un gruppo internazionale di ricercatori guidati da Valentina D’Orazi dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) di Padova ha “fotografato” delle ombre rotanti proiettate sul disco di gas e polveri che circonda la stella denominata V4046 Sgr, identificando per la prima volta la causa di questo fenomeno. V4046 Sgr è infatti composta da due astri e la loro posizione e il loro moto producono delle zone di minore illuminazione sul disco circostante che seguono gli spostamenti della coppia di stelle.

Ombre rilevate sul disco circumbinario del sistema V4046 Sgr (20 milioni di anni). Questo intrigante fenomeno è legato all’eclissi della sistema binario centrale: quando la stella primaria eclissa parzialmente la stelle secondaria, il flusso che illumina la superficie del disco viene significativamente ridotto.
Crediti: V. D’Orazi/Sphere/Inaf

I dati raccolti dagli esperti, fra i quali anche altri nove ricercatori dell’Inaf, nell’ambito della survey Shine (Sphere infrared survey for exoplanets) hanno rivelato che – in osservazioni ottenute in momenti diversi – le ombre sul disco si spostano. Questo è dovuto al fatto che la stella centrale è in realtà un sistema binario con due componenti molto vicine: il loro periodo orbitale è di soli 2,4 giorni. Una delle due stelle oscura la luce proveniente dall’altra componente, producendo ombre sul disco che si spostano seguendo il moto orbitale della binaria. Questa scoperta viene pubblicata oggi sulla rivista Nature Astromomy.

Animazione del sistema V4046 Sgr (non in scala). Credit: Marco Dima (INAF di Padova)

La presenza di ombre sui dischi protoplanetari sono già state propostein precedenza per spiegare alcune osservazioni ma questa è la prima volta che l’origine delle ombre viene determinata in modo univoco e ciò consente di ottenere in modo del tutto nuovo alcune caratteristiche geometriche del disco.

«L’arrivo dell’ombra sul disco», spiega D’Orazi, prima autrice dello studio, «è leggermente in ritardo rispetto alla fase del sistema binario, a causa del tempo impiegato dalla luce a raggiungere il disco, formato da due anelli situati a 14 e 29 unità astronomiche dalla binaria (l’unità astronomica è la distanza che separa la Terra dal Sole, ed è pari a circa 150 milioni di chilometri). Misurando questo ritardo, otteniamo una misura della distanza del sistema in ottimo accordo con la determinazione ottenuta recentemente con la missione spaziale Gaia».

Valentina D’Orazi, Inaf di Padova

E aggiunge: «La profondità dell’ombra è invece legata all’angolo di apertura del disco – il cosiddetto flaring angle – e al suo spessore. In pratica abbiamo come una specie di faro al contrario, che oscurando una parte del disco e lasciando illuminata la parte rimanente ci fa capire come è fatto».

Oltre alla scoperta delle ombre, il sistema di V4046 Sgr mostra altre particolarità, come la presenza di gas all’interno del disco, inattesa in relazione al suo attuale stadio evolutivo. «Il gas trovato ci fa apparire il disco di V4046 Sgr più ‘giovane’ di quanto atteso per una struttura che ha un’età di 20 milioni d’anni. Questa apparente longevità necessita di ulteriori studi, potrebbe essere legata al fatto che la stella centrale sia una binaria», specifica Silvano Desidera dell’Inaf di Padova.

«La nostra tecnica apre la strada all’esplorazione di altri sistemi binari, fornendo una stima indipendente della distanza e dell’angolo di flaring, parametro cruciale per la modellizzazione dei dischi circumstellari», conclude Raffaele Gratton, anch’egli dell’Inaf di Padova.

Guarda il servizio video sul canale YouTube MediaInaf Tv.

Per saperne di più:

  • L’articolo “Mapping of shadows cast on a protoplanetary disk by a close binary systemdi V. D’Orazi (Inaf di Padova) et al. è stato pubblicato sulla rivista Nature Astronomy. Oltre ai già citati S. Desidera e R. Gratton e a colleghi di diversi istituti in tutto il mondo, lo studio è stato firmato anche da altri ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica: D. Mesa (Inaf di Padova), E. Giro (Inaf di Padova e di Brera), S. Benatti (Inaf di Padova), E. Rigliaco (Inaf di Padova), E. Sissa (Inaf di Padova), T. Scatolin (Inaf di Padova e Dipartimento di Fisica e Astronomia, Università di Padova) e M. Damasso (Inaf di Torino)

Gli scienziati di Ska si sfidano sui dati del futuro

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LA PRIMA CHALLENGE SU GALASSIE E AGN

Create 9 immagini simulate ad alta risoluzione in cui scovare e identificare le sorgenti. L’obiettivo è di preparare la comunità scientifica al tipo di dati che riceveranno dalle osservazioni Ska con le antenne a medie e basse frequenze, dislocate tra Africa e Australiadi Eleonora Ferroni   martedì 27 Novembre 2018 @ 13:07

Una delle immagini della SKA Science Data Challenge, che mostra un grande nucleo galattico attivo (AGN) come se fosse osservato dalle antenne sudafricane SKA-mid a 1,4 GHz. Crediti: SKA Organization

Ha preso il via la prima Science Data Challenge del progetto Square Kilometre Array (Ska), una vera e propria sfida per gli astronomi che offre un assaggio delle immagini altamente dettagliate che verranno prodotte nei prossimi anni dalle antenne di Ska, dislocate tra Africa e Australia. La sfida prevede che gli scienziati analizzino una serie di immagini ad alta risoluzione create mediante simulazioni di dati. I ricercatori sono invitati a scaricare le immagini (da questo sito) e utilizzare il proprio software per trovare, identificare e classificare le sorgenti.

L’obiettivo principale di queste sfide è preparare la comunità scientifica al tipo di dati che riceveranno dalle osservazioni Ska e raccogliere un prezioso feedback che aiuterà con lo sviluppo delle procedure di raccolta ed elaborazione dei dati.

In questa prima fase gli scienziati hanno a disposizione 9 immagini da 4 Gb l’una, di circa 32mila pixel su ciascun lato. Le immagini mostrano come le antenne Ska1-mid (braccio sudafricano della prima fase del telescopio Ska che sarà composto da 133 antenne a parabola) potranno osservare il cielo radio a tre diverse frequenze (560 MHz, 1.4 GHz e 9.2 GHz) e a tre profondità.

«Con l’annuncio della prima release della Ska Science Data Challenge la comunità astronomica è finalmente in grado di avere un primo approccio ai potenziali scientifici di Ska. In questa fase l’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) è presente con le sue e-infrastructure tramite il centro dati IA2 (Italian center for Astronomical Archive). Ia2@Inaf ha fornito la piattaforma tecnologica per supportare il rilascio dei primi dati simulati all’intera comunità mondiale, primo passo verso la presenza di Inaf nei futuri Ska Regional Center», ha spiegato Riccardo Smareglia a capo dell’ufficio di Ict e Science Data Management dell’Inaf.

Anna Bonaldiproject scientist di Ska che ha guidato la challange, ha detto: «Questa è una rappresentazione eccezionalmente dettagliata del cielo e offre una grande quantità di informazioni per gli astronomi. Queste immagini sono già molto complesse ma sono solo una frazione delle dimensioni di un’immagine Ska completa, quindi possiamo pensare a questo come a un “riscaldamento”».

Per creare le immagini, Bonaldi ha utilizzato un modello statistico per le molteplici sorgenti in tutto l’Universo, sulla base delle più recenti rilevazioni del cielo effettuate su molte frequenze diverse. Questo le ha permesso di prevedere ciò che le antenne Ska saranno in grado di vedere. Ci sono circa 10 milioni di sorgenti divise in due categorie, galassie a formazione stellare come la nostra Via Lattea e i Nuclei galattici attivi (Agn), prelevate dall’Atlas of Dragns dell’Università di Manchester, un catalogo di immagini di radio galassie.

«È un momento importante del nostro viaggio verso la consegna dei risultati scientifici con i telescopi Ska», ha sottolineato il direttore generale della Ska Organization Philip Diamond.Le risposte a questa prima sfida, che potranno essere presentate entro il 15 marzo 2019, saranno valutate e presentate alla Ska Science Conference il prossimo aprile.

Le stelle del Cigno sotto la lente di Chandra

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A QUASI 5 MILA ANNI LUCE DA NOI

Passate al setaccio le emissioni nei raggi X di alcune migliaia di stelle nella regione Cygnus OB2 registrate dal telescopio spaziale Chandra della Nasa. Il team di ricercatori guidato da Ettore Flaccomio dell’Inaf di Palermo ha derivato alcune proprietà fondamentali di quegli astri, tra cui temperature e abbondanze degli elementi presenti nella coronadi Mario Guarcello   martedì 27 Novembre 2018 @ 15:46

Una immagine composita della regione Cygnus OB2.
Crediti: per le osservaioni in raggi X, Nasa/Cxc/Sao/J.Drake et al, per le osservazioni in banda ottica, Univ. of Hertfordshire/Int/Iphas, per l’infrarosso Nasa/Jpl-Caltech

Le associazioni stellari OB sono oggetti di grande interesse scientifico. Contengono infatti una ricca popolazione stellare giovane tra cui stelle di classe spettrale O e B, con una massa maggiore di 7 volte quella solare. Pur essendo rare se paragonate alle stelle di piccola massa, queste stelle sono estremamente importanti per la loro influenza sull’ambiente circostante, la nebulosa da cui si sono generate e le stelle di piccola massa vicine, nonchè per l’arricchimento chimico della Galassia. Ad esempio, la loro intensa emissione di raggi ultravioletti riscalda e modella la nebulosa da cui si sono formate, influenzando il processo di formazione stellare e probabilmente inducendo la produzione di nuove generazioni stellari, incidendo anche sul processo di formazione planetaria nelle stelle di piccola massa vicine.

Le stelle massive inoltre producono intensi venti stellari. Quando i venti prodotti da stelle diverse collidono, possono produrre emissione di raggi X molto energetici, oltre 1 keV di energia, ovvero parecchie centinaia di volte maggiori di quella associata ai fotoni della luce visibile. Infine, queste stelle esplodono in supernove in pochi milioni di anni, generando un’onda d’urto che può avere un grande impatto su nubi e stelle circostanti ed arricchendo il mezzo interstellare degli elementi chimici pesanti prodotti nel cuore delle stelle progenitrici.

L’associazione OB Cygnus OB2 (o CygOB2 in breve) nella costellazione del Cigno è l’associazione OB più massiva nel raggio di 5mila anni luce di distanza dal Sole. Con una popolazione che conta più di 10 mila stelle giovani di piccola massa con un’età di circa 3 milioni di anni e diverse centinaia di stelle massive, tra cui 2 stelle O3 (circa 60 volte la massa del Sole, le stelle più massive esistenti), CygOB2 è il miglior laboratorio esistente in natura per studiare la formazione stellare in presenza di una ricca popolazione di stelle massive.

Questa è stata la motivazione principale del progetto internazionale Chandra Cygnus OB2 Legacy Project: un progetto internazionale a guida CfA (Center for Astrophysics, Cambridge, Ma, Usa) basato su osservazioni ai raggi X di CygOB2 ottenute con l’osservatorio spaziale Chandra della Nasa, e che vede un forte coinvolgimento di astronomi dell’Istituto nazionale di astrofisica.

L’astronomo Ettore Flaccomio dell’Inaf – Osservatorio astronomico di Palermo fa parte del team del progetto, con il compito di analizzare le immagini ai raggi X ottenute con il satellite Chandra per derivare le luminosità ai raggi X e le proprietà coronali delle stelle di piccola massa associate a CygOB2. L’emissione ai raggi X di queste stelle, infatti, proviene principalmente dalla loro corona, ossia l’atmosfera stellare formata da plasma poco denso ed a temperature di vari milioni di gradi. Le proprietà del plasma coronale, e la luminosità ai raggi X di queste stelle, possono essere ottenute confrontando con metodi statistici opportuni lo spettro ai raggi X (ossia la distribuzione in energia dei fotoni osservati dal satellite) di ciascuna stella con modelli teorici di emissione da plasma coronale.

Da questa analisi, il gruppo di ricerca guidato da Flacconio ha derivato, oltre la luminosità delle stelle ai raggi X, anche la temperatura media del plasma in corona e l’assorbimento medio della radiazione da parte del mezzo interstellare. Gli autori del nuovo studio – accettato per la pubblicazione su The Astrophysical Journal Supplement e che verrà pubblicato nel numero speciale dedicato al progetto – hanno anche stimato le abbondanze chimiche coronali medie di queste stelle, verificando che sono del tutto simili ad altre regioni di formazione stellare ben studiate.

Per saperne di più:

Astronomia complessa nell’arte preistorica

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SIMBOLI ANIMALI SAREBBERO COSTELLAZIONI

Finora si pensava che la precessione degli equinozi fosse stata scoperta dagli antichi Greci. Analizzando pitture rupestri risalenti fino a 40mila anni fa, una coppia di ricercatori del Regno Unito ha ora avanzato l’ipotesi che tale consapevolezza fosse posseduta già in epoca preistoricadi Stefano Parisini   mercoledì 28 Novembre 2018 @ 18:35

Il pilastro 43 a Gobekli Tepe, in Turchia. Crediti: Alistair Coombs

Alcune delle opere d’arte più antiche del mondo hanno rivelato come i popoli che le hanno realizzate potessero possedere una conoscenza dell’astronomia più avanzata di quel che si riteneva finora.

In un articolo pubblicato su Athens Journal of HistoryMartin Sweatman dell’Università di Edimburgo e Alistair Coombsdell’Università del Kent illustrano i risultati dell’analisi da loro compiuta su dettagli di reperti artistici del Paleolitico e Neolitico contenenti simboli animali, presso siti archeologici in Turchia, Spagna, Francia e Germania.

I due autori hanno trovato che in tutti i siti è stato utilizzato lo stesso metodo di calcolo della data basato su conoscenze relativamente sofisticate di astronomia, nonostante i manufatti artistici analizzati siano stati prodotti anche a decine di migliaia di anni di distanza l’uno dall’altro.

Le antiche opere prese in considerazione, secondo gli autori del nuovo studio, non sono semplicemente raffigurazioni di animali selvatici, come ritenuto in precedenza: i simboli animali rappresentano costellazioni nel cielo notturno e venivano utilizzati per rappresentare date specifiche e contrassegnare eventi particolari, come l’impatto di una cometa.

Precessione dell’asse terrestre. Crediti: Ereenegee / Wikipedia

I ricercatori ritengono che, forse già 40mila anni addietro, gli umani tenevano traccia del tempo utilizzando anche la conoscenza di come lentamente cambia la posizione delle stelle nel corso di migliaia di anni, un fenomeno causato dal graduale spostamento dell’asse di rotazione terrestre. La scoperta di questo fenomeno, chiamato precessione degli equinozi, è usualmente attribuita agli antichi Greci.

Lo studio mostra come attorno all’epoca in cui i neanderthaliani si estinguevano, e forse ancora prima che il genere umano si stabilisse nell’Europa Occidentale, i nostri progenitori avrebbero avuto la capacità di calcolare la data fino a 250 anni in avanti.

I ricercatori hanno interpretato alcune sculture in pietra presso il sito Gobekli Tepe, in Turchia, come il memoriale di un devastante impatto cometario avvenuto attorno all’11000 AC, un evento che si ritiene avere avviato una mini era glaciale, conosciuta come il periodo del Dryas recente.

Pittura rupestre denominata “scena del pozzo” nelle Grotte di Lascaux, in Francia. Crediti: Alistair Coombs

Inoltre, i due autori ritengono di avere decodificato anche quello che è probabilmente la più nota tra le opere d’arte antica, la “scena del pozzo” nelle Grotte di Lascaux in Francia. La pittura rupestre, che presenta un uomo morente e diversi animali, potrebbe commemorare un altro impatto cometario, avvenuto attorno al 15200 AC.

«I primi esempi di arte rupestre mostrano che le genti dell’epoca avevano una conoscenza avanzata del cielo notturno durante l’ultima Era glaciale», commenta Sweatman. «Questi risultati sostengono una teoria di impatti cometari multipli nel corso dello sviluppo umano e probabilmente rivoluzionerà il modo in cui sono viste le popolazioni preistoriche».

Per saperne di più:

  • Leggi l’anteprima dell’articolo pubblicato in Athens Journal of History “Decoding European Palaeolithic Art: Extremely Ancient Knowledge of Precession of the Equinoxes”, di Martin B. Sweatman & Alistair Coombs