Il fisico Zichichi: «l’esistenza della scienza prova che siamo figli di una logica, non del caos»

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NEWS

Unione Cristiani Cattolici Razionali | Mar 06, 2017

Molto interessante la recente riflessione del celebre fisico italiano Antonino Zichichi. A lungo diversi esponenti del mondo anticlericale hanno messo in dubbio la sua autorità scientifica avendo più volte affermato di credere in Dio grazie alla scienza.

Tuttavia, ancora oggi, Zichichi risulta avere un H-index (indice di impatto sul mondo scientifico) pari a 62, come Stephen Hawking (62) e ben superiore, ad esempio, a Carlo Rovelli (52) e al premio Nobel Sheldon Lee Glashow (52).

«Le scoperte scientifiche sono la prova che non siamo figli del caos, ma di una logica rigorosa. Se c’è una Logica ci deve essere un Autore»ha scritto Zichichi, professore emerito di Fisica all’Università di Bologna, vincitore del Premio Fermi ed ex presidente dell’European Physical Society (EPS) e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

Il fisico ha smentito che la scienza possa mai spiegare o riprodurre i miracoli, il che sarebbe equivalente a «illudersi di potere scoprire l’esistenza scientifica di Dio». E ciò è impossibile, poiché «se fosse la Scienza a scoprirlo, Dio non potrebbe essere fatto che di Scienza e basta. Se fosse la Matematica ad arrivare al “Teorema di Dio”, il Creatore del Mondo non potrebbe che essere fatto di Matematica e basta. Sarebbe poca cosa. Noi credenti vogliamo che Dio sia tutto: non soltanto una parte del tutto». Ovvero, se Dio si potesse indagare tramite la scienza (la famosa “prova scientifica” chiesta dagli antiteisti) non sarebbe più il Creatore, ma una semplice creatura.

Zichichi da sempre descrive due realtà dell’esistenza, quella trascendentale e quella immanentistica. La seconda, dice, è studiata dalle scoperte scientifiche, mentre la prima è di competenza della teologia. «È un errore pretendere che la sfera trascendentale debba essere come quella che noi studiamo nei nostri laboratori. Se le due logiche fossero identiche non potrebbero esistere i miracoli, ma solo, e soltanto, le scoperte scientifiche. Se così fosse le due sfere dell’Immanente e del Trascendente sarebbero la stessa cosa. È quello che pretendono coloro che negano l’esistenza del Trascendente, come fa la cultura atea. Non è un dettaglio da poco. I miracoli sono la prova che la nostra esistenza non si esaurisce nell’Immanente. Ma c’è di più».

Ma lo stesso Autore di ciò che la scienza scopre, ha proseguito l’eminente scienziato italiano, «è un’intelligenza di gran lunga superiore alla nostra. Ecco perché le grandi scoperte sono tutte venute, non migliorando i calcoli e le misure ma dal “totalmente inatteso“. Il più grande dei miracoli, amava dire Eugene Wigner (gigante della Scienza), è che esiste la Scienza».

Le parole di Zichichi si rifanno chiaramente alle riflessioni di Albert Einstein, il quale a sua volta scriveva«Trovi sorprendente che io pensi alla comprensibilità del mondo come a un miracolo o a un eterno mistero? A priori, tutto sommato, ci si potrebbe aspettare un mondo caotico del tutto inafferrabile da parte del pensiero. Al contrario, il tipo d’ordine che, per esempio, è stato creato dalla teoria della gravitazione di Newton è di carattere completamente diverso: anche se gli assiomi della teoria sono posti dall’uomo, il successo di una tale impresa presuppone un alto grado d’ordine nel mondo oggettivo, che non era affatto giustificato prevedere a priori. È qui che compare il sentimento del “miracoloso”, che cresce sempre più con lo sviluppo della nostra conoscenza. E qui sta il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, che si sentono paghi per la coscienza di avere con successo non solo liberato il mondo da Dio, ma persino di averlo privato dei miracoli» (A. Einstein, “Lettera a Maurice Solovine”, GauthierVillars, Parigi 1956 p.102).

Anche l’unico premio Nobel vivente italiano, il fisico Carlo Rubbia, si è lasciato interrogare dal “perché” la scienza possa essere così efficace: «Se contiamo le galassie del mondo o dimostriamo l’esistenza delle particelle elementari, in modo analogo probabilmente non possiamo avere prove di Dio. Ma, come ricercatore, sono profondamente colpito dall’ordine e dalla bellezza che trovo nel cosmo, così come all’interno delle cose materiali. E come un osservatore della natura, non posso fare a meno di pensare che esiste un ordine superiore. L’idea che tutto questo è il risultato del caso o della pura diversità statistica, per me è completamente inaccettabile. C’è un’Intelligenza ad un livello superiore, oltre all’esistenza dell’universo stesso» (C. Rubbia, Neue Zürcher Zeitung, märz 1993).

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

Calendario 2020 CFHT Coelum – Canada France Hawaii Telescope

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Torna il nuovo Calendario CFHT-Coelum 2020!
Dodici spettacolari soggetti celesti in grado di farti volare tutti i mesi tra le stelle. Ecco il calendario 2019, frutto della collaborazione con il grande Canada France Hawaii Telescope (CFHT) delle Hawaii.

2020 Calendar
2020Calendar

Un calendario che ti accompagnerà per tutto l’anno con i suoi dodici spettacolari soggetti del cielo profondo. Ogni mese potrai scoprire ed ammirare la magnificenza di galassie e nebulose, come solo il grande telescopio CFHT può riprendere. Le immagini sono tutte originali e ad altissima risoluzione, realizzate da Jean-Charles Cuillandre del Canada-France-Hawaii Telescope (CFHT) con il grande CCD installato sul telescopio di 3,6 metri ed elaborate dagli esperti grafici di Coelum Astronomia.

I Soggetti del Calendario 2020:

  • Gennaio: The Dolphin Nebula
  • Febbraio: Leo II group of galaxies
  • Marzo: Open star cluster Messier 7
  • Aprile: Face-on spiral galaxy NGC 3486
  • Maggio: The California nebula
  • Giugno: Open star cluster Messier 46
  • Luglio: Star formation region NGC 1333
  • Agosto: Reflection nebula IC 447
  • Settembre: Spiral galaxy NGC 4380
  • Ottobre: Emission nebula Sh2-140
  • Novembre: Reflection nebula NGC 1788
  • Dicembre: The Crescent nebula

Produzione

Edizioni Scientifiche Coelum e Canada-France-Hawaii Telescope, 2019.
@ CFHT/Coelum
All images by J.C. Cuillandre (CFHT) & Giovanni Anselmi.

Note Tecniche

Formato 30×42; 16 pagine
Confezione a spirale
Carta plastificata di grande pregio per una perfetta riproduzione dei colori e dei dettagli.

☀️ Solar Orbiter 🛰️ Le nuove frontiere della Fisica Solare ☀️ Coelum astronomia 241 di febbraio è online!

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Coelum Astronomia 241 di febbraio è ONLINE
 
La nuova era della
FISICA SOLARE

Il Sole, una stella magnifica e maestosa , una compagna alla quale dobbiamo in buona parte la vita sul nostro pianeta. Si potrebbe pensare che un astro così vicino e la cui osservazione appare inevitabile non possa celare più alcun segreto né mistero, contrariamente alle ammiccanti e lontane stelle. Ma non è così. 
Il Sole ha saputo conservare un velo tutto suo di enigmi e domande che ancora oggi sono senza risposta. In questo numero di Coelum Astronomia andiamo a scoprire e approfondire quali siano questi enigmi irrisolti, perché sono così difficili da indagare e quali possano essere le nuove frontiere della fisica solare che le avanzatissime sonde spaziali come la Parker Solar Probe della NASA o la Solar Orbiter dell’ESA – ormai pronta alla partenza – si apprestano a superare. Per scoprire tutto questo abbiamo chiesto all’astronomo solare Luca Zangrilli, che assieme al collega Alessandro Bemporad ci raccontano nel loro articolo le frontiere della fisica solare e la nuova missione europea, con un importante contributo italiano, Solar Orbiter
Con Michele Diodati invece iniziamo un viaggio alla scoperta del destino del Sole: ripassiamo cosa accade nell’evoluzione di una stella della sua categoria e quale sarà il futuro della nostra stella quando, tra alcuni miliardi di anni, avrà esaurito il suo combustibile nucleare. E la Terra che sorte subirà?

Come sempre non ci fermiamo qui: ancora stelle che muoiono nel report dedicato alle supernovae scoperte nel 2019 e poi astrofotografia in bianco e nero, le ultime notizie dal mondo dell’Astronomia e i consigli osservativi, come sempre da scoprire nel sommario qui di seguito e direttamente tra le pagine della nostra rivista! In formato digitale e gratuito. Spargete la voce e…



Buona lettura! 



  Articoli in Copertina Coelum Astronomia n. 241 di febbraio 2020
(clicca qui per il sommario completo)
 REPORT Il bolide di Capodanno. Racconto di un evento meteoritico, dall’osservazione al rinvenimento della meteoriteLa NUOVA ERA della FISICA SOLARE. 50 anni di fisica solare dallo spazio e i nuovi obiettivi della missione SolO, la sonda europea per lo studio del Sole pronta al lancio. Il destino del SOLE. Prima parte di un articolo alla scoperta dell’evoluzione e del destino della nostra stella.La ricerca amatoriale di SUPERNOVAE nel 2019. Tiriamo le somme… PHOTOCOELUM. Spazio alle vostre immagini e in più:
Gallery Quadrantidi 2020
La danza di Venere e Giove
L’eclisse lunare di penombra del 10 gennaio
Nightscape in Bianco e Nero. Aggiungere togliendo… suggestione e impatto nell’astrofotografia di paesaggio in bianco e nero.Meraviglie del cosmo. La nebulosa Manubrio.Tutti gli appuntamenti con il CIELO di FEBBRAIO!La LUNA di Febbraio. I dettagli, tutte le librazioni e una guida all’Osservazione dell’Altipiano Meridionale (II parte)Il Cielo della UAI Viaggio tra le galassie del LeoneAlla scoperta del Cielo: la Costellazione del Cane Maggiore (II parte) Mirzam e i suoi dintorni. Buona lettura e condividete con noi la vostra esperienza nell’osservazione e nella ripresa: scriveteci su segreteria@coelum.com caricate le vostre fotografie in PhotoCoelum e vi aspettiamo numerosi anche sulla nostre pagine social!  ⭐  Facebook ⭐ Twitter ⭐   Pinterest  ⭐
 
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Una nana bianca dietro la supernova da record

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28 gennaio 2020

Un’immagine ai raggi X della supernova (in alto a destra) vicino alla galassia NGC 1260 (©NASA/CXC/UC Berkeley/N.Smith et al.) 

Un nuovo studio ha ricostruito l’origine di SN 2006gy, una delle supernove più luminose mai osservate: all’origine dell’evento ci sarebbe l’esplosione di una nana bianca che ha interagito con un involucro di materiali espulsi un secolo prima dalla sua stella compagna gigante

Nel settembre del 2006, nel cielo notturno fece la sua comparsa un bagliore di potenza insolita. Gli strumenti confermarono l’eccezionalità dell’evento: quella luce era prodotta da una supernova superluminosa, una delle esplosioni stellari più brillanti mai scoperte e studiate, poi battezzata SN 2006gy, situata nella galassia NGC 1260, a circa 238 milioni di anni luce da noi.

Ora sulla rivista “Science”, Anders Jerkstrand del Max-Planck-Institut per l’astrofisica a Garching e colleghi di una collaborazione internazionale rivelano l’origine di tanta energia. Si tratta infatti di una supernova abbastanza comune, in cui però l’esplosione ha interagito con un guscio di materiale stellare espulso in precedenza dal sistema binario di origine.

Le supernove superluminose sono fino a 100 volte più luminose di quelle normali. Gli astrofisici hanno proposto diversi possibili modelli per spiegare questi eventi transitori rari e brillanti, ma l’origine della loro energia e la natura delle stelle che li producono sono ancora poco chiare.

Nel caso di SN 2006gy, ci sono voluti anni per ricostruire il puzzle dei fenomeni fisici sottostanti. I primi dati raccolti hanno fatto ipotizzare che si trattasse di una supernova di tipo II, cioè di una supernova formatasi dal collasso e dalla conseguente violenta esplosione di una stella massiccia, con massa di almeno nove volte quella del Sole.

Tuttavia, poco più di un anno dopo l’esplosione, SN 2006gy ha prodotto uno spettro di radiazione insolito, con linee di emissione non identificate. Col tempo, Jerkstrand e colleghi sono riusciti a realizzare diversi possibili modelli spettrali di supernova, identificando infine le misteriose linee di emissione come dovute a una grande quantità di ferro.

Gli autori si sono poi dedicati alla ricerca dei meccanismi che avrebbero potuto produrre i tre elementi rilevanti di SN2006gy: estrema luminosità, spettro peculiare e presenza di linee spettrali del ferro. L’unico scenario coerente con le osservazioni è quello di una supernova di tipo Ia, frutto dell’esplosione di una nana bianca, una tipologia di stella di massa medio-piccola giunta al termine del ciclo di fusione nucleare.

L’ipotesi è che in origine la nana bianca facesse parte di un sistema binario con una stella gigante da cui è poi stata inghiottita, finendo per esplodere una volta raggiunto il nucleo della compagna più grande. La luminosità estrema è stata poi prodotta dall’interazione dell’onda d’urto della supernova con un denso guscio di materiale circumstellare, probabilmente espulso dalla stella gigante circa un secolo prima dell’esplosione della nana bianca.

I ricercatori sottolineano che anche altre supernove superluminose condividono proprietà simili a quelle osservate per SN 2006gy: si può dunque ipotizzare che i meccanismi fisici sottostanti siano gli stessi. (red)

Consolazione

Astronomi Gesuiti/Jesuit Astronomers, Brother Guy Joseph Consolmagno SJ, Città del Vaticano/Vatican City, Collaborazione Specola Vaticana/Vatican Observatory Collaboration, Compagnia di Gesù/Society of Jesus, Father David Brown SJ, Father Gabriele Gionti SJ, Father George V. Coyne SJ - Director of the Vatican Observatory (1978 - 2006), Father Josè Gabriel Funes SJ, Fratello Guy Joseph Consolmagno SJ, Gesuiti/Jesuits, Padre David Brown SJ, Padre Gabriele Gionti SJ, Padre George V. Coyne SJ - Direttore della Specola Vaticana (1978 - 2006), Padre Josè Gabriel Funes SJ, Poesia/Poetry, Racconti di Fantasia/Tales of Fantasy, Specola Vaticana/Vatican Observatory

di Frédéric G. M.

Niente resta uguale
Inverno Primavera Estate
tutto passa nel tempo

il profumo dei lillà
il suono della tua voce
il sorriso e il brivido

gli usignoli si fermano a cantare
il silenzio ruba il carillon del vento
Arriva l’autunno, i bambini se ne vanno

le madri vanno in paradiso
le città cadono a pezzi
le stelle svaniscono

ma l’Amore è eterno

© Frédéric Georges Martin

S.A. – AA.VV. Iscrizioni funerarie romane, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1991, p. 295

Antropologia/Anthropology, Astronomi Gesuiti/Jesuit Astronomers, Bibbia/Bible, Brother Guy Joseph Consolmagno SJ, Città del Vaticano/Vatican City, Collaborazione Specola Vaticana/Vatican Observatory Collaboration, Compagnia di Gesù/Society of Jesus, Cristianesimo/Christianity, Custodia di Terra Santa/Custody of the Holy Land, Father David Brown SJ, Father Gabriele Gionti SJ, Father George V. Coyne SJ - Director of the Vatican Observatory (1978 - 2006), Father Josè Gabriel Funes SJ, Filosofia/Philosophy, Fratello Guy Joseph Consolmagno SJ, Gesuiti/Jesuits, Padre David Brown SJ, Padre Gabriele Gionti SJ, Padre George V. Coyne SJ - Direttore della Specola Vaticana (1978 - 2006), Padre Josè Gabriel Funes SJ, Roma Antica/Ancient Rome, Specola Vaticana/Vatican Observatory, Storia Antica/Ancient History, Storia/History, Teologia/Theology, Terra Santa/Holy Land

por simonebocchetta

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Una nuova cronologia delle migrazioni di Homo erectus

Antropologia/Anthropology, Brother Guy Joseph Consolmagno SJ, Città del Vaticano/Vatican City, Collaborazione Specola Vaticana/Vatican Observatory Collaboration, Compagnia di Gesù/Society of Jesus, Father David Brown SJ, Father Gabriele Gionti SJ, Father George V. Coyne SJ - Director of the Vatican Observatory (1978 - 2006), Father Josè Gabriel Funes SJ, Fisica/Physics, Fratello Guy Joseph Consolmagno SJ, Genetica/Genetics, Geologia/Geology, Gesuiti/Jesuits, Padre David Brown SJ, Padre Gabriele Gionti SJ, Padre George V. Coyne SJ - Direttore della Specola Vaticana (1978 - 2006), Padre Josè Gabriel Funes SJ, Paleologia/Palaeology, Specola Vaticana/Vatican Observatory, Storia della Scienza/History of Science, Vita degli Scienziati/Life of Scientists

10 gennaio 2020

Cranio quasi completo di H. erectus ritrovato nel sito di Sangiran (©Hisao Baba/National Museum of Nature and Science) 

Una nuova datazione indica che i primi H. erectus migrarono dall’Asia centrale verso il Sudest asiatico e Giava quasi 300.000 anni più tardi di quanto indicato negli attuali modelli paleoantropologici, riscrivendo la cronologia di una tappa fondamentale dell’evoluzione dei nostri antenati

Homo erectus, la prima specie umana a mantenere stabilmente la stazione eretta, visse sull’isola di Giava, in Indonesia, per un arco temporale certo molto ampio, ma probabilmente più vicino a noi di quanto ritenuto finora.

pochi giorni dalla descrizione dell’ultimo H. erectus vissuto a Giava, scomparso non prima di 117.000-108.000 anni fa, arriva ora la notizia che il più antico risale a 1,3-1,5 milioni di anni fa. Ciò implica che i primi esseri umani completamente bipedi migrarono dall’Asia centrale verso il Sudest asiatico e Giava quasi 300.000 anni più tardi di quanto indicano gli attuali modelli paleoantropologici.

Lo ha stabilito una nuova datazione, illustrata sulla rivista “Science” da Shuji Matsu’ra del Museo nazionale di natura e scienza di Tsukuba, in Giappone, e colleghi di una collaborazione internazionale, che hanno condotto nuove analisi dei resti fossili trovati nel sito archeologico di Sangiran, dichiarato Patrimonio mondiale dell’Unesco.

Lo studio dei fossili di Homo erectus è tutt’uno con gli scavi sull’isola indonesiana. I primi resti fossili di questa specie umana, furono infatti stati scoperti nel 1891 nel sito di Trinil, nella parte orientale dell’isola, dal paleontologo olandese Eugène Dubois, tanto che l’ominide fu battezzato inizialmente Uomo di Giava.

Ma è il sito di Sangiran, nella parte centrale dell’isola, a essere stato teatro, pochi anni dopo, della scoperta del primo scheletro completo di H. erectus, seguito da un’abbondante messe di reperti, i più antichi fossili umani del Sudest asiatico.

Finora, dai sedimenti di Sangiran sono stati recuperati più di 100 esemplari di almeno tre diverse specie di ominidi. Per questo il sito è considerato come uno dei più importanti per comprendere l’evoluzione dei nostri primi antenati e la loro lenta espansione in tutto il mondo.

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Decenni di ricerche, tuttavia, non hanno consentito finora di definire una cronologia del sito, che rimane incerta e controversa, in particolare per i tempi della prima apparizione di H. erectus nella regione: le date attualmente accettate sono difficili da conciliare con altri giacimenti fossiliferi dell’Asia. Una comprensione accurata della cronologia del Sangiran è dunque cruciale per comprendere le prime migrazioni e i primi insediamenti umani nel continente.

Matsu’ura e colleghi hanno usato la tecnica di datazione all’uranio/piombo per determinare l’età degli zirconi di provenienza vulcanica trovati sopra, sotto e all’interno, degli strati geologici in cui erano compresi i resti fossili. Mentre le stime precedenti avevano stimato l’arrivo di ominidi nel sito già 1,7 milioni di anni fa, i risultati di Matsu’ura e colleghi suggeriscono una data molto più recente: probabilmente di 1,3 milioni di anni fa, ma non prima di 1,5 miliioni di anni fa. (red)

La polvere di meteorite che racconta la nascita delle stelle

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14 gennaio 2020

Illustrazione dell’origine dei granuli presolari (©NASA/W. Sparks (STScI) and R. Sahai (JPL)/Janaína N. Ávila) 

Piccoli campioni di minerali trovati in un meteorite caduto in Australia nel 1969 sono stati datati tra 5 e 7 miliardi di anni fa: sono i materiali solidi più antichi mai scoperti sulla Terra e sono la prova di un’epoca di intensa formazione di nuove stelle

I granuli presolari sono solo dei piccoli campioni di minerali contenuti all’interno di un meteorite caduto in Australia circa 50 anni fa, ma raccontano qualcosa della nascita delle stelle. Philipp Heck, dell’Università di Chicago, e colleghi, autori di uno studio apparso sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” li hanno infatti datati tra cinque e sette miliardi di anni. Si sono cioè formati prima che si accendesse il Sole, circa 4,6 miliardi di anni fa, e rappresentano i materiali solidi più antichi mai trovati sul nostro pianeta.

I ricercatori sono stati fortunati: i granuli presolari sono difficili da trovare, poiché si trovano solo nel cinque per cento dei meteoriti caduti sulla Terra e sono di dimensioni minuscole. Circa 30 anni fa, alcuni studiosi dell’Università di Chicago ne isolarono alcuni dal meteorite di Murchison, caduto in Australia nel 1969.

“Tutto inizia con la frantumazione dei frammenti del meteorite, fino a ottenere una polvere”, ha spiegato Jennika Greer, ricercatrice dell’Università di Chicago e coautrice dello studio. “Una volta che tutti i pezzi sono separati, è una specie di pasta, che viene poi sciolta nell’acido, fino a quando rimangono solo i grani presolari: è come bruciare il pagliaio per trovare l’ago”.

L’età da primato dei grani è un risultato importante, ma dietro lo studio c’è molto di più, perché hanno a che fare con il ciclo di vita delle stelle. Queste infatti nascono dall’aggregazione e dal collasso di polveri e gas che fluttuano nel cosmo, riscaldandosi e raggiungendo elevatissime temperature. Le stelle poi bruciano per milioni o miliardi di anni e infine muoiono, proiettando  nello spazio le particelle di cui sono formate. Questa polvere poi va a formare nuove stelle, pianeti, satelliti e meteoriti. E quando rimangono intrappolati nei meteoriti, i granuli presolari rimangono inalterati per miliardi di anni, rappresentando una sorta di capsula del tempo che consente ai ricercatori di gettare uno sguardo a quello che succedeva quando il sistema solare non c’era ancora. E questo sguardo rivela che a quell’epoca il tasso di formazione stellare era molto elevato.

“Abbiamo osservato più granuli di quanto ci aspettassimo”, ha aggiunto Heck. “La nostra ipotesi è che la maggior parte di quei grani, che hanno tra i 4,9 e i 4,6 miliardi di anni, si sia formata in un epoca, prima dell’inizio del Sistema Solare, in cui la nascita di nuove stelle procedeva a un ritmo più sostenuto del normale.”

Questa scoperta potrebbe così porre fine al dibattito tra scienziati sul fatto che nuove stelle si formino o meno a un ritmo costante, o se ci sono alti e bassi nel numero di nuove stelle nel tempo.

“Alcune persone pensano che il tasso di formazione stellare della galassia sia costante”, ha concluso Heck. “Ora, grazie a questi granuli, abbiamo a disposizione prove dirette del fatto che sette miliardi di anni fa ci fu un periodo di maggiore formazione stellare nella nostra galassia: questo è uno dei risultati chiave del nostro studio.” (red)

Quegli strani oggetti al centro della Via Lattea

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16 gennaio 2020

Le orbite degli oggetti G al centro della Via Lattea (©Anna Ciurlo, Tuan Do/UCLA Galactic Center Group) 

I misteriosi oggetti G, masse opache di gas in orbita intorno al nucleo della nostra galassia, sono più comuni del previsto. L’ipotesi è che ciascuno di essi sia formato da due stelle, che vanno incontro a un processo di fusione via via che si avvicinano al buco nero supermassiccio Sagittarius A*

Nel nucleo della Via Lattea, non lontano dal buco nero supermassiccio Sagittarius A* che ne occupa il centro, sono presenti oggetti che hanno l’aspetto di masse di gas, ma si comportano come normali stelle nella loro dinamica orbitale. Andrea Ghez e colleghi dell’Università della California a Los Angeles dimostrano ora su “Nature” che si tratta di una vera e propria classe di oggetti, battezzati con la lettera G.

Tutto è iniziato nel 2005, quando Ghez e colleghi hanno scoperto un oggetto inconsueto al centro della nostra galassia, battezzato poi G1. Aveva l’aspetto di un opaco ammasso di polveri e gas che orbitava intorno a Sagittarius A* come una stella.  Sette anni dopo, un gruppo di astronomi tedeschi ne ha individuato un altro, chiamato G2, che nel 2014 si è avvicinato al buco nero, iniziando ad allungarsi e a perdere gas, per poi tornare più compatto in fase di allontanamento. Proprio a causa di questa interazione di marea con il buco nero, G1 e G2 hanno attirato l’attenzione degli astronomi, che però hanno dibattuto a lungo sulla loro natura.

L’ipotesi di Ghez e del suo gruppo era che ciascuno degli oggetti G  in realtà fosse formato da due stelle che orbitavano insieme attorno al buco nero e che si sono poi fuse in una stella estremamente grande, avvolta da una nube di gas e polveri insolitamente spessa. La questione era se G1 e G2, che si muovono su orbite molto simili, fossero avvistamenti sporadici o facessero invece parte di una classe più ampia di oggetti.

Nel corso degli anni il team ha scoperto altri oggetti dello stesso tipo, anche se su orbite molto differenti tra loro, che sono stati battezzati G3, G4, G5 e G6. Anche in questo caso, la spiegazione più probabile è che ognuno di essi sia formato da due stelle che orbitano l’una attorno all’altra. Le due stelle vanno poi incontro a un processo di fusione, che richiede più di un milione di anni per completarsi, anche per effetto dell’intensa attrazione gravitazionale del buco nero supermassiccio.

“Le fusioni di stelle potrebbero avvenire nell’universo più spesso di quanto abbiamo stimato finora: sono abbastanza comuni”, ha concluso Ghez. “I buchi neri potrebbero indurre le stelle binarie a fondersi: è possibile dunque che molte delle stelle che abbiamo osservato e che non comprendiamo siano il prodotto finale di fusioni che attualmente sono quiescenti”. E la ricerca continua: il gruppo ha già identificato altri candidati che potrebbero far parte di questa nuova classe di oggetti. (red)

Il misticismo e il problema mente-corpo

Astronomi Gesuiti/Jesuit Astronomers, Brother Guy Joseph Consolmagno SJ, Città del Vaticano/Vatican City, Collaborazione Specola Vaticana/Vatican Observatory Collaboration, Compagnia di Gesù/Society of Jesus, Cosmologia/ Cosmology, Cristianesimo/Christianity, Father David Brown SJ, Father Gabriele Gionti SJ, Father George V. Coyne SJ - Director of the Vatican Observatory (1978 - 2006), Father Josè Gabriel Funes SJ, Filosofia/Philosophy, Fisica/Physics, Fratello Guy Joseph Consolmagno SJ, Genetica/Genetics, Gesuiti/Jesuits, Intelligenza Artificiale/Artificial Intelligence, Matematica/Mathematics, Multiversi/Multiverses, Multiverso/Multiverse, Neuroscienze/Neuroscience, Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare (CERN)/European Organization for Nuclear Research (CERN), Padre David Brown SJ, Padre Gabriele Gionti SJ, Padre George V. Coyne SJ - Direttore della Specola Vaticana (1978 - 2006), Padre Josè Gabriel Funes SJ, Psicologia/Psychology, Specola Vaticana/Vatican Observatory, Storia della Scienza/History of Science, Teologia/Theology, Universi Paralleli/Parallel Universes, Universo Parallelo/Parallel Universe, Vita degli Scienziati/Life of Scientists

16 gennaio 2020

di John Horgan/Scientific American

© Westend61-RF / AGF 

Il misticismo può essere una risposta alle domande irrisolte sul rapporto tra mente e corpo? La questione, che include problemi come quelli della coscienza, del libero arbitrio e del senso della vita, è stata al centro di un seminario informale intitolato “Fisica, esperienza e metafisica”, che ha coinvolto fisici, filosofi, psicologi e studiosi di varie discipline umanistiche

Ho trascorso una settimana partecipando a un simposio sul problema mente-corpo, il più profondo di tutti i misteri. Porsi il problema del rapporto tra mente e corpo – che poi comprende quelli della coscienza, del libero arbitrio e del senso della vita – significa chiedersi che cosa siamo veramente. Siamo materia alla quale è semplicemente capitato di dare origine a una mente? O può essere invece, come tanti sapienti hanno …