Live – Sotto il cielo di SKA

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Trasmesso dal vivo in streaming il 6 apr 2019

Il progetto SKA, che sta per Square Kilometre Array, sarà il più grande radiotelescopio mai costruito dall’uomo, arrivando – come dice il nome stesso – a un’apertura totale di un chilometro quadrato. Per saperne qualcosa di più di questo incredibile progetto, che promette di rivoluzionare la radioastronomia, abbiamo invitato alcuni degli italiani che ci lavorano ogni giorno: Eleonora Ferroni, Jader Monari e Grazia Umana dell’Inaf e Maria Grazia Labate della sede SKA di Manchester.
A condurre l’incontro Elisa Nichelli.

MediaInaf Tv è il canale YouTube di Media Inaf (http://www.media.inaf.it/)

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Scienze e tecnologie
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Quel che cometa non è…

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“Solo lo stupore conosce” (Gregorio di Nissa)

Il famoso catalogo di Messier era fatto così, una lista di cose che non sono comete, al fine di aiutare gli astronomi evitando loro perdite di tempo.

Difatti le comete erano, al tempo (intorno alla metà del settecento) tra le cose certamente più interessanti da osservare, e togliere di mezzo oggetti di “scarsa rilevanza” era una esigenza tale da motivare Charles Messiera compilare un catalogo che – ironia della sorte – l’avrebbe reso famoso proprio per quello che contiene.

Il primo oggetto del suo catalogo è la celebre Nebulosa del Granchio, appunto nominata Messier 1 (M1 per andare per le spicce).

Il secondo oggetto, che abbiamo già accennato l’altra settimana, è invece questa meraviglia qui.

Crediti: ESA/Hubble & NASAG. Piotto et al.

Messier 2 (M2, appunto) è uno dei più grandi ammassi globulari che popolano l’alone della nostra Galassia. Ce ne sono più di centocinquanta, e sono stati accuratamente studiati tanto che esistono cataloghi delle loro caratteristiche.

Questa che ammirate è una foto dei quaranta anni luce centrali di questo incredibile ammasso di stelle. L’ammasso è noto anche con il nome alternativo di NGC 7089 e il suo diametro si allarga per circa 175 anni luce. Si ritiene che contenga circa 150.000 oggetti stellari.

Molto di quello che sappiamo riguardo le stelle, lo dobbiamo a questi ammassi. Difatti, avere la possibilità di studiare ambienti così popolati, dove le stelle di dividono per una grande varietà di caratteristiche (grandi, piccole, in fasi particolari dell’evoluzione…) e allo stesso tempo vantano alcune caratteristiche in comune (età e composizione chimica, almeno in prima approssimazione) ha aiutato moltissimo nello sviluppo della disciplina dell’evoluzione stellare.

Questi oggetti non sono solo suggestivi, a vedersi. Sono stati, storicamente, la nostra porta di accesso alla comprensione accurata del fenomeno stella. Ancora oggi tanti interrogativi sulla dinamica degli ammassi globulari attendono una risposta compiuta.

Ciò che cometa non è, insomma, ha ancora molto da dirci. E l’Universo può essere pensato come un sistema complesso, che ci invia un flusso di informazione virtualmente infinita. A noi, alla nostra capacità di ricezione, cogliere e decifrare quel canale, quella frequenza, che abbiamo imparato a capire, che possiamo mappare nella nostra mente.

Charles Messier, probabilmente, non avrebbe avuto grandi speranze di comprendere davvero, se per ipotesi fosse arrivato un uomo dal futuro a parlargli di materia ed energia oscura. Il moto delle comete era l’astronomia di frontiera, era quello il canale su cui l’uomo poteva sintonizzarsi. Molto doveva avvenire perché la mente umana si preparasse a ragionare di temi che oggi, peraltro, sono nell’immaginario comune.

Tra la panoplia di messaggi dal cosmo, scegliamo quello che possiamo comprendere, momento per momento. Che sempre ci dice qualcosa di nuovo.

Se appena ascoltiamo, cioè. Se ci poniamo in ricezione, facendo spazio, lasciando stemperare pensieri e preoccupazioni quotidiane. Facendo silenzio, perché arrivi quel segnale dal cosmo, debolissimo e prezioso, esilissimo e luminoso, che sempre ci spinge avanti. Nella conoscenza di ciò che è lontanissimo, ma anche di ciò che è profondamente innestato in noi, figli delle stelle quali indubbiamente siamo.

PUBBLICATO DA

Marco Castellani

Ricercatore astronomo, appassionato di letteratura, musica, computer e programmazione. Marito, papà  di quattro. http://www.marcocastellani.meVisualizza tutti gli articoli di Marco Castellani

Prima immagine di un buco nero

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“Solo lo stupore conosce” (Gregorio di Nissa)

Ormai l’avrete già vista dappertutto. In due giorni appena è diventata una delle immagini più onnipresenti nel web. E questa volta è una immagina scientifica. E molto, moltissimo umana.

E’ una immagine che parla di un grande risultato della scienza – la prima volta che si ottiene una immagine di un buco nero – e di un grande risultato dell’uomo. Direi questo, soprattutto.

Cerchiamo di capire perché. Bene, la cosa in sé la sapete, inutile aggiungere altre descrizioni, oltre a quelle già molto accurate che si sono affacciate in rete: quella che già viene chiamata la foto del secolo è una immagine del buco nero supermassiccio nella galassia M87, acquisita tramite l’Event Horizon Telescope (Eht, in breve). Vediamo qualcosa che non si era mai visto. Riusciamo ad avere una immagine di un oggetto enorme, smisurato e lontanissimo. Un oggetto che appartiene ad una classe, quella dei buchi neri, che quando ero ragazzo era trascritta nei libri di testo con la doverosa specifica di ipotetica.

Già, fino a non molti anni fa i buchi neri erano ipotesi di lavoro, appena.

E ora, invece, vediamo questo.

Crediti: The Event Horizon Telescope

Cerchiamo di allargare lo sguardo. Cosa sta accadendo in questi anni? Sta acquisendo una dignità di esistenza nel nostro linguaggio comune una teoria, una immagine di cielo, che fino a ieri pareva fuori dalla nostra portata. La rilevazione delle onde gravitazionali, e ora l’immagine del buco nero, sono gli eventi che suggellano questo cambiamento, questo turning point.

Un nuovo mondo si affaccia alla nostra percezione, usando mille nuovi segnali. Un nuovo linguaggio, anche (come è sempre stato). Perché il linguaggio è importante, è fondamentale per come noi leggiamo, per come viviamo il cosmo. E’ la nostra interfaccia con quanto accade nel mondo “esterno”. Per questo non è così fuori luogo tirare in ballo perfinola poesia, anzi osar dire che i poeti devono riprendersi il cosmo. Perché è ormai urgente elaborare un nuovo linguaggio, un linguaggio che avvolga di parole, vere, profonde, le nuove cose che ci arrivano dal cielo, i nuovi segnali che entrano irreversibilmente a far parte delle nostre vite. Un linguaggio che ci permetta davvero, e di nuovo, di “fare casa”, nel cosmo.

Dicevamo di un grande risultato dell’uomo, anche. E vogliamo chiudere con questo dato: l’immagine che ammiriamo oggi è un risultato – soprattutto è questo – frutto di una estesa e complessa rete di collaborazione. Leggendo pazientemente i resoconti di questa scoperta si comprende, in modo molto limpido e bello, come niente di questo sarebbe stato minimamente possibile se questa esteso network di relazioni (che raggiunge paesi diversi, culture differenti, persone diversissime tra loro) non si fosse potuto dispiegare in tutta la sua ampiezza. Una rete grande come la Terra. E stavolta, non tanto per dire. Ma per davvero, nel senso più letterale possibile: gli otto grandi radiotelescopi hanno infatti simulato, lavorando assieme, un solo unico strumento che abbraccia tutto il globo.

Qui non ci sono confini, non ci sono porte (e porti) chiusi, non c’è difesa preventiva del proprio ambito (di esperienza, di conoscenza), non c’è il prima noi. O meglio, c’è sempre tutto questo, c’è anche sempre tutto questo: c’è, perché siamo umani. Ma la cosa che conta è un’altra (ed è il segno più bello, forse, dell’essere umani) : è che c’è lo slancio a superare il gioco di piccola sponda, la conta egoistica del dare e avere, perché si intravede un obiettivo perseguibile, condiviso, comune.

E quello che si intravede è più bello, assai più bello, di quanto si teme di perdere.

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Marco Castellani

Ricercatore astronomo, appassionato di letteratura, musica, computer e programmazione. Marito, papà  di quattro. http://www.marcocastellani.meVisualizza tutti gli articoli di Marco Castellani