Assalto dell’Area 51

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1 agosto 2019 Tag: SETI , Sbraccio

Illustrazione di una folla che si precipita nell'area 51

Di Seth Shostak , Astronomo senior

Più di un milione di persone afferma di voler ridimensionare le recinzioni e assaltare l’Area 51, un’installazione dell’aeronautica top secret accovacciata nel deserto del Nevada. La loro speranza è di vedere gli alieni presumibilmente immagazzinati all’interno. Il blitz è previsto per il 20 settembre, quindi segna i tuoi calendari.

O no. L’idea per questo sforzo è nata su Facebook ed era chiaramente intesa come uno scherzo. Ma lo stesso diceva il 1973 di Johnny Carson secondo cui gli Stati Uniti stavano esaurendo la carta igienica – un tentativo di umorismo che ha scatenato una vera carenza. Così scherzoso o no, le orde potrebbero davvero presentarsi nella struttura federale strettamente sorvegliata.

BookMaker, un sito di scommesse su Internet, sta già soppesando le probabilità di uno tsunami di cittadini che stanno prendendo d’assalto i collegamenti a catena e, se lo fanno, le probabilità che trovino degli alieni dentro di loro.

È tutto molto divertente (a meno che, forse, non sei una guardia di sicurezza per l’Aeronautica.) Ma dovresti andare? E, davvero, c’è qualche motivo per credere che gli extraterrestri siano raggruppati nell’area 51?

L’Air Force afferma che un assalto cittadino sarebbe “pericoloso”: una descrizione perfettamente scelta per incoraggiare coloro che credono che ciò che accade in questa base di silenzio è sia sospetto che probabilmente malevolo. I cartelli pubblicati nell’area 51 notano cupamente che la violazione sarà trattata duramente e che la forza mortale è autorizzata – come se ti importasse se è autorizzata quando strappano il tuo corpo dallo spazzolino da denti.

Naturalmente, nell’area 51 si verificano cose segrete, ad esempio le prove su nuovi aerei militari. L’Air Force non è entusiasta delle persone che fanno foto. Quindi, cercare di ridimensionare i bastioni della zona è consigliabile quanto l’assalto a Fort Knox. E anche se le guardie vestite di mimetismo non bastano a dissuaderti, c’è sempre il deserto stesso. Le temperature diurne, anche a fine settembre, potrebbero aggirarsi intorno ai 90 gradi sudati. Il ristoro sarà difficile da trovare e la prevista cotta di persone garantirà più o meno che dormirai in macchina o sotto un cespuglio di creosoto.

OK, ma forse stai pensando che togliere gli involucri da alcuni alieni varrebbe il disagio. Che, in effetti, sarebbe. E a parte gli scherzi di Internet, molte persone sono convinte che il governo federale conservi davvero prove di visitatori extraterrestri, vivi o morti, da qualche parte. I sondaggi mostrano che un terzo del pubblico americano è convinto che gli alieni visitino la Terra e una maggioranza afferma che il governo lo sa.

Tuttavia, dischi non funzionanti o corpi rotti non sono esposti allo Smithsonian o al Roswell’s UFO Museum. Quindi quella mancanza di evidenze evidenti incoraggia i veri credenti a prendere un’altra virata: vale a dire, sostenendo che i federali, grazie alle loro attrezzature hi-tech e ai loro talenti da mantello e pugnale, sono gli unici raccoglitori di successo di artefatti alieni. E di tutti i luoghi in cui hanno potuto sottrarre queste prove, hanno scelto il sud del Nevada.

Guarda i 5 motivi di Seth per non colpire l’Area 51 su Youtube.

Francamente, questo è un argomento scarso. Gli alieni Wayfaring sono diversi dai nuovi missili o dai caccia Mach 3. Si presume che i veicoli spaziali alieni vengano abitualmente notati da molti dei miliardi di persone che non sono impiegate dai militari statunitensi, quasi tutti dotati di telefoni cellulari con telecamere. Certo, i video recentemente rilasciati realizzati da alcuni piloti della Marina sono straordinariamente misteriosi. Ma sono ambigui. E che dire dei centomila voli commerciali che decollano ogni giorno, apparentemente senza la minima preoccupazione – o preavviso – delle imbarcazioni extraterrestri? La International Airline Pilots Association offre formazione su come affrontare gli alieni nel nostro spazio aereo?

È mendicante credere che le migliaia di dipendenti e appaltatori che hanno lavorato all’Area 51 nei 7 decenni successivi al celebre incidente di Roswell siano stati in grado di tenere nascoste le notizie sugli alieni accumulati, nonostante il fatto che sarebbe la storia più grande mai. L’argomento spesso ripetuto che la segretezza è necessaria al fine di evitare il panico della popolazione non lava. La gente crede già che ET sia qui, e va ancora in ufficio ogni mattina.

Se non altro, il blitz suggerito dell’Area 51 dimostra il continuo successo del Nevada nell’attaccare il mercato alieno. Nel 1996, i funzionari statali battezzarono la strada 375 come autostrada extraterrestre. Questo tratto di 100 miglia di rettilineo, che è parallelo al confine settentrionale dell’Area 51, avrebbe potuto qualificarsi come la più noiosa guida di due ore del mondo se non fosse per il fatto che alcune persone hanno visto strani oggetti nel cielo durante il viaggio. 

È anche degno di nota il fatto che la commissione per il turismo del Nevada, che ha promosso il re-branding dell’autostrada, non ha sottolineato il fatto che, tre anni prima, il senatore dello stato Richard Bryan aveva introdotto un emendamento per annullare il progetto NASA per la ricerca di segnali radio da intelligenza extraterrestre. Ma ancora una volta, quegli alieni sarebbero stati lontani anni luce e di scarso beneficio per l’economia del Nevada.

Per quanto riguarda l’Area 51, la verità potrebbe non essere là fuori. Ma probabilmente alcuni velivoli ad alta velocità e un sacco di fichi d’india.

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Identificato il sito per il primo osservatorio LaserSETI

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29 lug 2019 Tag: Laser SETI , SETI , Partnerships

Logo SETI laser

I piani sono quasi completi per la prima installazione LaserSETI al Robert Ferguson Observatory (RFO) nella contea di Sonoma, in California. Il principale investigatore di LaserSETI  Eliot Gillum  ha costruito una relazione collaborativa e produttiva tra l’Istituto SETI e la RFO, dopo aver localizzato il sito sulla base di complessi criteri di idoneità astronomica. L’Istituto SETI ha collaborato con il dott. Gordon Spear, membro del consiglio di fondazione della RFO, il presidente del consiglio di amministrazione della RFO, Dave Kensiski, e Chris Cable, direttore esecutivo della RFO; la logistica finale è in fase di elaborazione per il posizionamento del primo osservatorio LaserSETI presso l’idilliaca struttura della RFO.

Osservatorio Robert Ferguson (RFO) nella contea di Sonoma.

Il Dr. Spear è anche professore emerito di fisica e astronomia presso la Sonoma State University ed è “estremamente entusiasta” che la RFO collaborerà con l’Istituto SETI. Ha aggiunto che LaserSETI è significativo per la ricerca scientifica svolta presso la RFO poiché la loro missione principale si concentra sull’istruzione. RFO ospita numerosi eventi, gite sul campo e un flusso costante di drop-in da parte del pubblico, che ammonta a oltre 8.000 visitatori ogni anno. I visitatori potranno approfittare di questa posizione per visitare LaserSETI. La RFO è stata un’organizzazione di volontariato al 100% dalla sua fondazione nel 2000, fino a poco tempo fa ha assunto il suo primo direttore esecutivo.

Laser SETI Team presso RFO

Andrew Fraknoi, SETI Institute Trustee ed Emeritus Professor of Astronomy presso il Foothill College, hanno fornito la prima introduzione al Dr. Spear. Spear fu immediatamente incuriosito dal nuovo approccio di LaserSETI alla ricerca dell’intelligenza extraterrestre. “Siamo entusiasti di poter fare la differenza per SETI in questo modo”, ha affermato il dott. Spear. “Ci sono state alcune sfide per ottenere il buy-in di altri membri del consiglio.” Ha descritto che anche con un gruppo istruito di sostenitori dell’astronomia, l’idea di SETI non è stata immediatamente ben compresa. Ma dopo aver condiviso le informazioni sull’Istituto SETI e la proposta LaserSETI, i membri del consiglio di amministrazione della RFO hanno rapidamente capito che SETI è una scienza seria e LaserSETI è all’avanguardia. Conoscere i vasti programmi di sensibilizzazione e divulgazione pubblica dell’Istituto SETI “ha davvero sigillato l’affare”.

un esempio di come apparirà l'installazione sul tetto di RFO

L’Istituto SETI non vede l’ora di lavorare a stretto contatto con RFO per creare una mostra LaserSETI all’interno del museo e dell’aula della RFO. Sono in corso discussioni per sviluppare anche una programmazione educativa collaborativa.

L’Istituto SETI sta lavorando per identificare un secondo sito osservatorio per LaserSETI e spera di annunciare presto notizie.

Che cosa sappiamo dell’Universo – Ne parliamo con Amedeo Balbi

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Bella, prof!
Pubblicato il 4 ago 2019

#bellaprof #Balbi #scienza #fede

Amedeo Balbi è un astrofisico e un divulgatore scientifico affermato.
Insegna a Tor Vergata, è autore di diverse pubblicazioni e ha una rubrica fissa sulla rivista “Le Scienze”.
L’ho invitato a fare una chiacchierata sulla conoscenza scientifica e su come essa si rapporta con le “grandi domande” e, ovviamente, con la religione.
Ecco alcuni temi trattati durante l’intervista, qui proposta in versione integrale: che cosa sappiamo dell’Universo e come facciamo a saperlo?
Come funziona il metodo scientifico?
Perché le scoperte sulle condizioni primordiali del nostro universo non annullano la ricerca religiosa?
Che cosa c’era prima del Big Bang?
Che cos’è la materia oscura?
Può la scienza rispondere alle grandi domande sull’esistenza?
Quali sono i limiti della conoscenza scientifica?
Possiamo diventare tutti un po’ scienziati anche senza conoscere la matematica?
Un video che vale la pena di vedere (o ascoltare) fino in fondo.

Amedeo Balbi: “L’ultimo orizzonte”:
https://amzn.to/2YEgwIp

Tutti i libri di Amedeo Balbi:
https://amzn.to/2KkN8Sk

Il canale YouTube di Amedeo Balbi:
https://www.youtube.com/user/KepleroTV

Per sostenere il lavoro di “Bella prof”
potete fare una donazione qui:
https://www.paypal.me/bellaprof

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Istruzione

Gli Scienziati stanno per Dimostrare che l’Universo dello Specchio esiste

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IL LATO POSITIVO

Pubblicato il 27 lug 2019

La teoria degli universi multipli, o paralleli, offusca la linea tra realtà scientifica e fantascienza.
Oh sì, ed è un argomento di dibattito piuttosto vasto nella comunità scientifica, con grandi nomi da entrambe le parti.
Se credi nell’esistenza di universi multipli, allora ti farà sicuramente piacere sapere che hai dalla tua parte il grande Stephen Hawking! Ha una teoria piuttosto spettacolare sugli universi multipli.
Sì, l’idea è che tutto ciò che conosci: il nostro pianeta, il sistema solare, la nostra galassia, tutte le altre stelle e galassie là fuori che riescono a vedere i nostri telescopi; sono solo una parte minuscola di un puzzle inconcepibilmente gigante!

Segnalibri:
Che cosa è un “multiverso” 1:33
Ci sono infiniti me e ognuno è nel proprio universo 😱 3:02
Che aspetto hanno questi universi 3:39
Come sarebbe una versione parallela del nostro mondo? 4:45
Come si può dimostrare? 5:39
Come si può viaggiare in un altro universo? 8:27

#scienza #universo #latopositivo

SOMMARIO:

– Fino a pochi anni fa, gli scienziati erano sicuri che esistesse un solo universo che contenesse tutto ciò che è noto all’umanità, tra cui un unico universo.
– Questo è ora noto come teoria dei mondi multipli. (Sì, ci sono punti di vista diversi tra tutti i sostenitori del multiverso, e quello di Everett è solo uno dei tanti!) Quindi come funziona? Puoi immaginarlo come un diagramma di flusso che continua a ramificarsi.
– Alcuni credono che questi universi siano come delle bolle, totalmente invisibili l’una dall’altra perché, beh, non abbiamo una tale tecnologia! C’è anche il modello che mostra gli universi come dei fogli di carta impilati uno sopra l’altro.
– Quindi, come sarebbe una versione parallela del nostro mondo? Bene, alcuni attributi del nostro universo potrebbero essere diversi, mentre alcuni potrebbero essere uguali! Ad esempio, forse la versione parallela del nostro pianeta ha erba, alberi e uccelli che volano nel cielo e quant’altro.
– Comunque, prima di poter viaggiare in questi mondi, dobbiamo sapere che sono effettivamente reali. Dimostrare o smentire la loro esistenza non è un compito facile.
– L’idea è di far esplodere una manciata di particelle subatomiche attraverso un tunnel di 15 metri, oltrepassando un magnete, e sbattendo, alla fine, contro un muro. Se, dall’altra parte, alcune di quelle particelle escono come un’immagine speculare di sé stesse, ciò significherebbe che la scienza ha fatto una svolta di proporzioni galattiche!
– Alcuni scienziati ritengono che il Big Bang, che ha dato il via a tutto, potrebbe essere stato causato da due universi che si sono scontrati per formarne uno nuovo!
– Come è possibile viaggiare verso un nuovo universo? Naturalmente, stiamo parlando di fisica teorica, e ci sono molte teorie! Prima di tutto, ci sono gli wormhole!
– E, beh, c’è sempre la teoria di Stephen Hawking su come viaggiare in un altro universo: tutto ciò che devi fare è saltare in un buco nero!

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Quanto Lontano Potremo Spingerci Nel Cosmo?

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IL LATO POSITIVO
Pubblicato il 5 lug 2019

La nostra mappa del mondo era finalmente completa intorno al 1820, con la scoperta dell’Antartide.
Ma perché fermarsi ai confini del mondo?
E la luna allora?
E più in là ancora, fino a dove?
Malgrado i nostri grandi progressi, per millenni la curiosità umana è stata costretta ad accontentarsi dei limiti della Terra.
Ma tutto cambiò il 12 Aprile 1961, il giorno in cui il primo essere umano si spinse oltre il nostro pianeta.
Il cosmonauta russo Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio.
Gagarin orbitò sopra la Terra per un totale di 108 minuti.

SOMMARIO:

– Nel 1969, la missione Apollo 11 portò due uomini a posare i piedi sulla Luna.
– Nell’aprile 1970, l’equipaggio della missione NASA Apollo 13 circumnavigò la luna spingendosi fino al suo lato nascosto, osservandola da un’altezza di 254 km, e ad una distanza di oltre 400.000 km dalla Terra.
– Tutto cominciò quando gli astronomi si accorsero che alcune stelle erano meno splendenti di altre.
– Henrietta Swan Leavitt studiò migliaia di stelle variabili, ovvero le stelle che, viste dalla Terra, presentano fluttuazioni di luminosità.
– Più o meno nello stesso periodo venne installato il telescopio Hooker nell’osservatorio di Mount Wilson, in California. È stato il telescopio più grande del mondo dal 1917 al 1949.
– La galassia più lontana mai osservata è la EGS-zs8-1. Si trova a ben 13,1 miliardi di anni-luce da noi.
– Nessuno sa con certezza cosa c’è nei punti più lontani da noi, o quanto grande sia davvero l’universo. C’è chi dice che l’universo sia infinito, mentre altri propongono la teoria del multiverso.

#fattisullospazio #illatopositivo #galassia

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Gli Astronomi hanno Scoperto un Pianeta Proibito e Sanno il Perché della sua Esistenza

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IL LATO POSITIVO
Pubblicato il 1 lug 2019

Secondo gli astronomi, pianeti delle dimensioni di Nettuno non sono in grado di formare e sostenere alcun tipo di atmosfera mentre orbitano attorno e in prossimità delle stelle madri.
Beh, dimenticati di ciò che ho appena detto, anche perché non ho capito molto.
Ma l’anno scorso, gli astronomi hanno trovato questo tipo di pianeta!
E non è l’unico pianeta che sfida tutte le nostre convinzioni.
Gli esopianeti sono il tema più caldo in astronomia, e con ogni nuova scoperta, abbiamo un’idea più chiara dell’universo in cui viviamo.
Ma alcune di queste scoperte lasciano tutti sbigottiti.
Gli scienziati dovranno riconsiderare l’idea che si erano fatti dell’Universo?
Scopriamolo!

Segnalibri:
Cosa c’è di così speciale in questo pianeta? 0:55
Uno strano gigante gassoso 2:46
Quando un anno dura solo 8,5 ore 3:52
Il pianeta “Bob” (orbita intorno a una stella binaria!) 5:31
Plutone non è un pianeta?! 6:56
Il pianeta X nel sistema solare 8:03

#spazio #pianeti #latopositivo

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SOMMARIO:
– NGTS-4b è, almeno per ora, l’unico pianeta noto di dimensioni sub-nettuniani che orbita intorno alla sua stella in un cosiddetto “deserto nettuniano”.
– Questo pianeta ha ancora un’atmosfera, e ha l’80% delle dimensioni di Nettuno. Orbita attorno alla stella a una velocità sorprendente: una rotazione completa in 1,3 giorni.
– Il 31 ottobre, 2017, il pianeta NGTS-1b è stato scoperto. Ma la cosa strana di questo pianeta è che orbita attorno a una stella nana rossa che è grande solo la metà del nostro Sole. Questo non è mai stato visto prima, e in teoria, pianeti cosi grandi non dovrebbero orbitare attorno a stelle così piccole.
– Kepler-78b è il nome del pianeta. Presumibilmente, è denso come la Terra e ha una composizione simile, ma è ancora più vicino alla sua stella rispetto a NGTS-4b. Un anno su questo pianeta dura solo 8,5 ore.
– Per quanto ne sappiamo, non c’è nessuna spiegazione per cui un pianeta come Kepler- 78b si sia formato così vicino a una stella, e non c’è nemmeno una spiegazione per cui ha migrato così vicino senza schiantarsi contro la stella.
– Parliamo di un pianeta che è così lontano dalla sua stella, che non dovrebbe esistere. Il pianeta di cui sto parlando è, preparati perché sarà una bella botta, HD 106906 b. Per semplicità, chiamiamolo ” Bob “.
– Il pianeta è 11 volte più massiccio di Giove e orbita intorno a una stella binaria a una distanza inimmaginabile.
– C’è un una grande collezione di asteroidi, ghiaccio, e polvere, chiamata la fascia di Kuiper. Qui sono stati scoperti altri oggetti, alcuni grandi come Plutone. – Le prove trovate nel 2016 dagli astronomi Gongjie Li e Fred Adams, suggeriscono che, in realtà, esiste uno strano “pianeta X” nel sistema solare. Solo che è molto più distante da Plutone e dalla fascia di Kuiper.
– La spiegazione più probabile per la distanza del non pianeta è che un tempo era un gigante gassoso, come Giove, ma non poteva competere, e le forze gravitazionali di altri pianeti lo hanno spinto più lontano.

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Un Fisico ha Spiegato il Motivo per cui non Abbiamo mai Incontrato gli Alieni

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IL LATO POSITIVO
Pubblicato il 23 giu 2019

Di recente, gli astronomi sono riusciti a mappare circa 1 miliardo di stelle attorno a noi.
È impressionante, ma questo è meno dell’1% delle stelle in tutta la Via Lattea.
È statisticamente impossibile che noi siamo la prima e unica specie intelligente nella galassia.
Civiltà avanzate sono esistite prima di noi.
E alcune stanno sviluppando un modo per comunicare con noi proprio ora, e ce ne saranno altre.
L’unica domanda da fare è: ma dove sono?
Abbiamo cercato per circa 70 anni qualsiasi segno di vita extraterrestre, o qualsiasi forma di comunicazione da piccoli omini verdi o qualunque altra cosa.
E non abbiamo ancora nessuna prova.
Com’è possibile?
Quella domanda esatta fu posta dal famoso fisico italiano, Enrico Fermi, il primo creatore in assoluto del reattore nucleare.

Segnalibri:
Siamo soli nell’universo? 😮 1:40
Cos’è il Grande Filtro è 2:47
Perché Giove è benefico per il nostro pianeta 3:44
L’Ipotesi della rarità della Terra 🌏 4:58
Essere intelligenti non basta 6:12
Se gli alieni sono là fuori, perché non possiamo comunicare con loro? 6:53
Sono già intorno a noi? 👽 9:30

#alieni #spazio #latopositivo

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SOMMARIO:
– Il paradosso di Fermi ha molte potenziali soluzioni. Il primo gruppo riguarda due grandi idee: l’Ipotesi della rarità della Terra e l’idea del Grande Filtro.
– Puoi immaginare, quanto tutto dovrebbe accadere in un certo modo per far sì che una civiltà riesca ad avanzare fino al nostro livello. Diciamo solo che abbiamo raggiunto il jackpot in tutte le categorie.
– Giove è enormemente benefico per tutti noi. La sua massa attrae i detriti spaziali, le meteore e le comete come un’aspirapolvere. Se non fosse per lui, la Terra sarebbe continuamente bombardata da gigantesche rocce spaziali.
– Le dimensioni del nostro pianeta e la sua velocità di rotazione rendono ottimale il ciclo giorno e notte. Il nostro pianeta ha molti elementi chimici, cruciali per lo sviluppo della vita.
– Alla fine, avrà esseri che guardano i cieli e pensano che probabilmente non sono soli nell’Universo.
– Ma queste “persone” non saranno ancora gli ultimi vincitori di questa lotteria universale. Devono ancora sviluppare la tecnologia per andare nello spazio e mandare segnali.
– C’è un’altra soluzione più ottimista. Gli alieni sono là fuori, ma non possiamo semplicemente comunicare direttamente con loro.
– Che cosa accadrebbe se avessero attraversato un percorso significativamente diverso nel campo tecnologico? Una tecnologia che per noi non è nemmeno comprensibile?! E se fosse così perché la loro stessa comunicazione è del tutto diversa dalla nostra?
– La prossima soluzione è molto più plausibile. In parole povere, propone che non siamo soli, ma siamo i primi a far progredire la nostra civiltà a un livello tecnologico più avanzato.
– Esiste un altro buffo argomento che dice che gli alieni sono così diversi dagli umani nel loro modo di pensare che semplicemente non vogliono comunicare con chiunque altro.
– E infine, la soluzione a cui tutti i fan degli UFO vogliono credere: gli alieni ci sono nella galassia, ma vogliono nascondersi, e forse sono già intorno a noi.

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Un secolo di relatività… sperimentale!

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29 maggio 2019

di Emiliano Ricci

Composizione digitale di 22 immagini dell’eclissi di Sole dell’11 agosto 1999 (Science Photo Library / AGF) 

Il 29 maggio 1919 la teoria generale della relatività di Albert Einstein ottenne la sua prima conferma sperimentale grazie a un’eclissi totale di SoleLa guerra, si sa, non rende mai agevoli le comunicazioni, soprattutto se ci si trova su fronti contrapposti, a combattere gli uni contro gli altri. E nel 1915, anno in cui il tedesco Albert Einstein presentò all’Accademia prussiana delle scienze la sua teoria della relatività generale, l’Impero tedesco e l’Impero britannico (come si chiamavano allora) erano impegnati – assieme a gran parte dei paesi europei – nel tentativo di annientarsi reciprocamente, piuttosto che a scambiarsi informazioni scientifiche. Pubblicata in tedesco, su una rivista tedesca, la nuova teoria della gravità non trovò inizialmente una grande diffusione, né fra gli scienziati né, tantomeno, fra il pubblico.

Fortuna volle che i Paesi Bassi, durante un conflitto che stava devastando l’intero continente, fossero rimasti neutrali. All’epoca, all’Università di Leida, prestigiosa istituzione olandese, era professore un certo Willem de Sitter, matematico e fisico, diventato più tardi noto per i suoi studi di cosmologia (proprio grazie all’applicazione della teoria della relatività generale). Arrivatagli notizia della teoria di Einstein, de Sitter – scienziato illuminato – ne comprese presto l’importanza e decise di divulgarne i contenuti principali scrivendo alcuni articoli in lingua inglese.

Fu proprio grazie a questo passaggio in una terra neutrale che la teoria della relatività poté varcare il canale della Manica e arrivare in Inghilterra, dove trovò subito un sostenitore entusiasta: l’astrofisico Arthur Stanley Eddington, già titolare delle cattedre di astronomia teorica e sperimentale a Cambridge. È curioso pensare che Eddington iniziò ad apprezzare il lavoro di Einstein, ancora prima che per la rilevanza in fisica, per l’eleganza dell’elaborazione matematica. Fatto è che, grazie a questa sua immediata attenzione nei confronti della nuova teoria della gravità, quest’ultima trovò modo di diffondersi anche nei paesi anglosassoni, in particolare proprio per un celebre articolo scritto da Eddington stesso, dal titolo Report on the Relativity Theory of Gravitation, pubblicato nel 1920 dalla Physical Society of London.

Sir Arthur Stanley Eddington (1882-1944)

Eddington, a quel punto, non era più solo affascinato dalla “bellezza matematica” della teoria di Einstein, ma aveva potuto saggiarla sul campo, mettendola direttamente alla prova dei fatti. L’anno prima, quindi nel 1919, era riuscito a farsi finanziare dalla Royal Society e dalla Royal Astronomical Society una costosa missione scientifica volta proprio a dimostrare per la prima volta sperimentalmente la validità della teoria di Einstein. A convincere le due prestigiose istituzioni britanniche fu ancora uno scritto di Eddington, che nel 1918 – a guerra ancora in corso, quindi in condizioni di grande difficoltà anche economica del paese, impegnato nello sforzo bellico – arrivò a tessere le lodi di una teoria formulata da un tedesco (quindi tecnicamente un nemico) scrivendo una relazione per diffonderla fra i suoi colleghi britannici ed esaltando proprio la bellezza della “potenza insita nel ragionamento matematico”, come scrisse nella prefazione.

E siamo quindi al 1919, il 29 maggio, per la precisione. Un secolo fa esatto. La missione scientifica richiesta da Eddington riguardava l’osservazione dell’eclissi totale di Sole che si verificò proprio in quella data. Lo scopo dichiarato era effettuare misurazioni che avrebbero permesso di valutare le previsioni della teoria di Einstein relativamente alla deflessione dei raggi di luce a opera del campo gravitazionale. L’idea era misurare le posizioni apparenti di alcune stelle di sfondo in prossimità del disco solare occultato dalla Luna e di confrontarle con le rispettive posizioni assunte a distanza di alcuni mesi, quando quelle stesse stelle si trovano angolarmente più distanti dal Sole e possono pertanto essere osservate di notte. Quell’eclissi si verificava in condizioni particolarmente favorevoli da questo punto di vista: il campo stellare da osservare era quello dell’ammasso delle Iadi, nella costellazione del Toro, composto da stelle piuttosto luminose e facilmente riconoscibili.

Per inciso, la deflessione della luce è anche all’origine del fenomeno delle lenti gravitazionali: quando lungo la linea di vista fra noi e una sorgente lontana si trova una galassia o anche un ammasso di galassie, la luce della sorgente lontana viene deflessa più o meno intensamente proprio a causa della presenza di quella grande massa. Il risultato è che la sorgente lontana (un quasar, una galassia e così via) viene osservata deformata e talvolta addirittura moltiplicata. La lente gravitazionale – appunto la massa della galassia o dell’ammasso di galassie lungo la linea di vista – può deflettere in maniera diversa la luce a seconda della distribuzione della sua massa, potendo produrre anche immagini multiple della stessa sorgente lontana.

Ma torniamo a Eddington e alla “sua” eclissi. Per tutelarsi da eventuali problemi logistici, meteorologici e altro, furono organizzate due spedizioni scientifiche, naturalmente in due località toccate dalla fascia di totalità dell’eclissi, che avrebbe attraversato l’Oceano Atlantico, dal Brasile all’Africa occidentale. Sotto il coordinamento complessivo di Eddington, la prima spedizione, guidata dall’astronomo Andrew Crommelin, dell’Osservatorio di Greenwich, ebbe come destinazione Sobral, nel nord del Brasile, l’altra l’isola Príncipe, al largo delle coste africane della Guinea, guidata dallo stesso Eddington. E, a posteriori, bisogna dire che l’idea di organizzare due spedizioni fu vincente. Le osservazioni di Eddington furono di bassa qualità, prevalentemente per motivi meteo, mentre da Sobral il gruppo di Crommelin osservò l’eclissi in condizioni ottimali.

Le misurazioni sulle lastre raccolte da più strumenti, rese difficoltose non solo dalla qualità delle immagini, che mostravano poche stelle riconoscibili, ma anche dall’entità della deflessione (inferiore a 2 secondi d’arco), portarono a risultati incerti affetti da errori piuttosto rilevanti, ma comunque compatibili con le previsioni di Einstein. E in ogni caso Eddington non si fece frenare dall’incoerenza di alcuni numeri: la conclusione delle necessarie elaborazioni fu che la teoria generale della relatività era confermata (e, verrebbe da dire, non poteva essere altrimenti).

L’annuncio che la teoria di Einstein aveva ricevuto la prima conferma sperimentale, dato il 6 novembre dello stesso anno nel corso di una riunione congiunta dei due enti finanziatori, Royal Society e Royal Astronomical Society, ebbe immediata e ampia eco non solo nella comunità scientifica, ma anche su quotidiani e riviste sia britanniche sia statunitensi, consegnando definitivamente l’ex oscuro impiegato dell’Ufficio brevetti di Berna alla fama mondiale.

Fu così che, nonostante le ampie e giustificate critiche portate da molti fisici di rilievo alle misurazioni realizzate da Eddington e collaboratori, la relatività generale prese il volo. Un successo più che meritato, certo, anche perché quella nuova e rivoluzionaria teoria della gravità, dopo quella prima verifica, è stata sottoposta a numerose altre verifiche sperimentali che hanno – almeno fino a oggi – confermato la sua validità, ma che, almeno in quel momento, fece affidamento più sul grande entusiasmo di Eddington nei confronti della teoria che sulla reale affidabilità dei dati raccolti durante quell’eclissi di un secolo fa.

Finisce un’era: le ultime missioni del programma Apollo

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RICERCA SPAZIO

Le missioni conclusive del programma Apollo, tra innovazioni tecniche ed esperimenti scientifici. Fino all’ultima passeggiata sulla Luna, nel 1972.

Simone Petralia 25 Luglio 2019 alle 16:00

Dopo il primo sbarco sulla Luna, nel luglio del 1969, la NASA prevedeva di portare sul nostro satellite altri nove equipaggi. L’ultima missione del programma Apollo doveva essere la numero 20, ma le cose andranno diversamente. L’amministrazione Nixon decide di dirottare su altro quasi tutti i fondi un tempo destinati allo spazio. È soprattutto la guerra in Vietnam, di cui non si intravede la fine, a sottrarre sempre più risorse statali. Alla fine del 1970, i tagli al budget dell’ente spaziale portano alla cancellazione degli ultimi tre lanci.

I voli che seguono la disavventura dell’Apollo 13 vengono allestiti con la consapevolezza dell’imminente smantellamento del programma. Questo, però, non li rende meno importanti.

Apollo 14 – risciò e partite a golf

L’equipaggio dell’Apollo 14, che decolla da Cape Canaveral il 31 gennaio 1971, è composto da Stuart  Roosa, pilota del modulo lunare Kitty Hawk, Edgard Mitchell, alla guida del modulo di comando Antares, e Alan Shepard, comandante della missione. Quest’ultimo è stato il primo americano nello spazio ed è un veterano del gruppo dei Mercury Seven. A causa della sindrome di Ménière, problema dell’orecchio interno che può causare vertigini e nausea, non vola da quasi dieci anni, ma un’operazione chirurgica lo porta a  guarire completamente. Deke Slayton, responsabile della selezione degli equipaggi, decide di concedergli una seconda possibilità. All’età di 47 anni, sarà l’uomo più anziano a mettere piede sulla Luna.

Nelle fasi iniziali della missione, l’aggancio in orbita fra Kitty Hawk e Antares e il conseguente distacco del modulo lunare dal terzo stadio del Saturn V si rivelano più complicati del previsto. Prima che la manovra riesca sono necessari ben sei tentativi, ma superato questo ostacolo tutto procede regolarmente. Una volta raggiunta la superficie lunare, Shepard e Mitchell, il quinto e il sesto uomo a camminare sul nostro satellite, posizionano vari strumenti nei pressi della zona di allunaggio e conducono numerosi esperimenti scientifici.

Sulla superficie viene utilizzato per la prima volta il Modular Equipment Transporter (MET), piccolo veicolo a due ruote trainato a mano tramite una barra collocata nella parte anteriore, su cui vengono collocate attrezzature e strumenti di vario tipo. Scomodo e difficile da trascinare sull’accidentato terreno lunare, gli astronauti lo soprannominano “risciò”. Dalla missione successiva sarà sostituito dal più efficiente rover.

Shepard è ricordato anche come l’unico essere umano ad aver mai giocato a golf sulla Luna. Poco prima di risalire sul modulo Kitty Hawk, l’astronauta estrae due palline da golf portate con sé durante il viaggio e le lancia utilizzando una piccola asta; la prima rotola in un cratere poco lontano, mentre la seconda – agevolata dalla gravità lunare – viene scaraventata a oltre 200 metri di distanza.

Apollo 15 – arriva il rover lunare

Il lancio dell’Apollo 15 avviene il 26 luglio 1971. Il comandante è David Scott, al suo terzo volo da astronauta dopo le missioni Gemini 8 e Apollo 9. Alfred Worden, pilota del modulo di comando Endeavour e James Irwin, pilota del modulo lunare Falcon, sono invece alla loro prima esperienza nello spazio.

La missione è caratterizzata da una serie di migliorie tecniche, grazie alle quali sarà possibile compiere indagini scientifiche avanzate sulla superficie lunare. Il Falcon, che alluna correttamente il 30 luglio, è progettato per una permanenza prolungata sul nostro satellite. Resterà sulla Luna per oltre 66 ore, il doppio rispetto alla missione precedente. Scott e Irwin, il settimo e l’ottavo uomo a camminare sulla Luna, hanno inoltre a disposizione uno strumento che consente di compiere molte più attività in meno tempo: il rover lunare (LRV, Lunar Rover Vehicle). Inserito smontato all’interno del modulo lunare, l’LRV viene assemblato dai due astronauti direttamente sulla Luna.

Non più limitati nei movimenti a causa delle ingombranti tute spaziali, grazie a questo mezzo di trasporto gli astronauti hanno la possibilità di esplorare ampie porzioni di territorio. Il rover, costruito dalla Boeing e dalla General Motors, si guida tramite una cloche ed è dotato di quattro ruote motrici prive di camera d’aria. Non potendo funzionare con un normale motore a combustione in un mondo privo di ossigeno, è alimentato da un motore elettrico. Può raggiungere i 13 km/h e ha un’autonomia di quasi cento chilometri, ma a causa delle numerose insidie del terreno e delle difficoltà legate alla bassa gravità lunare, non viene mai spinto oltre i 4–5 km/h.

Apollo 16 – tre giorni sulla Luna

Il 1972 segna la fine del programma Apollo. Restano solo due missioni, poi la NASA si concentrerà su un nuovo progetto, chiamato Space Shuttle. Il decollo dell’Apollo 16 avviene il 16 aprile del 1972. Il comandante è John Young, già membro dell’equipaggio dell’Apollo 10; alla guida del modulo di comando, chiamato Casper, c’è Thomas Mattingly, mentre il modulo lunare Orion è affidato al trentaseienne Charles Duke, destinato a essere il più giovane astronauta a mettere piede sulla Luna.

L’allunaggio avviene con circa sei ore di ritardo a causa di un malfunzionamento al motore del modulo lunare, ma la missione è comunque un successo. Young e Duke restano sulla superficie del satellite per quasi tre giorni, oltre 70 ore complessive, ed effettuano ben tre attività extraveicolari di lunga durata, sfruttando il rover molto più che nella missione precedente. Vengono percorsi circa 27 chilometri, eseguiti decine di esperimenti di varia natura e raccolti oltre 95 chili di rocce; tra questi Big Muleyun campione di quasi 12 chili di peso, il reperto più pesante riportato sulla Terra dagli astronauti del programma Apollo.

Per la prima volta vengono utilizzati un trapano di nuova concezione in grado di estrarre un campione di suolo a ben tre metri di profondità e uno speciale apparecchio, formato da una fotocamera e un telescopio, capace di acquisire immagini nella regione dell’ultravioletto dello spettro elettromagnetico. Nel frattempo Mattingly – a bordo del modulo di comando Casper per un totale di 126 ore, pari a 64 orbite lunari – batte tutti i record di permanenza in solitariaattorno al nostro satellite.

Apollo 17 – l’ultimo viaggio

L’ultima missione del programma Apollo parte da Cape Canaveral il 7 dicembre 1972. Per la prima e ultima volta nella storia dei lanci del Saturn Vil decollo avviene a notte fonda. Trentatrè minuti dopo la mezzanotte un boato scuote il Kennedy Space Center e per alcuni istanti il cielo si illumina di rosso.

Gli astronauti a bordo della navicella sono Eugene Cernan, comandante, Ron Evans, pilota del modulo di comando America e infine Harrison Schmitt, alla guida del modulo lunare Challenger. Schmitt, oltre a essere il primo astronauta a non avere trascorsi da militare, sarà l’unico scienziato a calpestare il solo lunare; laureato in geologia ad Harvard, la sua presenza a bordo dell’ultima navicella Apollo è fortemente voluta dalla National Academy of Sciences.

Il Challenger tocca la superficie lunare l’11 dicembre. Cernan e Schmitt sono rispettivamente l’undicesimo e il dodicesimo essere umano a toccare la superficie della Luna. L’esecuzione di esperimenti e l’installazione di apparecchiature si susseguono senza sosta, sia al suolo che in orbita. La NASA è consapevole che non ci saranno altre missioni umane sulla Luna per molto tempo e cerca di sfruttare al massimo quest’ultima occasione.

Nei tre giorni trascorsi sul nostro satellite, i due astronauti compiono ben tre attività extraveicolari, ognuna delle quali dura più di 7 ore. Oltre alla raccolta di circa cento chili di campioni di roccia e all’installazione dell’ALSEP (Apollo Lunar Surface Experiments Package), pacchetto contenente vari strumenti – tra cui un sismografo, un magnetometro e uno spettrometro – utilizzato anche nelle missioni precedenti, viene testato il TGE (Traverse Gravimeter Experiment), strumento progettato dal Massachusetts Institute of Technology, realizzato con lo scopo di ottenere informazioni sulla gravità e la struttura interna della Luna.

Nel frattempo Ron Evans, in orbita a bordo del modulo di comando America, esegue una serie di esperimenti con gli strumenti scientifici presenti all’interno del veicolo, tra cui un radiometro a raggi infrarossi, utilizzato per generare una mappa della temperatura del suolo. Evans non è solo. Con lui ci sono anche Fe, Fi, Fo, Fum e Phooey, cinque topolini (Perognathus longimembris) che durante le 75 orbite lunari vengono sottoposti ad alcuni test sugli effetti dei raggi cosmici sugli organismi viventi.

Il 14 dicembre, ultimata l’ultima attività extraveicolare, i due astronauti sulla Luna rientrano nel Challenger e si preparano al rientro. L’ultimo a lasciare la superficie è Eugene Cernan. Ad oggi nessun altro essere umano ha calpestato il suolo lunare.

Ricadute tecnologiche

Portata a termine la missione conclusiva, dopo aver infranto ogni possibile record in campo spaziale, il programma Apollo viene chiuso. Se è stato possibile realizzare un’impresa di tale portata in appena un decennio, lo si deve soprattutto a ragioni di natura politica, ma sarebbe un grosso errore considerare i traguardi raggiunti in quegli anni come la semplice attestazione simbolica della supremazia americana sui russi. Le missioni lunari della NASA sono costate tantissimo – più di 25 miliardi di dollari, equivalenti a oltre 100 miliardi al cambio attuale – ma il valore economico delle ricadute scientifiche e tecnologiche su scala globale è incalcolabile.

Portare i primi esseri umani nello spazio ha richiesto lo sforzo collettivo di migliaia tra scienziati, progettisti e ingegneri. Le innovazioni sviluppate in quegli anni hanno contribuito in modo significativo ad accelerare il progresso dell’intera umanità. Quasi 2000 prodotti utilizzati in vari ambiti della nostra vita – dall’informatica all’agricoltura, dalla medicina ai trasporti, dalla sicurezza al tempo libero – derivano dalla ricerca spaziale. Nato oltre quarant’anni fa, il Technology Transfer Program della NASA si occupa di trasformare le ricerche pionieristiche dell’ente spaziale in investimenti volti a sostenere l’economia e migliorare la qualità della vita.

La vita dopo Apollo

Cinquant’anni dopo il primo allunaggio, quattro dei dodici astronauti che hanno avuto lo straordinario privilegio di passeggiare sul nostro satellite sono ancora in vita. Edwin ‘Buzz’ Aldrin, il secondo uomo sulla Luna, David Scott, comandante dell’Apollo 15Charles Duke, pilota del modulo lunare dell’Apollo 16 e Harrison Schmitt, il geologo dell’Apollo 17 che ha compiuto l’ultima passeggiata lunare in compagnia di Eugene Cernan. Veri e propri pionieri, un tempo considerati alla stregua di supereroi, questi uomini sono in realtà normalissimi esseri umani, con le loro fragilità, insicurezze e idiosincrasie. Rientrato dalla missione lunare, Scott è stato coinvolto in uno scandalo riguardante 400 francobolli portati senza autorizzazione sul nostro satellite e poi rivenduti da un commerciante tedesco; Schmitt ha avuto una brillante carriera politica, culminata con l’elezione a senatore del New Mexico nel 1977, ma negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé per le sue posizioni negazioniste riguardo il riscaldamento globale; Aldrin ha combattuto per anni contro l’alcolismo e la depressione, mentre Duke è diventato un fervente religioso.

Cinquant’anni dopo quello straordinario 20 luglio 1969, sembra che i tempi siano maturi per una nuova avventura umana nello spazio. È improbabile che i moonwalkers, oggi ultraottantenni, riescano ad assistere ai viaggi dei loro successori. Sognare, però, non costa nulla. Ne sa qualcosa Buzz Aldrin, da anni uno dei principali promotori della ripresa delle missioni umane oltre l’orbita bassa della Terra. In un articolo pubblicato sul New York Times nel 2013, Aldrin scrive che la Luna non va più vista “come una meta, ma come il punto da cui partire per raggiungere e colonizzare Marte”. Tra non molto, forse, Eugene Cernan perderà il suo primato di ultimo uomo sulla Luna.

Nota della redazione, 26 luglio 2019: l’articolo è stato editato per modificare un errore relativo al numero di equipaggi da portare sulla Luna dopo lo sbarco nel 1969.

Fotografia NASA


Simone Petralia

Simone Petralia

Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell’uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.

“Abbiamo deciso di andare sulla Luna”

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RICERCA SPAZIO

A 50 anni dal primo allunaggio, ripercorriamo le tappe più importanti. A cominciare dal celebre discorso che Kennedy tenne il 12 settembre 1962 di fronte a una folla di 40.000 persone.

Simone Petralia 20 Giugno 2019 alle 10:00

Foto: NASA

Il 12 aprile 1961, alle ore 09:07 secondo il fuso di Mosca, il cosmonauta russo Jurij Gagarin viene lanciato nello spazio a bordo della navicella Vostok 1. È il primo essere umano a effettuare un volo orbitale. Pochi giorni dopo, tra il 17 e il 19 aprile, il tentativo americano di rovesciare il regime di Fidel Castro nella baia dei Porci fallisce miseramente. Il 5 maggio l’astronauta della NASA Alan Shepard effettua un breve volo suborbitale a bordo della capsula Mercury 3, ma è nulla in confronto alla missione di Gagarin. Gli Stati Uniti sono in serio imbarazzo.

L’annuncio al Congresso

Consapevole dell’importanza di dare subito un segnale forte alla popolazione, il 25 maggio 1961 John Fitzgerald Kennedy – da pochi mesi presidente degli Stati Uniti d’America – annuncia davanti al Congresso l’ambizioso obiettivo di portare un astronauta americano sulla Luna entro la fine del decennio. Dopo essersi consultato con il vicepresidente Lyndon B. Johnson e con James E. Webb, neoeletto amministratore della NASA, Kennedy conclude che una missione umana sulla Luna – pur essendo un’impresa estremamente dispendiosa e impegnativa – costituisca l’unica possibilità per gli Stati Uniti di battere i rivali sovietici nella corsa allo spazio. In piedi di fronte ai membri del Congresso, chiede che gli Stati Uniti si impegnino, prima della fine del decennio, “a far sbarcare un uomo sulla Luna e riportarlo sano e salvo sulla Terra”.

È un salto nel buio. Fino a quel momento la NASA non ha ottenuto alcun successo; nessun americano ha ancora raggiunto l’orbita terrestre – il primo sarà John Glenn nel febbraio del 1962 – mentre i sovietici con le navicelle del programma Vostok hanno già effettuato diversi voli orbitali. Raggiungere la Luna sembra una follia. Eppure non è così. La NASA progetta da anni una missione lunare, mancano solo i finanziamenti. Gli USA sono indietro rispetto all’URSS nella progettazione di stazioni orbitanti e satelliti lunari, ma hanno la possibilità di battere i sovietici seguendo la strada più difficile: portare i primi esseri umani sul nostro satellite. Il discorso di Kennedy convince il Congresso e raggiungere la Luna diventa subito la priorità assoluta, una sfida aperta al programma spaziale sovietico.

Un enorme investimento

Al Congresso Kennedy non incontra alcuna opposizione. Senatori e deputati approvano l’idea sia per le enormi ricadute economiche, considerate le centinaia di industrie piccole e grandi che saranno coinvolte, sia per il prestigio internazionale che deriverà dal compimento della missione. Secondo un’inchiesta condotta dalla società di indagini statistiche Gallup, però, il 58% della popolazione non vede di buon occhio l’idea di utilizzare il denaro pubblico per compiere un’impresa spaziale che appare ardita, ma inutile. I soldi necessari per raggiungere la Luna entro la fine del decennio sono un’enormità. Si calcola che serviranno approssimativamente 25 miliardi di dollari entro il 1970, equivalenti a circa 100 miliardi in dollari attuali. Occorre convincere gli americani che si tratta di denaro ben speso.

Nell’arco di appena un anno più di cinquecentomila persone – tra tecnici, ingegneri, progettisti e personale impiegato a diversi livelli – iniziano a lavorare al progetto e nell’estate del 1962 il programma Apollo comincia a prendere forma. A Houston è in costruzione il Manned Spacecraft Center – oggi Lyndon B. Johnson Space Center – centro di controllo missione, ma anche struttura per la progettazione e la verifica dei veicoli spaziali e la formazione degli astronauti.

Il discorso alla Rice University di Houston

Nel settembre del 1962 Kennedy compie una visita di due giorni a Houston per seguire l’andamento dei lavori. Accompagnato dagli astronauti Scott Carpenter e John Glenn, ha la possibilità di visionare i  modelli delle navicelle Gemini e Apollo e della navicella Mercury 6 su cui Glenn ha effettuato il primo volo orbitale americano. Il 12 settembre si reca allo stadio della Rice University dove, di fronte a una folla di circa 40.000 persone – studenti universitari, famiglie con bambini, scolaresche, donne e uomini di tutte le età – prende la parola. Le bozze iniziali dell’intervento – scritte da Ted Sorensen, consigliere politico e autore di molti dei testi del presidente – sono successivamente modificate dallo stesso Kennedy. Il risultato è un discorso accorato e vibrante, profondamente retorico, ma anche intenso e appassionato. In trentatrè minuti destinati a entrare nella storia, Kennedy si rivolge al pubblico usando sempre la prima persona plurale. Il soggetto siamo “noi”. Noi americani, noi cittadini, ma anche – semplicemente – noi esseri umani.

Abbiamo iniziato questo viaggio verso nuovi orizzonti perché vi sono nuove conoscenze da conquistare e nuovi diritti da ottenere, perché vengano ottenuti e possano servire per il progresso di tutti. […] Abbiamo deciso di andare sulla Luna. Abbiamo deciso di andare sulla Luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese; non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre.

Unire le forze: il sogno di una missione comune

Dietro al desiderio di conquista, nelle parole di Kennedy traspare una diversa visione del mondo, una nuova immagine della storia e dei rapporti tra le nazioni. Le motivazioni del 1961, sfidare i rivali sovietici e ottenere la supremazia nella corsa allo spazio, appaiono meno forti. Kennedy vuole che gli Stati Uniti occupino “una posizione di preminenza”, che siano la nazione guida di questa nuova impresa, ma al tempo stesso auspica che l’avventura lunare possa essere un modo per stemperare le tensioni della guerra fredda, sogna che possa trasformarsi in un progetto comune in grado di unire le due superpotenze, anziché dividerle ulteriormente. Lo spazio è la nuova frontiera per tutti, un territorio inesplorato da raggiungere e conquistare con coraggio e spirito pionieristico, ma senza alcuna bramosia di predominio.

Non intendo dire che dobbiamo affrontare questa impresa senza proteggerci da un uso ostile dello spazio, esattamente come non affrontiamo senza difese l’uso ostile che è possibile fare della terra e del mare. Voglio dire che lo spazio può essere esplorato e dominato senza alimentare fuochi di guerra, senza ripetere gli errori che l’uomo ha commesso nell’estendere il suo controllo sul pianeta sul quale ci troviamo. Ad oggi, lo spazio non ha ancora visto alcuna contesa, alcun pregiudizio, alcun conflitto nazionale. […] La sua conquista merita il meglio di tutta l’umanità e questa occasione di cooperazione pacifica potrebbe non ripresentarsi mai più.

In un vertice internazionale tenutosi a Vienna il 3 giugno 1961, pochi giorni dopo il discorso al Congresso, Kennedy aveva già chiesto al premier sovietico Nikita Chruščëv di progettare insieme il viaggio sulla Luna. Concetto ribadito durante un discorso tenuto all’ONU il 20 settembre 1963. “Perché il primo volo umano sulla Luna dovrebbe essere una questione di competizione nazionale?” aveva detto all’assemblea generale delle Nazioni Unite, “perché Stati Uniti e Unione Sovietica, nella preparazione di tali spedizioni, devono essere costretti a duplicare ricerche, costruzioni e spese? Dovremmo fare in modo che gli scienziati e gli astronauti dei nostri due paesi – e in effetti di tutto il mondo – possano lavorare insieme alla conquista dello spazio, spedendo sulla Luna non i rappresentanti di una singola nazione, ma i rappresentanti di tutti i nostri paesi”.

Due mesi dopo, il 22 novembre 1963, Kennedy sarà ucciso a Dallas. Forse Chruščëv stava prendendo in considerazione l’idea di accettare l’invito a unire le forze nelle missioni lunari umane, ma la morte di Kennedy e il ritiro forzato del leader sovietico nell’ottobre  del 1964, porranno definitivamente fine a questa possibilità.

Dieci anni, tre mesi e due giorni separano il discorso pronunciato da John Fitzgerald Kennedy alla Rice University di Houston dall’ultima passeggiata lunare compiuta da un essere umano, Eugene Cernan, il 14 dicembre 1972. Tra queste due date è accaduto di tutto: non solo l’assassinio di Kennedy, ma anche i fallimenti delle prime sonde lunari lanciate dalla NASA, la travagliata fase progettuale del programma Apollo, i successi e i passi falsi delle missioni sovietiche, le tensioni geopolitiche, la tragedia dell’Apollo 1, i dubbi sulla riuscita del progetto e infine l’eccezionale traguardo raggiunto il 20 luglio 1969, cinquant’anni fa, quando Neil Armstrong toccò per la prima volta il suolo lunare. Una storia incredibile, la storia del decennio in cui sembrava che il genere umano avesse intrapreso un viaggio destinato a non avere fine.

Nei prossimi articoli ripercorreremo le tappe più importanti di questa straordinaria avventura.


Simone Petralia

Simone Petralia

Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell’uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.