L’Unione Sovietica e la Luna

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L’Unione Sovietica sembrava destinata a portare un essere umano sulla Luna prima degli Stati Uniti. Perché non ci è riuscita?

Simone Petralia 01 Luglio 2019 alle 16:00

Nei primi anni Sessanta del secolo scorso la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica si gioca anche, forse soprattutto, nello spazio. All’inizio sembra non esserci partita, la supremazia sovietica è schiacciante. Tra il 1961 e il 1965 i russi inanellano un successo dietro l’altro: il primo uomo e la prima donna in orbita (Jurij Gagarin e Valentina Tereškova, rispettivamente nell’aprile del 1961 e nel giugno del 1963), il primo volo contemporaneo di due navicelle con equipaggio (Vostok 3 e Vostok 4, nell’agosto del 1962), la prima attività extraveicolare nello spazio, ben dodici minuti trascorsi dal cosmonauta Aleksej Leonov all’esterno della navicella Voschod 2, nel marzo del 1965.

Eppure, incredibilmente, l’Unione Sovietica non riuscirà a vincere la gara più importante: far sbarcare un essere umano sulla Luna prima degli Stati Uniti. Com’è possibile?

Nessun programma a lungo termine

Il 13 settembre 1959 la sonda Luna 2 precipita come stabilito sul suolo lunare. Si tratta del primo oggetto costruito da un essere umano a toccare un altro corpo celeste. Poche settimane dopo Luna 3 fotografa per la prima volta il lato oscuro del nostro satellite. Sono due grandi successi, ma a partire da quale momento la corsa sovietica alla Luna subisce un’importante battuta d’arresto. Nessuna delle sonde lanciate tra il 1961 e il 1965 riesce a raggiungere gli obiettivi prefissati. Nel 1964, quando gli USA ottengono il loro primo risultato importante sulla Luna con Ranger 7, i sovietici arrancano. La verità è che il programma lunare russo nasconde una fragilità di fondo, dovuta sia a mancanze strutturali che a errori strategici.

Gli Stati Uniti sanno sin dall’inizio che le missioni con equipaggio destinate a raggiungere la Luna saranno quelle del programma Apollo e investono le loro risorse in modo preciso e mirato sul razzo vettore Saturn V. Tutto è sotto il controllo della NASA, dal 1961 al 1968 sotto la guida di una sola persona: James E. Webb. I sovietici, al contrario, non possono contare su un programma a lungo termine, ma devono sottostare ai cosiddetti piani quinquennali stabiliti dal partito. Si decide di dar vita a gruppi di lavoro distinti, impegnati nella realizzazione di diversi tipi di razzi vettori.

Errori strategici e rivalità personali: i fallimenti di N1 e Proton

Il gruppo OKB-1, guidato da Sergej Korolëv – il carismatico progettista capo delle più importanti missioni spaziali sovietiche – è impegnato nella realizzazione del razzo vettore N1. Progettato inizialmente a scopi militari, dal 1960 sarà sviluppato con l’obiettivo specifico di lanciare una capsula con a bordo due o tre cosmonauti. A causa della mancanza di fondi, lo sviluppo vero e proprio inizierà solo nel 1965, quasi quattro anni dopo quello di Saturn V. Saranno effettuati quattro tentativi di lancio, tutti e quattro destinati al fallimento; durante il secondo tentativo, nel luglio del 1969, N1 precipiterà poco dopo il decollo dalla piattaforma di lancio di Bajkonur, nell’attuale Kazakistan, provocando una delle più grandi esplosioni non nucleari nella storia dell’umanità. Il programma N1 sarà cancellato definitivamente nel 1974.

Nel frattempo Valentin Gluško, alla guida del gruppo denominato OKB-456, che in un primo momento aveva collaborato con Korolëv, decide di unirsi al team OKB-52, capitanato da Vladimir Čelomej. Dietro questa scelta ci sono perlopiù rivalità personali e motivazioni politiche. Gluško considera da sempre Korolëv un suo rivale, tanto da averlo accusato, quando al potere c’era Stalin, di essere un nemico del popolo, facendolo condannare a dieci anni di prigionia. Sperando di poter ottenere un trattamento di favore, il gruppo di lavoro di Čelomej e Gluško assume il figlio di Chruščëv, ma i risultati non sono quelli sperati. La guerra tra i due gruppi rallenta notevolmente la corsa spaziale sovietica.

Čelomej e Gluško portano avanti un progetto particolarmente ambizioso, denominato Proton. Immaginato inizialmente come missile balistico intercontinentale per il trasporto di testate nucleari, viene ridisegnato come vettore spaziale per l’invio di una navicella attorno alla Luna con due uomini a bordo, rielaborando in parte quanto già sviluppato per N1. Dopo il collaudo, però, anche Proton si rivela inaffidabile e causa il fallimento di numerose missioni. Negli anni Settanta si rivede l’intero progetto e nel 1977 i problemi di Proton vengono definitivamente risolti. Il vettore, utilizzato ancora oggi per le missioni spaziali russe, è una delle opere umane più longeve della storia dell’astronautica.

Una nuova speranza

Quando Chruščëv è costretto a ritirarsi, nell’ottobre del 1964, il gruppo di Čelomej e Gluško viene sciolto e Korolëv, avendo di nuovo mano libera, decide di utilizzare Proton e una nuova generazione di navicelle – denominate Sojuz – per portare due cosmonauti sulla Luna. Pochi mesi dopo i sovietici ottengono i primi veri successi lunari grazie a due missioni prive di equipaggio. Nel luglio del 1965 la sonda Zond 3 raggiunge l’orbita del nostro satellite, mentre nel febbraio del 1966 Luna 9 realizza il primo allunaggio “morbido” della storia, precedendo di pochi mesi la sonda americana Surveyor 1. Tra il marzo e il dicembre del 1966 vengono lanciate anche altre quattro sonde del programma Luna; tre di queste portano a compimento la loro missione e trasmettono immagini e dati significativi.

Questi successi riaccendono le speranze: forse è ancora possibile condurre due cosmonauti sulla Luna prima dei concorrenti americani. La verità, però, è ben diversa. I programmi Gemini e Apollosono strutturati molto meglio rispetto a Sojuz e lo stesso allunaggio di Luna 9, pur essendo un successo, arriva dopo svariati fallimenti e un enorme spreco di risorse. A rendere ancora più problematica la situazione è la morte prematura di Korolëv, avvenuta il 14 gennaio del 1966, poche settimane prima dello sbarco di Luna 9. A sostituirlo è il suo braccio destro, Vasilij Mišin. Pur essendo esperto quasi quanto il suo predecessore, Mišin inanellerà una serie di errori – in parte dovuti alle pressioni dei vertici politici, ansiosi di battere sul tempo gli americani – a causa dei quali la possibilità di far giungere una missione con equipaggio sulla Luna naufragherà definitivamente.

La fine del sogno

Il punto di non ritorno viene raggiunto nel 1967, annus horribilis sia per gli Stati Uniti che per l’Unione Sovietica. Il 27 gennaio i tre membri dell’equipaggio dell’Apollo 1 muoiono in un terribile incidente. Tre mesi dopo, il 24 aprile 1967, il cosmonauta Vladimir Komarov perde la vita durante l’atterraggio di emergenza della navicella Sojuz 1. Le indagini compiute nei mesi successivi faranno emergere numerosi errori sia in fase di progettazione che di sviluppo della capsula. Il programma Apollo riparte nel novembre del 1967, mentre Sojuz 4 e Sojuz 5, le prime capsule sovietiche con equipaggio umano dopo Sojuz 1, saranno lanciate solo nel gennaio del 1969. Le due navicelle si agganciano in orbita e viene effettuato il trasbordo dell’equipaggio; è un successo, ma gli Stati Uniti sono già pronti a portare sulla Luna gli astronauti dell’Apollo 11È troppo tardi. I sovietici, dati per favoriti all’inizio della corsa, sono stati sconfitti. Dal 20 luglio 1969 sulla Luna campeggia la bandiera a stelle e strisce.

Fotografia: NASA


Simone Petralia

Simone Petralia

Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell’uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.

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Foto: lo sbarco sulla Luna, 50 anni fa

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FOTOGRAFIA MULTIMEDIA

Una galleria fotografica in occasione del cinquantesimo anniversario del primo allunaggio di un essere umano.

Lisa Zillio 19 Luglio 2019 alle 10:00

L’obiettivo principale della missione Apollo 11 era portare per la prima volta un essere umano sulla Luna. E così è stato. Il 20 luglio del 1969 gli astronauti Neil Armstrong ed Edwin “Buzz” Aldrin furono i protagonisti del primo allunaggio nella storia dell’umanità.

La navicella spaziale partì il 16 luglio dal Kennedy Space Center e dopo circa tre giorni entrò nell’orbita lunare. A questo punto Amstrong e Aldrin si spostarono nel Modulo Lunare Eagle, mentre il terzo membro della missione, Michael Collins, rimase nel Modulo di Comando Columbia, la parte della navicella destinata a riportare gli astronauti sulla Terra.

Queste sono le prime immagini di un essere umano sulla Luna, viste nel 1969 in diretta da almeno 600 milioni di persone in tutto il mondo, nella versione restaurata dalla NASA.

Di seguito, alcune delle immagini più celebri dell’iconica missione Apollo 11.

Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA

Fotografie: NASA

Lisa Zillio

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Media producer, lavora con immagini, parole e contenuti grafici. Dopo un percorso di formazione in ideazione e management di eventi culturali e ambientali, dal 2010 si occupa di comunicazione multimediale. Ha partecipato a due spedizioni scientifiche, una in Asia centrale e una in Argentina e le sue fotografie sono state pubblicate in due libri: Marco Polo. Geni e sapori lungo la Via della Seta e Mini Darwin in Argentina. I dinosauri raccontati dai ragazzi.

“L’Aquila è atterrata!” – 50 anni fa il primo sbarco sulla Luna

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Il racconto del primo emozionante allunaggio, di cui oggi ricorre il cinquantesimo anniversario.

Simone Petralia 20 Luglio 2019 alle 10:00

Un uomo scende da una scaletta. Indossa una tuta bianca, un grosso casco gli nasconde il volto. Si avvicina al terreno con lentezza, un piede dopo l’altro. I suoi passi sono goffi. Giù non c’è nessuno ad aspettarlo, solo un’enorme distesa di sabbia grigia; un deserto enorme, grande quanto l’Africa e l’Australia messe insieme, totalmente disabitato. Eppure quell’uomo non è solo. La sua discesa dalla scaletta è seguita con attenzione, a centinaia di migliaia di chilometri di distanza, da più di seicento milioni di persone. L’uomo arriva alla fine, dopo l’ultimo gradino fa un piccolo saltello e tocca il suolo col piede sinistro. “È un piccolo passo per un uomo…”, dice con voce emozionata.

allunaggio
L’astronata Buzz Aldrin cammina sulla superficie lunare. Fotografia NASA

È successo davvero. Cinquant’anni fa, nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1969, un essere umano ha messo piede per la prima volta in un luogo remoto, lontanissimo eppure conosciuto da sempre. Una grande sfera che la notte brilla nel cielo. La Luna.

L’attesa

Il 1969 è un anno che racchiude l’essenza dell’umanità, nel bene e nel male. Cinquecentomila ragazzi partecipano alla tre giorni di Woodstock, un inno alla pace e alla musica rock, mentre altri cinquecentomila sono impegnati a combattere in Vietnam; a Milano esplode una bomba che uccide 17 persone, a New York scoppia la rivolta di Stonewall, all’origine del movimento LGBT; viene realizzato il progetto Arpanet, precursore di Internet, mentre le truppe dell’esercito britannico occupano l’Irlanda del Nord. Nel frattempo, i primi esseri umani raggiungono la Luna.

Il decollo dell’Apollo 11 è previsto per il 16 luglio 1969. Dopo la tragedia dell’Apollo 1, il 27 gennaio 1967, la NASA non ha lasciato nulla al caso. Tutto è stato testato più volte, ogni singolo aspetto della missione destinata a toccare il suolo lunare è stato vagliato e analizzato nel dettaglio. Circa un milione di persone si recano nei pressi del Kennedy Space Center (KSC) per assistere al lancio. Le camere d’albergo sono esaurite da tempo, la gente porta con sé tende e sacchi a pelo e si piazza nei terreni che circondano la base. Tutti vogliono poter dire di essere stati presenti al grande evento.

Eppure non tutti sono lì per festeggiare. Circa cinquecento manifestanti, perlopiù afroamericani, appartenenti a varie associazioni per i diritti civili dei neri, raggiungono Cape Canaveral per protestare. Dopo l’assassinio di Martin Luther King, l’anno precedente, seguono il reverendo Ralph Abernathy. Sono delusi e arrabbiati, urlano slogan contro il governo, colpevole di aver stanziato miliardi per le missioni lunari e di aver ignorato le persone ai margini della società. Una dichiarazione di Hosea Williams, altro leader del movimento, riassume bene questo punto di vista: “Non ci opponiamo alla missione sulla Luna, il nostro scopo è protestare contro l’incapacità americana nel definire le priorità”.

Le famiglie degli astronauti, il presidente Nixon e l’ex presidente Johnson, duecento membri del Congresso, centinaia di uomini e donne provenienti da tutto il mondo, migliaia di rappresentanti delle piccole e grandi industrie coinvolte a più livelli in questa impresa potranno assistere al lancio dalle tribune riservate, di fronte alla rampa 39A dove il vettore Saturn V è pronto a decollare. In quei giorni i mass media non parlano d’altro, il mondo intero è col fiato in gola. La sala stampa del KSC è gremita. Giornalisti, reporter, cameramen e personaggi televisivi sono pronti a documentare ogni singolo istante dell’impresa. La CBS si è assicurata l’esclusiva della diretta, mentre per l’Italia Ruggero Orlando, in collegamento da Houston, e Tito Stagno, dagli studi di Roma, si alternano ai microfoni della RAI.

L’equipaggio dell’Apollo 11 è composto da Michael Collins, alla guida del modulo di comando, Edwin ‘Buzz’ Aldrin, pilota del modulo lunare e Neil Armstrong, comandante. Sullo stemma della missione, concepito da Collins, campeggia un’aquila dalla testa bianca, simbolo degli Stati Uniti, con un ramoscello di ulivo tra gli artigli; dietro al rapace pronto a conquistare la Luna c’è la Terra, disegnata in alto sull’orizzonte lunare, immersa in un cielo punteggiato di stelle. In cima, a caratteri cubitali, la scritta APOLLO 11. A differenza degli stemmi disegnati per le missioni precedenti, in questo non compaiono i nomi dei membri dell’equipaggio; scelta ponderata e fortemente voluta dai tre astronauti, pronti a vivere quest’esperienza al servizio dell’umanità e non come un momento di gloria personale. Il modulo di comando si chiama Columbia. È un omaggio alla Columbiad, un cannone gigante che nel romanzo di Jules Verne “Dalla Terra alla Luna” spara un proiettile enorme in grado di trasportare tre persone sulla Luna. Il modulo lunare è invece denominato Eagle, ovvero Aquila.

Il decollo e il viaggio verso la Luna

5, 4, 3, 2, 1, 0 … All engines running. Liftoff!”. “Tutti i motori funzionanti. Decollo!” Il lancio avviene alle 09:32 locali, le 13:32 UTC (Coordinated Universal Time, il fuso orario internazionale di riferimento, basato su quello di Greenwich). Dopo il lancio e le terribili sollecitazioni a cui sono sottoposti gli uomini nell’abitacolo, la capsula raggiunge l’orbita terrestre e i motori si spengono. La manovra più delicata, in questa fase, consiste nell’undocking, ovvero nel distacco del modulo di comando, che dopo aver ruotato di 180 gradi effettua l’avvicinamento e l’aggancio col modulo lunare, fissato all’interno del terzo stadio del Saturn V. A eseguire la manovra è Collins, pilota del Columbia. Tutto funziona alla perfezione.

La navicella si immette, a motori spenti, nella traiettoria che nell’arco di tre giorni la porterà a più di 380.000 chilometri di distanza, in prossimità del nostro satellite. Durante i tre giorni di viaggio non accade nulla di significativo. Le comunicazioni tra gli astronauti all’interno della capsula e gli uomini del centro di controllo missione sono brevi e riguardano prevalentemente aspetti di natura tecnica. Considerati gli spazi angusti, la natura eccezionale della situazione, le numerose incognite e la consapevolezza di avere gli occhi del mondo intero puntati addosso, la vita all’interno dell’abitacolo scorre relativamente tranquilla.

La discesa del modulo lunare

Il 19 luglio, alle 21:17 UTC, il Columbia raggiunge la sua meta. Il modulo di comando riaccende i motori e comincia la prima delle trenta orbite attorno alla Luna, in attesa di sganciare il modulo lunare ed effettuare lo sbarco. Il giorno dopo Neil Armstrong e Buzz Aldrin si trasferiscono all’interno dell’Eagle. Inizia la tanto attesa discesa verso il suolo. Dopo alcuni minuti, sui computer a bordo del modulo compare un messaggio d’errore; si pensa di interrompere tutto, ma dopo brevi attimi di panico l’ingegnere responsabile della manovra di allunaggio, Steve Bales, spiega che l’allarme è dovuto a un sovraccarico di dati che porta il sistema elettronico del lander a spegnersi e riavviarsi. Non c’è tempo per valutare possibilità alternative, bisogna decidere in fretta se andare avanti o interrompere la discesa. Alla fine si prosegue, per fortuna senza problemi.

A circa 900 metri dal suolo, Armstrong e Aldrin decidono di modificare la traiettoria; il terreno, nel punto designato per l’allunaggio, presenta delle asperità che potrebbero compromettere la stabilità del veicolo. Il cambio di rotta viene effettuato senza difficoltà, ma porta a utilizzare molto più carburante del previsto. Sono minuti concitati e carichi di tensione. Neil Armstrong e Charles Duke, l’astronauta responsabile delle comunicazioni fra il centro di controllo e l’Apollo, si scambiano informazioni a ritmo forsennato. Quando il lander tocca il suolo lunare, nei pressi del Mare della Tranquillità, l’autonomia residua è di appena venti secondi. Alle 20:17 UTC del 20 luglio, Armstrong pronuncia le parole tanto attese: “Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed”, “Houston, qui base Tranquillità. L’Aquila è atterrata”. Sulla Terra, la tensione accumulata nei minuti precedenti si scioglie in un applauso scrosciante, un vero e proprio boato di felicità.

Sulla Luna

Ci siamo quasi. Resta da compiere un ultimo passo, per il quale sono necessarie diverse ore di preparazione. I due astronauti devono uscire dal modulo ed effettuare la prima EVA (Extravehicular activity, attività extraveicolare). Dopo aver sceso i nove gradini della scaletta dell’Eagle, non senza qualche difficoltà – la tuta rallenta i movimenti e l’unità di controllo remoto posta sotto il casco gli impedisce di vedersi i piedi – alle 02:56 UTC del 21 luglio 1969 Neil Armstrong tocca il suolo lunare. Più di 600 milioni di persone sparse per il mondo assistono alla scena. Quel piccolo passo è, come dice Armstrong, “one giant leap for mankind”, “un grande balzo per l’umanità”.

Aldrin raggiunge il compagno 19 minuti dopo. Le prime parole che pronuncia quando tocca il suolo lunare sono meno poetiche ed evocative di quelle di Armstrong, ma di certo più spontanee: “Beautiful view, magnificent desolation”, “bella vista, magnifica desolazione”. A poco meno di dieci metri dal modulo viene posizionata una telecamera fissa che riprende tutte le operazioni.

Durante l’esplorazione della superficie lunare, che dura poco più di due ore e mezza, i due astronauti si spingono a grandi salti – la gravità lunare è un sesto di quella terrestre – fino a circa cento metri di distanza dall’Eagle. Armstrong e Aldrin scattano centinaia di foto e raccolgono oltre venti chili di campioni di rocce da portare sulla Terra. Sul terreno viene piantata la bandiera degli Stati Uniti e collocate varie apparecchiature, tra cui un sismografo e un retroriflettore, ovvero una sorta di specchio da utilizzare come puntatore laser per eseguire misurazioni dalla Terra. Dopo circa mezz’ora di attività extraveicolare, dalla Terra giunge una comunicazione diversa dal solito: “Ciao, Neil e Buzz. Vi parlo dallo Studio Ovale della Casa Bianca. Questa è la telefonata più importante che abbia mai fatto…”. È il presidente Nixon che li ringrazia per l’impresa compiuta.

Il rientro e il trionfo

Dopo aver riposato per circa sette ore all’interno dell’Eagle, Armstrong e Aldrin sono pronti a ripartire. L’ascesa del modulo lunare non è mai stata provata nelle condizioni di gravità lunare e presenta alcune incognite. La tensione è palpabile, ma la procedura non presenta intoppi. Dopo oltre ventiquattr’ore trascorse da solo all’interno del modulo di comando in orbita attorno alla Luna, alle 21:35 UTC del 21 luglio Michael Collins può finalmente ricongiungersi con i due compagni. L’aggancio tra Eagle e Columbia è avvenuto correttamente.

Il 24 luglio 1969, trascorsi tre giorni di volo effettuati in un clima di irreale serenità, l’Apollo 11ammara nell’Oceano Pacifico, a circa 800 miglia nautiche dalle isole Hawaii. Superati i ventuno giorni di quarantena, il mondo è pronto ad accogliere trionfalmente i tre astronauti. Il 13 agosto Armstrong, Aldrin e Collins vengono celebrati come eroi in due parate oceaniche, a New York e Chicago. Iniziano quindi un tour mondiale che in poco più di un mese li porta a incontrare i leader di ventidue Paesi, dal papa alla regina Elisabetta, dall’imperatore del Giappone allo Scià di Persia.

Il sogno di Kennedy – far arrivare un essere umano sul nostro satellite entro la fine del decennio e riportarlo sano e salvo sulla Terra – è stato realizzato. Ciò che sembrava fantascienza è divenuto realtà. Negli anni successivi non tutto andrà come previsto e i tagli ai fondi NASA voluti da Nixon segneranno una pesante battuta d’arresto per il programma spaziale, ma in quel momento la corsa verso il cielo appare inarrestabile. La Luna, lassù, sembra un po’ più vicina.


Simone Petralia

Simone Petralia

Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell’uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.

Dopo l’Apollo 11: l’inizio di una nuova fase

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Le prime due missioni dopo la grande impresa del luglio 1969: il viaggio di successo dell’Apollo 12 e la terribile disavventura dell’Apollo 13.

Simone Petralia 23 Luglio 2019 alle 16:00

Arrivare secondi può non essere piacevole, ma presenta numerosi vantaggi. Dopo la sbornia collettiva dell’Apollo 11, i preparativi per il lancio della missione successiva avvengono in un clima completamente diverso. Il tanto sospirato traguardo è stato raggiunto pochi mesi prima e il ricordo della grande impresa è ancora vivido nelle menti di tutti. Qualcosa è cambiato, la tensione che aveva caratterizzato la missione precedente sembra scomparsa.

apollo 12
L’astronauta Alan Bean cammina sulla superficie lunare durante la missione Apollo 12. Fotografia NASA

Apollo 12 – partenza e allunaggio

I membri dell’equipaggio dell’Apollo 12 sono Charles ‘Pete’ Conrad, comandante, Alan Bean, pilota del modulo lunare e Richard Gordon, alla guida del modulo di comando. Il decollo avviene il 14 novembre 1969. Non tutto va per il verso giusto, tanto che per alcuni minuti si pensa di interrompere la missione. A meno di 60 secondi dal lancio due fulmini colpiscono il vettore Saturn V; i sistemi di telemetria vanno in tilt, ma grazie alle conoscenze di John Aaron, uno degli ingegneri responsabili delle operazioni di volo, e alla memoria di Alan Bean, che ricorda di aver affrontato un problema simile durante le simulazioni e preme con prontezza un interruttore che si trova alle sue spalle, il problema viene risolto dopo pochi minuti. La navicella non riporta grossi danni e il viaggio può procedere regolarmente.

Dopo essere stato sganciato dal modulo di comando, chiamato Yankee Clipper, il 19 novembre 1969 il modulo lunare Intrepid tocca la superficie nell’Oceanus Procellarum, a 1500 chilometri di distanza dalla zona in cui era sbarcato l’Eagle quattro mesi prima. A bordo ci sono Conrad e Bean, il terzo e il quarto uomo a mettere piede sulla Luna. “Man, that may have been a small one for Neil, but that’s a long one for me!”, “questo sarà stato un piccolo passo per Neil, ma per me è un gran bel balzo!” Le prime parole pronunciate da Conrad sono al tempo stesso una bonaria presa in giro nei confronti di Neil Armstrong, un chiaro riferimento alla gravità lunare – a causa della quale è quasi impossibile compiere passi davvero “piccoli” – e un’espressione di notevole autoironia, data la bassa statura del comandante dell’Apollo 12. La frase è il risultato di una scommessa tra Conrad e la giornalista Oriana Fallaci, che all’epoca si occupava di seguire le missioni Apollo per il Corriere della Sera. Convinta che le frasi pronunciate dagli astronauti durante l’allunaggio fossero preparate a tavolino dalla NASA, la donna aveva concordato con Conrad le parole da dire una volta giunto sulla Luna e scommesso 500 dollari che avrebbe detto qualcos’altro. Scommessa vinta da Conrad.

Sulla Luna tra conigliette e vecchie sonde

L’attività extraveicolare dei due uomini dell’Apollo 12 dura molto di più rispetto a quella compiuta da Armstrong e Aldrin: quasi otto ore complessive anziché due ore e mezza. Bean e Conrad raccolgono 35 chili di campioni lunari ed eseguono vari esperimenti scientifici sul flusso del vento solare, sul campo magnetico e sulla sismicità della Luna. Durante una di queste passeggiate lunari, dal centro controllo missione di Houston si sentono chiaramente i due astronauti ridere fragorosamente. Il motivo delle risate resterà un mistero fino al 1994, quando Conrad racconterà che Irwin e Scott, gli uomini dell’equipaggio di riserva, avevano inserito di nascosto le foto di alcune conigliette di Playboy all’interno della Cuff Checklist, un libretto con l’elenco delle attività che gli astronauti indossavano attorno al polso, sopra la tuta per le attività extraveicolari.

Il luogo dell’allunaggio viene scelto per un motivo ben preciso: individuare la sonda Surveyor 3giunta sul nostro satellite nell’aprile del 1967, e riportare sulla Terra alcuni strumenti presenti all’interno del relitto. Trovare il punto esatto in cui giacciono i resti del veicolo non è affatto semplice, ma durante la discesa a bordo dell’Intrepid i due astronauti riescono a scorgere la sonda, situata all’interno di un cratere. Il modulo lunare sbarca a meno di duecento metri dal Surveyor. Gli uomini recuperano la videocamera e altri elementi presenti sul relitto. Dopo il rientro sulla Terra, avvenuto il 20 novembre 1969, all’interno di una guarnizione della videocamera sarà rinvenuto uno Streptococcus mitiscomune batterio terrestre. Inizialmente la NASA attribuirà la presenza del microrganismo alla mancata sterilizzazione della camera al momento del lancio della sonda, due anni prima; il batterio sarebbe quindi sopravvissuto per oltre due anni alle proibitive condizioni dell’ambiente lunare. A distanza di anni sarà valutata anche la possibilità di contaminazioni successive, ma non sarà possibile provare nessuna delle due teorie.

Apollo 13 – la prima missione del nuovo decennio

Sono trascorsi quasi dieci anni dal discorso di Kennedy di fronte al Congresso, il 25 maggio 1961. Per la NASA gli anni Sessanta sono finiti in modo trionfale, ma il nuovo decennio si preannuncia da subito molto diverso. Nel marzo del 1970, Richard Nixon rilascia una dichiarazione che lascia trasparire un imminente cambio di rotta. “Le spese spaziali”, sostiene Nixon, “devono prendere il loro posto in un rigoroso sistema di priorità nazionali. Quello che faremo nello spazio d’ora in poi […] dovrà essere pianificato insieme a tutte le altre imprese che riteniamo importanti per la nostra collettività”. In altri termini, dopo aver sconfitto i sovietici nella corsa allo spazio l’obiettivo è stato raggiunto e non c’è più alcun motivo per investire tante risorse in un programma come Apollo.

Nel frattempo, la terza missione umana sulla Luna è pronta a partire. Il decollo dell’Apollo 13 è previsto per l’11 aprile 1970. L’entusiasmo collettivo per le prime due missioni è ormai un lontano ricordo e l’interesse suscitato da questo lancio è ben poca cosa rispetto al passato. A bordo della navicella ci sono Jim Lovell, già membro dell’equipaggio dell’Apollo 8, Fred Haise, pilota del modulo lunare Aquarius e Jack Swigert, alla guida del modulo di comando Odyssey. Pochi giorni prima del lancio, il figlio di Charles Duke – pilota di riserva del modulo lunare – contrae la rosolia; fra tutti gli astronauti, Ken Mattingly, che dovrebbe pilotare il modulo di comando, è l’unico a non essere immune alla malattia. Si decide quindi di sostituirlo con il pilota di riserva del modulo di comando, Jack Swigert. Mattingly non si ammalerà e da terra darà un contributo fondamentale alla missione, aiutando i suoi compagni nello spazio a rientrare a casa sani e salvi.

L’incidente e le strategie di sopravvivenza

Okay, Houston, I believe we’ve had a problem here”. “Okay, Houston, credo che qui abbiamo avuto un problema”. Sono parole di Jack Swigert. Circa 55 ore dopo il lancio, quando la navicella si trova ormai a oltre 320.000 chilometri dalla Terra, uno dei serbatoi di ossigeno del modulo di servizio esplode improvvisamente. La causa dell’incidente non è chiara; qualcuno ipotizza si tratti di un guasto interno, qualcun altro pensa possa essere stato l’impatto con un piccolo meteorite. Tempo dopo si scoprirà che l’esplosione è stata provocata da un corto circuito avvenuto in uno dei cavi che collegano il propulsore al miscelatore dell’ossigeno. L’unica cosa certa in quel momento è che due serbatoi sono ormai inutilizzabili e il funzionamento del modulo di servizio è definitivamente compromesso. La Luna non è più raggiungibile, ma anche tornare indietro non è affatto semplice.

Dopo numerosi confronti, i responsabili della missione decidono che la cosa migliore da fare è far mantenere alla navicella la rotta verso la Luna in modo che, una volta giunta in orbita, sfrutti la cosiddetta traiettoria di rientro libero: il veicolo, giunto in prossimità del lato nascosto del nostro satellite, dovrebbe poter ripartire verso la Terra con il solo ausilio della gravità, senza dover utilizzare il propulsore del modulo di servizio, probabilmente danneggiato. Mentre sorvola la faccia nascosta della Luna, l’Apollo 13 raggiunge un’altitudine di 254 chilometri sulla superficie, arrivando a una distanza complessiva dalla terra di oltre 400.000 chilometri. Nessun essere umano, ancora oggi, si è mai spinto così lontano dal nostro pianeta.

Dopo estenuanti discussioni e non senza polemiche, per acquisire velocità e correggere parzialmente la rotta dopo l’attraversamento della Luna, gli ingegneri della NASA chiedono agli astronauti di accendere due volte i motori dell’Aquarius. Le incognite sono molte, soprattutto perché il sistema di propulsione del modulo lunare è progettato per funzionare una volta sola, durante la discesa verso la superficie della Luna. Per fortuna tutto funziona correttamente.

L’Aquarius si trasforma in una vera e propria scialuppa di salvataggio. Il sistema di alimentazione del modulo di comando ha subito gravi danni, la cabina non è più abitabile. Gli astronauti si trasferiscono quindi all’interno del modulo lunare, perfettamente integro, dove resteranno fino al raggiungimento dell’atmosfera terrestre, previsto dopo quattro giorni; a quel punto sarà necessario tornare nel modulo di comando, l’unico dotato di scudo termico, attivando le batterie di emergenza, destinate a restare in funzione per un massimo di dieci ore. I problemi, però, non sono finiti. L’Aquarius, progettato per ospitare due sole persone nell’arco di due giorni, non è adatto alla permanenza di tre astronauti per il doppio del tempo. I filtri per la depurazione dell’anidride carbonica presenti all’interno non riescono a smaltire la COin eccesso e Lovell, Haise e Swigert rischiano di morire per la carenza di ossigeno. Si salvano grazie all’ingegno di Robert ‘Ed’ Smylie, responsabile degli apparati di supporto vitale, e dei tecnici del suo team, che spiegano loro come costruire un filtro artigianale con cartone, nastro adesivo e altri materiali presenti sulla navicella.

Il rientro

La terribile disavventura che stanno vivendo i tre uomini dell’Apollo 13 ha ridestato l’interesse della gente e dei media. Una diretta televisiva segue minuto per minuto quel che avviene all’interno della navicella. Arrivati in prossimità dell’atmosfera terrestre, gli astronauti devono abbandonare l’Aquarius e tornare all’interno del modulo di comando. La strumentazione è rimasta spenta per giorni e la temperatura all’interno dell’abitacolo è bassissima, intorno ai 4° C. La paura è che il sistema di alimentazione di emergenza non si riavvii, ma per fortuna è ancora funzionante.

Il 17 aprile, dopo aver effettuato il distacco dal modulo lunare, Odyssey attraversa l’atmosfera. In questa fase è normale che ci sia un’interruzione delle comunicazioni, che di solito non dura più di quattro minuti. Nel caso dell’Apollo 13, però, il blackout sembra non terminare mai. In tanti temono il peggio: il modulo di comando è in condizioni pessime e anche lo scudo termico potrebbe aver subito danni. Invece, dopo quasi sei minuti di silenzio, il collegamento radio viene ristabilito. Poco dopo, la navicella ammara nelle acque del Pacifico meridionale. Lovell, Haise e Swigert sono duramente provati, ma vivi.

Failure is not an option”, “il fallimento non è un’opzione”, aveva detto Eugene Kranz, direttore delle operazioni di volo, poco dopo aver saputo dell’incidente. Aveva ragione, per fortuna. La NASA ha dimostrato di essere una macchina efficiente, in grado di gestire le emergenze nel migliore dei modi. La tragedia è evitata, il mondo intero tira un sospiro di sollievo e accoglie i tre astronauti come degli eroi. Quel che è certo, però, è che il nuovo decennio non è iniziato sotto i migliori auspici.

Fotografia NASA


Simone Petralia

Simone Petralia

Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell’uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.

La scienza più vicina alla fede? È la psicologia, non l’astrofisica

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La scienza più vicina alla fede?
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Un dibattito tra il prete Lemaître, che teorizzò il Big Bang, e il premio Nobel Dirac Riflessioni sul ruolo attuale della religione in vista di un convegno alla Specola Vaticana

di CARLO ROVELLI

 Gerardo Dottori, «Trittico della velocità, La corsa» (1925), dettaglio

Gerardo Dottori, «Trittico della velocità, La corsa» (1925), dettaglioshadow

Da oggi a venerdì 12 una piccola conferenza organizzata dalla Specola Vaticana, l’osservatorio del Vaticano, riunirà nel quadro meraviglioso di Castel Gandolfo un ristretto gruppo di scienziati, fra cui diversi premi Nobel, per scambiare opinioni sul tema «Buchi neri, onde gravitazionali e singolarità nello spazio tempo». Nel panorama che io trovo spesso desolante di oscurantismo crescente, il piccolo gruppo di scienziati della Specola ha sempre rappresentato per me un punto di luce, profondità e ragionevolezza. Ricordo una meravigliosa visita a Castel Gandolfo di diversi anni fa, quando era direttore della Specola George Coyne, un uomo profondo le cui parole e scritti hanno lasciato segni in me. Conobbi allora l’attuale direttore della Specola, Guy Consolmagno: nella passione con cui mi parlava delle «sue» meteoriti riconoscevo facilmente il mio stesso amore per l’universo e i suoi misteri, e per la scienza.

 Si apre oggi a Castel Gandolfo (Roma), presso la Specola Vaticana diretta da padre Guy Consolmagno, il convegno «Buchi neri, onde gravitazionali e singolarità dello spazio-tempo».  L’incontro, che dura fino a venerdì 12 maggio, intende celebrare l’eredità scientifica del cosmologo e sacerdote belga monsignor Georges Lemaître (nella foto qui sopra)
Si apre oggi a Castel Gandolfo (Roma), presso la Specola Vaticana diretta da padre Guy Consolmagno, il convegno «Buchi neri, onde gravitazionali e singolarità dello spazio-tempo». L’incontro, che dura fino a venerdì 12 maggio, intende celebrare l’eredità scientifica del cosmologo e sacerdote belga monsignor Georges Lemaître (nella foto qui sopra)

La conferenza è dedicata a Georges Lemaître, uno dei più grandi scienziati del XX secolo, conosciuto dal grande pubblico meno di quanto meriterebbe. Lemaître è l’uomo che ha capito per primo che tutte le cose che vediamo attorno a noi sono emerse da una grande esplosione alcuni miliardi di anni fa, quella che oggi chiamiamo il Big Bang. Lui la chiamava l’«uovo cosmico». Era sacerdote della Chiesa cattolica, e profondamente interessato alla relazione fra religione e scienza, argomento su cui ha scritto pagine di grande attualità e, a mio modestissimo giudizio, illuminanti. Un caro amico, anch’esso sacerdote e scienziato alla Specola, ha recentemente portato a mia conoscenza un testo su Georges Lemaître pubblicato sui Commentariidell’Accademia Pontificia, scritto da Paul Dirac che, con Einstein, è stato il maggiore fisico del XX secolo. Dirac era uomo di pochissime parole, probabilmente affetto da una forma di autismo, e schiettamente ateo.

Il fisico Paul Dirac (1902-1984), premio Nobel nel 1933
Il fisico Paul Dirac (1902-1984), premio Nobel nel 1933

L’articolo di Dirac è del 1968, tecnico, molto bello. Dirac chiarisce con l’acume che gli è proprio la rilevanza dei contributi scientifici di Lemaître e ne riconosce il valore scientifico. È scritto nello stile asciutto e fattuale che gli è proprio. C’è però un passaggio che mi ha fatto pensare e ha dato origine a questa riflessione. Verso la fine dell’articolo, Dirac, in modo assai poco caratteristico, si lascia andare a considerazioni un po’ vaghe sulla relazione fra cosmo e umanità. Lemaître, scrive, ha rivelato un’affascinante visione in cui l’universo intero evolve, l’evoluzione sulla Terra può andare mano nella mano con l’evoluzione cosmica e l’evoluzione sociale, e forse può portare a un futuro migliore e più luminoso per tutta l’umanità. Era il 1968 e forse anche l’anziano scienziato si faceva influenzare dalla febbre di cambiamento e dall’ottimismo di quel grande anno. Ma Dirac cita questa sua considerazione per poi raccontare una conversazione avuta con Lemaître su questo argomento. Commosso dalla grandezza della visione che Lemaître aveva aperto a tutti noi, Dirac gli aveva detto che la cosmologia poteva essere «il ramo della scienza più vicino alla religione». Forse, nel modo un po’ impacciato di chi è un po’ autistico, l’ateo Dirac voleva dire qualcosa di gentile al sacerdote. Ma, con stupore di Dirac, Lemaître si dice in disaccordo. E dopo una breve riflessione, risponde a Dirac che secondo lui non è la cosmologia il ramo della scienza più vicino alla religione. Dirac resta perplesso: qual è dunque il ramo della scienza più vicino alla religione? Lemaître ha una risposta: la psicologia.

Georges Lemaître, il fisico che disse ad Einstein e al Papa: «Sbagliate»

Il primo scienziato a parlare di «uovo cosmico» ed espansione dell’universo – di Carlo Rovelli /Corriere TV

Secondo il fisico Carlo Rovelli, due episodi della vita di Georges Lemaître sono formidabili: il primo riguarda il rapporto con Albert Einstein, che gli diede torto quando espose le sue tesi sull’origine e l’espansione del cosmo. Il fisico e astronomo belga era infatti convinto che l’Universo fosse stato originato da qualcosa di primordiale esploso spontaneamente, il cosiddetto «uovo cosmico», che il tedesco invece non contemplava. A distanza di qualche anno Einstein fu obbligato ad ammettere l’errore e a dar ragione al collega. Il secondo episodio riguarda Lemaître (il quale oltre che scienziato, era un sacerdote cattolico) e il Papa: non appena prese piede la teoria del Big Bang, Pio XII affermò che la scienza stava provando l’esistenza di Dio. Da qui nacque un confronto interessante al termine del quale il Papa venne convinto a non occuparsi più della connessione tra Big Bang e creazione.

Lemaître si era adoperato per tenere cosmologia e religione distinte. Probabilmente è proprio grazie a lui che la Chiesa cattolica non è caduta nel trabocchetto in cui sono cadute tante altre denominazioni cristiane: leggere un collegamento fra il Big Bang e la creazione narrata dalla Genesi. Quando Pio XII ha azzardato questo collegamento in un discorso pubblico, Lemaître si è subito dato da fare perché la cosa non si ripetesse, evitando così un grosso imbarazzo alla Chiesa di Roma. La sua lungimiranza si può misurare oggi, considerando che l’esistenza di una fase dell’universo prima del Big Bang è ora considerata possibile. Sarebbe imbarazzante per la Chiesa dover oggi fare i conti con una fase del mondo pre-Genesi… Ma l’idea che la scienza più vicina alla religione sia la psicologia, venendo da un sacerdote cattolico che ha riflettuto a fondo sulla relazione fra religione e scienza, è comunque sorprendente. Io l’ho trovata illuminante.

Qualche mese fa è stato pubblicato sulla più prestigiosa rivista scientifica, «Nature»,un commento scritto da un rappresentante della Chiesa anglicana. È una sincera e franca invocazione a mettere da parte il tradizionale conflitto fra scienza e religione, e focalizzarsi sui punti comuni invece che sui punti di frizione. Cercare punti di convergenza invece che punti di conflitto è sempre un buon consiglio, e la considerazione di Lemaître mi sembra centrale in questo senso. La somiglianza dei linguaggi impiegati da scienza e religione («Universo, creazione, fondamento, esistenza o non esistenza di un creatore…») mi sembra semplicemente illusoria e fuorviante. I dibattiti fra i due punti di vista sono dibattito fra sordi, perché utilizzano gli stessi termini per parlare di cose diverse.

Ci sono religioni che non vengono a trovarsi in conflitto con il mondo scientifico, e altre che invece si sentono minacciate dal pensiero scientifico, e lo combattono. Da dove viene la differenza? Mi sembra che Lemaître metta il dito su un punto di sostanza. Le religioni reali sono strutture culturali e sociali complesse che hanno giocato un ruolo importante nell’evoluzione della civiltà, a lungo si sono identificate con la gestione del potere e della cosa pubblica e hanno offerto un quadro complessivo e globale per pensare alla realtà, comprese questioni come l’origine dell’universo. Quando l’umanità ha trovato modi migliori per trattare diverse di queste questioni, per esempio la democrazia laica, tollerante e pluralista per la gestione della cosa pubblica, o la scienza per interrogarsi su come funziona il mondo su piccola o larga scala, alcune religioni si sono inquietate per la conseguente perdita di rilevanza, e si sono messe in conflitto con quelle che percepivano come novità perniciose. Le famose violente tirate di Papa Pio XII contro la libertà religiosa, contro la libertà di stampa, contro la libertà di coscienza, sono esempi di cui suppongo oggi la Chiesa cattolica sia imbarazzata. L’arroccarsi su se stessa della Chiesa, il difendere a oltranza una centralità nella vita pubblica che vorremmo fuori dalla storia, la battaglia di retroguardia contro la scienza, e soprattutto l’incapacità di comprendere la crescita e l’evoluzione buona e positiva della morale, tutto questo ha nutrito e nutre ancora il discredito di una parte dei cittadini verso la Chiesa.

Ma questo non significa che religione e scienza debbano essere in conflitto. Ci sono grandi religioni che non hanno difficoltà ad accettare il fatto che il passato dell’universo non è meglio comprensibile leggendo la Bibbia o prendendo per buono quanto dice la Tradizione. Non hanno difficoltà ad accettare la laicità della vita pubblica, la pluralità delle opinioni, la tolleranza reale verso chi è diverso da noi, e l’idea che nessuno di noi, dentro o fuori una o l’altra Chiesa, sia il solo depositario della verità assoluta. La Chiesa anglicana e alcune forme di buddhismo ne sono esempi. Sono religioni che non cercano di imporre i loro punti di vista a chi non li condivide, comportamenti a chi ha morali diverse, non hanno la presunzione di insegnare quello che non sanno. Ma sanno egualmente parlare in maniera convincente agli uomini e alle donne, sanno portare una riflessione profonda sull’essere umani, sulle nostre scelte, sulle nostre relazioni, sul nostro essere interiore. Riflessioni che hanno un valore reale e profondo per milioni di uomini e di donne. Sanno offrire insegnamento, trascendenza, riti, coesione e rifugio.

Sono religioni che sono consapevoli che il loro vero sapere riguarda la vita interiore,il senso che scegliamo di dare alla nostra vita, non il mondo attorno a noi, non le leggi della cosa pubblica, non il senso dell’universo fuori da noi. Sono le religioni che sanno di non avere nulla a che fare con la cosmologia. Anzi, sono curiose di imparare quanto ci insegna la meccanica quantistica o la cosmologia; come lo è il Dalai Lama e come lo sono gli scienziati della Specola Vaticana. Sono religioni che sanno dialogare utilmente con la scienza più vicina alla religione: la psicologia. Come indicava George Lemaître, con un senso profondo dell’importanza e dei limiti della scienza, ma anche dell’importanza e dei limiti della religione. Questo è lo spirito che ho percepito nelle parole scambiate con padre Cohen nella mia visita a Castel Gandolfo anni fa, e penso sia lo spirito con cui scienziati di grande valore e di sentire religioso molto vario si ritrovano oggi alla Specola.

8 maggio 2017 (modifica il 9 maggio 2017 | 22:08)

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Astronomia. L’espansione dell’Universo scoperta da un sacerdote

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Avvenrie

Piero Benvenuti venerdì 17 agosto 2018

Proposto riconoscimento postumo a George Lamaître. Gli astronomi: cambiare nome alla legge di Hubble

George Lemaitre (1894-1966)

George Lemaitre (1894-1966)COMMENTA E CONDIVIDI

Dal 20 al 31 agosto, più di 3.500 astronomi provenienti da un’ottantina di Paesi si incontreranno a Vienna per partecipare alla XXX Assemblea Generale dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU). L’Assemblea si celebra regolarmente ogni tre anni e ha come obiettivo principale quello di stimolare la collaborazione internazionale sui temi più attuali della ricerca astronomica.

Durante le Assemblee Generali vengono anche approvate delle ‘Risoluzioni’, ovvero delle decisioni condivise dagli astronomi professionisti su questioni astronomiche. Famosa rimane la Risoluzione votata a Praga nel 2006 che ridefinisce le caratteristiche che un corpo celeste deve possedere per essere chiamato ‘pianeta’. Tale definizione escluse Plutone dalla famiglia dei Pianeti del nostro Sistema Solare e lo riclassificò come pianetino o pianeta nano, una decisione ancor oggi fortemente contestata dal grande pubblico, soprattutto statunitense, su basi più sentimentali che scientifiche.

Anche quest’anno verrà presentata una Risoluzione che, se approvata, richiamerà l’attenzione generale: si propone infatti di modificare il nome della famosa ‘Legge di Hubble’, utilizzata per indicare la recessione delle galassie e l’espansione dell’universo, chiamandola ‘Legge di Hubble-Lemaître’. Per comprendere le motivazioni della proposta, è necessario ripercorrere la storia della scoperta che ha dato inizio alla nuova cosmologia, una storia colorata di giallo.

Nel 1927, il sacerdote e astronomo belga George Lemaître (1894-1966), applicando alla totalità dell’universo le equazioni della Relatività Generale, enunciate da Albert Einstein pochi anni prima, scopriva che la soluzione matematica prevedeva che l’universo fosse in espansione: un risultato assolutamente inaspettato. Lemaître, raccogliendo dalla letteratura i pochi dati allora disponibili sulla velocità di spostamento delle galassie, verificava che essi confermavano in maniera convincente la sua previsione teorica. Il sacerdote, certamente cosciente della portata rivoluzionaria della sua scoperta, pubblicava subito il risultato su una rivista belga di astronomia, in lingua francese, ma la scarsa diffusione della stessa lasciò la notizia quasi disattesa.

L’anno successivo però si tenne a Leiden, in Olanda, la terza Assemblea Generale dell’Unione Astronomica Internazionale cui Lemaître partecipò, unitamente ai più importanti astronomi dell’epoca. La sua scoperta destò grande interesse, ma anche notevole scetticismo: Einstein ne definì ineccepibile la matematica, ma ‘abominevole’ l’interpretazione fisica. L’americano Edwin Hubble invece, da valente astronomo sperimentale, ritornò in America eccitato dalla discussione avuta con Lemaître e iniziò subito una campagna osservativa con il nuovo telescopio da 100 pollici di Mount Wilson per verificare l’ipotesi del sacerdote belga. Un anno dopo, nel 1929, pubblicava il famoso articolo che confermava, con l’evidenza dei nuovi dati, la legge di espansione dell’universo che, da allora, prese il nome di ‘Legge di Hubble’.

La storia, come in un intrigo poliziesco, non finisce qui perché, sollecitato dell’astronomo reale Sir Arthur Eddington, George Lemaître tradusse in inglese il suo lavoro originale per la nota rivista inglese Monthly Notices. La versione inglese però, mentre riporta fedelmente il modello teorico, tralascia di pubblicare i dati osservativi che ne rappresentavano la verifica sperimentale. Per qualche tempo gli storici sospettarono un complotto editoriale, ordito per non oscurare la fama già conquistata dall’astronomo americano, finché da una lettera ritrovata negli archivi di Lemaître si capì che lui stesso aveva deciso di omettere i dati perché, dopo la pubblicazione di quelli di Hubble, riteneva quest’ultimi più numerosi e convincenti dei suoi. Da qui la motivazione della Risoluzione che vuole riconoscere il valore, la modestia e l’onestà intellettuale di George Lemaître, correggendo una non piccola distorsione storica.

Lemaître, nella sua duplice veste di cosmologo e sacerdote, va anche ricordato per aver suggerito a Papa Pio XII di evitare di identificare il Big bang dell’emergente modello cosmologico con il Fiat Lux biblico, come il Pontefice si era espresso in un discorso pubblico: non solo perché la comprensione e la verifica della nuova cosmologia era ancora agli inizi, ma anche perché, come Tommaso d’Aquino già aveva perfettamente intuito, la Creazione non è assimilabile a un evento che avviene nello spazio e nel tempo. Di fatto il Pontefice ascoltò il saggio consiglio e nella sua allocuzione rivolta agli astronomi riuniti nella VIII Assemblea Generale dell’IAU, che si tenne a Roma nel 1952, non v’é traccia di alcun ingenuo concordismo.

Questa storica ed interessante interazione tra la cosmologia nascente e il Magistero ci porta ad una considerazione di grande attualità. Dalle iniziali scoperte di Lemaître e Hubble, dopo quasi un secolo di entusiasmanti nuove ricerche, il modello cosmologico si è saldamente affermato e, se da un lato, come tutti i modelli scientifici, continuerà ad evolvere, ha definitivamente eliminato ipotesi non più sostenibili. Si tratta di una svolta epocale, che potremmo definire il completamento della rivoluzione copernicana.

Infatti, quando Galilei, nelle notti fatali dell’inverno del 1609-1610, apriva con il suo cannocchiale una nuova era dell’astronomia, contemporaneamente infrangeva per sempre le sfere cristalline della cosmologia aristotelica e soprattutto eliminava la divisione sostanziale tra mondo terreno e l’empireo celeste. Non era in grado però di rimpiazzare il modello aristotelico con una cosmologia altrettanto completa e comprensibile: solo oggi la scienza moderna è riuscita ad offrire una visione unitaria e razionale dell’universo e della sua storia evolutiva, sorprendentemente diversa da quanto i nostri antenati avevano immaginato. Durante tutto questo tempo, in assenza di una cosmologia credibile, la filosofia e la teologia, e quindi la Tradizione cristiana e il suo Magistero, hanno continuato a svilupparsi sulla base dell’unica concezione del mondo allora disponibile e la drammatica separazione tra pensiero scientifico e pensiero umanistico, iniziata proprio con la rivoluzione copernicana, non ha aiutato a comprendere la portata universale del cambiamento in atto. Per questo motivo, molte formulazioni dei dogmi di fede sono diventate oggi incomprensibili e rischiano di trasformarsi in un insostenibile fardello per gli uomini di scienza (e non solo loro) che vogliono diffondere il messaggio evangelico senza dover abiurare la loro conoscenza scientifica del reale.

Il caso forse più eclatante e più vicino a noi è rappresentato dalla formulazione del dogma dell’Assunzione, proclamato solennemente ex cathedra da papa Pio XII nel 1950. Il testo della proclamazione spiega chiaramente che il Magistero intendeva elevare a dogma di fede una tradizione popolare nata nei primi secoli dell’epoca cristiana e consolidatasi nel Medioevo, quindi nell’ambito di una visione del mondo essenzialmente aristotelica, nella quale il «cielo» verso il quale la Vergine è stata assunta «anima e corpo», aveva una sua collocazione precisa nel modello cosmologico allora vigente. Evidentemente, la formulazione letterale del dogma è divenuta oggi incomprensibile e, purtroppo, non offre molti appigli per darne una interpretazione simbolica che salvi il nucleo di fede che essa vuole esprimere e che la Tradizione secolare voleva significare. Un analogo ragionamento si potrebbe estendere a molte altre formulazioni, incluso il Simbolo Niceno, che risentono in modo più o meno evidente di una filosofia della natura non più sostenibile.

Il rischio, elevatissimo ed impellente, è che le nuove generazioni o le culture non occidentali che vogliano avvicinarsi al messaggio evangelico, si trovino di fronte a una barriera, perché si trova un linguaggio del passato non più comprensibile. I teologi dovrebbero quindi – e molti già lo fanno – considerare come prioritaria la revisione del prezioso bagaglio della Tradizione e recuperarne il valore salvifico interpretandone il senso e riformulandolo. A mio parere, è questo il senso dell’accorato appello della costituzione apostolica Veritatis Gaudium, o almeno della prima parte, scritta di pugno da papa Francesco: sta ora alle facoltà teologiche orientare i curricula dei loro corsi di studio, reintroducendo le materie scientifiche, da tempo abbandonate, e soprattutto la ‘pietra di paragone’, la cosmologia, com’era ai tempi gloriosi di Tommaso d’Aquino.

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Gli astronomi rendono onore al sacerdote belga: “Lemaître come Hubble”

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© DREl Jesuita belga Georges Lemaître, en su cátedra en la universidad de Lovaina, autor de la teoría del Big Bang erróneamente atribuida a Edwin Hubble.

Lucandrea Massaro | Ago 18, 2018

Una bella pagina di scienza ed etica della ricerca

Dal 20 al 31 gli astronomi si riuniranno come fanno ogni tre anni per discutere di stelle e soprattutto per stimolare la cooperazione scientifica internazionale, ma anche per definire protocolli o definire – per esempio – cosa sia un pianeta e cosa no, cosa che nel 2006 declassò Plutone da “pianeta” a “pianeta nano”. Durante la prossima riunione, la XXX Assemblea Generale dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU) che si svolgerà a Vienna ha all’ordine del giorno anche una questione di “etica della ricerca”. Come spiega Avvenire:

quest’anno verrà presentata una Risoluzione (la B4) che, se approvata, richiamerà l’attenzione generale: si propone infatti di modificare il nome della famosa ‘Legge di Hubble’, utilizzata per indicare la recessione delle galassie e l’espansione dell’universo, chiamandola ‘Legge di Hubble-Lemaître’.

Per spiegare perché gli astronomi vogliono dare questo onore al sacerdote belga che fu collega di Einstein e che corresse Pio XII sul Big Bang bisogna riprendere in mano la storia della scienza di quel periodo.

Georges Lemaître, il fisico che disse ad Einstein e al Papa: «Sbagliate»

Il primo scienziato a parlare di «uovo cosmico» ed espansione dell’universo – di Carlo Rovelli /Corriere TV

Secondo il fisico Carlo Rovelli, due episodi della vita di Georges Lemaître sono formidabili: il primo riguarda il rapporto con Albert Einstein, che gli diede torto quando espose le sue tesi sull’origine e l’espansione del cosmo. Il fisico e astronomo belga era infatti convinto che l’Universo fosse stato originato da qualcosa di primordiale esploso spontaneamente, il cosiddetto «uovo cosmico», che il tedesco invece non contemplava. A distanza di qualche anno Einstein fu obbligato ad ammettere l’errore e a dar ragione al collega. Il secondo episodio riguarda Lemaître (il quale oltre che scienziato, era un sacerdote cattolico) e il Papa: non appena prese piede la teoria del Big Bang, Pio XII affermò che la scienza stava provando l’esistenza di Dio. Da qui nacque un confronto interessante al termine del quale il Papa venne convinto a non occuparsi più della connessione tra Big Bang e creazione.

Tutti conoscono la teoria del Big Bang. Pochi però sanno che uno dei primi ad aver capito che l’universo si espande, e dunque ha avuto un inizio, è stato un sacerdote-cosmologo belga: George Lemaître. Il suo contributo a questa scoperta, tra le più affascinanti del ‘900, è rimasto a lungo oscurato dalla fama di Edwin Hubble. La legge su velocità e distanza delle galassie che si studia a scuola è intitolata soltanto allo scienziato americano, lo stesso a cui è dedicato uno dei più grandi telescopi spaziali. Ma come mai?

Nel 1927, il sacerdote e astronomo belga George Lemaître (1894-1966), applicando alla totalità dell’universo le equazioni della Relatività Generale, enunciate da Albert Einstein pochi anni prima, scopriva che la soluzione matematica prevedeva che l’universo fosse in espansione: un risultato assolutamente inaspettato. Lemaître, raccogliendo dalla letteratura i pochi dati allora disponibili sulla velocità di spostamento delle galassie, verificava che essi confermavano in maniera convincente la sua previsione teorica. Il sacerdote, certamente cosciente della portata rivoluzionaria della sua scoperta, pubblicava subito il risultato su una rivista belga di astronomia, in lingua francese, ma la scarsa diffusione della stessa lasciò la notizia quasi disattesa.

L’anno successivo però si tenne a Leiden, in Olanda, la terza Assemblea Generale dell’Unione Astronomica Internazionale cui Lemaître partecipò, unitamente ai più importanti astronomi dell’epoca. La sua scoperta destò grande interesse, ma anche notevole scetticismo: Einstein ne definì ineccepibile la matematica, ma ‘abominevole’ l’interpretazione fisica. L’americano Edwin Hubble invece, da valente astronomo sperimentale, ritornò in America eccitato dalla discussione avuta con Lemaître e iniziò subito una campagna osservativa con il nuovo telescopio da 100 pollici di Mount Wilson per verificare l’ipotesi del sacerdote belga. Un anno dopo, nel 1929, pubblicava il famoso articolo che confermava, con l’evidenza dei nuovi dati, la legge di espansione dell’universo che, da allora, prese il nome di ‘Legge di Hubble’.

La storia, come in un intrigo poliziesco, non finisce qui perché, sollecitato dell’astronomo reale Sir Arthur Eddington, George Lemaître tradusse in inglese il suo lavoro originale per la nota rivista inglese Monthly Notices. La versione inglese però, mentre riporta fedelmente il modello teorico, tralascia di pubblicare i dati osservativi che ne rappresentavano la verifica sperimentale. Per qualche tempo gli storici sospettarono un complotto editoriale, ordito per non oscurare la fama già conquistata dall’astronomo americano, finché da una lettera ritrovata negli archivi di Lemaître si capì che lui stesso aveva deciso di omettere i dati perché, dopo la pubblicazione di quelli di Hubble, riteneva quest’ultimi più numerosi e convincenti dei suoi.

All’Assemblea vogliono, almeno i promotori della petizione, rendere onore innanzi tutto alle qualità scientifiche di padre Lemaître e poi anche alla sua onestà intellettuale.

Piero Benvenuti, segretario generale dell’Iau, ci tiene a ricordare la doppia veste di Lemaître: astronomo e sacerdote. Identificare il Big Bang scientifico con il Fiat lux biblico sarebbe stata un’ingenua forzatura, e fu lui a sconsigliarla a Pio XII. Per continuare su questa via, sarebbe opportuno aggiornare le formulazioni di quei dogmi di fede che con l’avanzare delle conoscenze «sono diventati incomprensibili e rischiano di trasformarsi in un insostenibile fardello per gli uomini di scienza» (Corriere della Sera)

5 grandi “scoperte” realizzate da scienziati cattolici

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Adriana Bello | Lug 18, 2019

Una piccola dimostrazione del fatto che la scienza non si oppone alla fede, ma è un’opportunità per studiare dettagliatamente la creazione di Dio

“Come potrebbe la Chiesa disinteressarsi della più nobile delle occupazioni strettamente umane, l’indagine sulla verità?” – Georges Lemaître

1. La teoria del Big Bang

Ironicamente per molti, la più accettata spiegazione scientifica di come è stato creato il mondo è opera del sacerdote belga Georges Lemaître, il primo a parlare della teoria di un atomo primigenio che si espandeva costantemente, idea che contraddiceva il modello statico di Albert Einstein. Forse per la sua condizione di sacerdote (che lo faceva considerare una persona che puntava più sulle basi religiose, anche se chiarì sempre che la fede e la scienza dovevano rimanere separate. In seguito molti scienziati, tra cui lo stesso Einstein, riconobbero la sua intelligenza), la sua teoria venne attribuita a un’altra persona, Edwin Hubble, che giunse alla stessa conclusione ma tempo dopo. Si dice anche che la famosa costante di Hubble venne scoperta due anni prima da Lamaître, che però non la pubblicò mai su una rivista internazionale famosa. Per questo l’anno scorso l’Unione Astronomica Internazionale ha votato a favore di una raccomandazione per rinominare la Legge di Hubble come Legge di Hubble–Lemaître, in riconoscimento al contributo del sacerdote e astrologo belga.

2. Insulina per il diabete

San Giuseppe Moscati (canonizzato da Papa Giovanni Paolo II nel 1987) è stato un medico, professore universitario e ricercatore scientifico che ha dedicato la vita al recupero della salute fisica e spirituale dei suoi pazienti. Anche se gli vennero offerti molti lavori ben remunerati, pensò sempre che la sua missione fosse quella di aiutare i più poveri. Sua madre era morta di diabete nel 1014, e quindi cercò il modo di aiutare altri pazienti a non subire la stessa fine, diventando uno dei primi medici a sperimentare l’insulina nella cura della malattia.

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C’è una “nuova Terra”, ci sarà anche la vita?

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 NEWS

© NASA

Lucandrea Massaro/Aleteia | Lug 24, 2015

La scoperta di Kepler 452b, di dimensioni e condizioni simili alla Terra rilancia l’interrogativo: siamo soli?

E’ forse la notizia dell’estate, di certo è – per gli scienziati – una notizia epocale: un pianeta simile alla Terra finalmente è stato trovato. Grande giubilo per gli scienziati della Nasa alla continua ricerca di risultati da esibire con molteplici fronti aperti (non dimentichiamo le recenti immagini di Plutone finalmente raggiunto da una sonda). Il nome del pianeta è “Kepler 452b” osservato proprio grazie al telescopio spaziale Keplero. Kepler 452b è più grande e più anziano della Terra e orbita attorno ad un sole il 10% più grande del nostro, la particolarità è che la sua orbita è alla distanza “giusta” per ospitare acqua allo stato liquido, indispensabile per i processi vitali, dunque è ipotizzabile che ci sia (o ci sia stata) la vita, anche se la distanza (1400 anni luce) non ci permetterà forse mai di scoprirlo davvero.

Cosa dice la Nasa
Come spiega John Grunsfeld della Nasa, in un briefing in corso con altri esperti: “Gli anni su Kepler 452B sono della stessa lunghezza che qui sulla Terra ed ha trascorso miliardi di anni intorno la zona ‘abitabile’ della sua stella. Il che significa che potrebbe aver ospitato vita sulla sua superficie ad un certo punto, o potrebbe ospitarla ora” “Kepler 452B – hanno spiegato ancora gli esperti – ha un’eta’ di 6 miliardi di anni e riceve il 10% in piu’ di energia dalla sua stella rispetto alla Terra”. La sua dimensione e’ compatibile con quella della Terra – ossia una volta e mezza il nostro globo – ed il suo sistema solare anche (Ansa, 23 luglio).

Ma gli alieni credono in Dio?
Una domanda che – specialemente per i credenti – nasce spontanea è se i “marziani” credono in Dio, o se Gesù ha fatto loro visita in qualche modo. Non è fantascienza, ma una domanda che sacerdoti e teologi si sono posti.
 

“La fede cristiana non pare avere argomenti pregiudiziali contro la presenza di vita e di vita intelligente nel cosmo (come potrebbe trattandosi di eventi che apparterrebbero all’ordine fattuale?), ma neanche si può qualificare come antiscientifico il ritenere ragionevole, in mancanza di dati cogenti, la “soluzione classica” che prevede l’unicità dell’essere umano.

L’immagine di Dio uno e trino consegnata dalla Rivelazione ebraico-cristiana non è geocentrica, né antropocentrica, bensì universale e trascendente, soggetto di una onnipotenza creatrice la cui portata è di ordine cosmico generale e certamente non locale. Sono infatti concetti universali l’esistenza di una paternità e di una filiazione, la cui intelligibilità è legata ad un processo generativo comune ad ogni vivente, ed è universale il concetto di un Amore-Dono, lo Spirito Santo, la cui comprensione rimanda all’idea di comunione, di altruismo e di donazione, comune ad ogni intelligenza cosciente. Anche l’Incarnazione del Verbo possiede un valore rivelativo di ambito universale, non solo locale.” (Avvenire, 22 novembre 2012)

E riferendosi al libro del teologo tedesco Armin Kreiner “Gesù, gli UFO e gli alieni. L’intelligenza extraterrestre come sfida alla teologia cristiana”(Queriniana, 2012, a cura di A. Aguti) troviamo questa riflessione:
 

“Qui abbiamo un teologo che si confronta con le implicazioni della presenza extraterrestre dal punto di vista dell’universalità della salvezza cristiana. L’autore insegna nella Facoltà di teologia cattolica di Monaco di Baviera ed affronta con chiarezza e rigore il problema della compatibilità o meno della teologia cristiana con l’esistenza di esseri intelligenti non umani e probabilmente dotati di una loro religiosità.

Nella prima parte del libro, effettuando una ricognizione di ipotesi e teorie oggi esistenti, l’Autore ritiene alta la probabilità che esistano intelligenze extraterrestri. Sembra così legittimo chiedersi quali siano le conseguenze per la teologia cattolica. La risposta implica un ripensamento del tema dell’«incarnazione», partendo dalla pista tracciata da teologi medioevali come san Bonaventura e Duns Scoto.

Per costoro l’incarnazione è un evento collegato al disegno complessivo di Dio rispetto al mondo. Non abbiamo dunque l’incarnazione come risposta al peccato originale, bensì ci poniamo all’interno di una visione più allargata. Ed anche problematica perché nella teologia medioevale convivono aspetti diversi. Ad esempio Anselmo d’Aosta riteneva l’incarnazione necessaria a motivo del peccato umano.

Kreiner è fautore di una teologia che ritiene possibile un’incarnazione come quella di Cristo anche in altri luoghi dell’universo, favorevole ad un Dio creatore dell’universo e dunque di tutte le forme di vita esistenti, ognuna con una strada di salvezza e tutte insieme riconducenti ad un unico Dio” (Vatican Insider, 30 ottobre 2012)

In fondo gli alieni potrebbero non aver peccato contro Dio oppure stare cercando anch’essi la Salvezza, in attesa che il Vangelo venga loro annunciato. Domande affascinanti che lasciano nel cuore del fedele solo una certezza: Dio è un creativo, avrà trovato una soluzione…

Tags: VITA EXTRATERRESTRE

Il gesuita cosmologo: vita extraterrestre, Dio avrà la soluzione

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askanews

Pubblicato il 8 mag 2017

Roma, (askanews) – “Sicuramente Dio ha la soluzione”. Il gesuita Gabriele Gionti, cosmologo della Specola vaticana, commenta così le ultime scoperte della Nasa su pianeti che potrebbero ospitare la vita. “Noi sappiamo dalla Sacra scrittura e dalla nostra tradizione che Gesù di Nazareth è stato il messia, figlio di Dio, che ha portato la redenzione sulla terra”, spiega. Se la realtà della vita extra-terrestre venisse confermata “è chiaro che questo porrà dei problemi per la teologia”. Ma “dobbiamo accettare il problema: non abbiamo ancora la soluzione, sicuramente Dio ha la soluzione a questo e ha fatto le cose in modo tale che quando arriveremo anche questa verità teologica ci meraviglieremo. Per adesso non lo sappiamo ma sicuramente lui ci ha donato gli strumenti razionali e spirituali per potere ragigungere anche questa verità”.

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Notizie e politica