36 CIVILTA’ EXTRATERRESTRI INTELLIGENTI NELLA NOSTRA GALASSIA

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Vita Extraterrestre Intelligente

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“traduzione di Juan Pablo Roma Cristiana”

Lasciamo da parte per un momento teorie e convinzioni personali e proviamo ad effettuare un calcolo probabilistico bastato sulla matematica e sulla statistica. L’obiettivo è stimare la probabilità che nella nostra galassia esistano altre civiltà simili alla nostra.

Suddivideremo il calcolo in vari step, in ognuno dei quali andremo ad utilizzare la percentuale la scienza ci fornisce.

Effettueremo anche una valutazione estremamente pessimistica: assumeremo che, per ogni step, il valore sia 5 volte più basso di quello reale.

Iniziamo dal numero di stelle nella nostra galassia: 250 miliardi.

Di queste, ovviamente, non tutte hanno un sistema solare simile al nostro e inoltre ci sono una miriade di altre condizioni da rispettare (grandezza della stella, durata di vita sufficientemente lunga, ecc.). La stima più accreditata è che, di queste 250 miliardi di stelle, solo l’1.7% sarebbe adatto ad ospitare la vita. Come percentuale pessimistica prenderemo dunque lo 0.34%.

Realistica: 4250000000

Pessimistica: 850000000

Trovato il sistema solare dobbiamo poi calcolare la probabilità che esista un pianeta nella posizione adatta, ecc. Qua, la percentuale più accreditata è del 20%.

Realistica: 850000000

Pessimistica: 34000000

Procediamo col prossimo passo: ammesso che esista un pianeta adatto, qual è la probabilità che in questo sia nata la vita? Tutti sono d’accordo sul fatto che ovunque si possano formare molecole organiche molto facilmente (che sono già, in pratica, i mattoni della vita). Quanto alla probabilità che esse si uniscano per creare grandi molecole capaci di replicarsi e successivamente dare origine a forme di vita di tipo batterico, ci sono varie opinioni: secondo alcuni potremmo addirittura considerare il 100%, altri si limitano al 40-50%. Prenderemo dunque un 70%.

Realistica: 595000000

Pessimistica: 4760000

Il passo successivo è l’evoluzione della vita. Qua abbiamo una sufficiente unanimità sul fatto che un organismo, una volta apparso, riesca in qualche modo ad evolvere (sarebbe solo una questione di tempo). La percentuale più realistica sembra essere l’80%.

Realistica: 476000000

Pessimistica: 761600

Passiamo ora al gradino successivo: lo sviluppo dell’intelligenza. Anche in questo caso, quasi tutti sono d’accordo col dire che il passaggio da esseri pluricellulari a forme intelligenti è quasi certo: il 90%.

Realistica: 428400000

Pessimistica: 137088

Una volta arrivati a questo punto, nessuno sembra avere dubbi sul fatto che lo sviluppo della tecnologia sia quasi scontato. La percentuale è del 95%.

Realistica: 406980000

Pessimistica: 26046.72

Dobbiamo infine considerare il fattore tempo. Stiamo calcolando il numero di civiltà aliene che esistono ORA, perciò dobbiamo escludere civiltà già estinte o che devono ancora nascere. Il calcolo è molto complicato, la stima è comunque dello 0.1%.

Realistica: 406980

Pessimistica: 5.21.

Risultato: nella nostra galassia, in questo momento, esisterebbero circa 406980 civiltà avanzate almeno quanto la nostra. Anche ammettendo che, per ogni step, gli scienziati abbiano commesso un errore del 500% e sempre al rialzo (ipotesi molto inverosimile), esisterebbero almeno 5 civiltà del genere. Ma attenzione, stiamo parlando solo della nostra galassia! Nel solo universo osservabile esistono circa altre 110 miliardi di galassie. In pratica, la probabilità di essere soli nell’universo è ridicolmente bassa e, anche volendo essere estremamente pessimistici, non possiamo che dare per praticamente certa l’esistenza di quelli che chiamiamo “alieni”. Naturalmente, può esserci un atteggiamento di totale negazione aprioristica (nel qual caso non esiste cifra che tenga), ma realisticamente parlando non esiste alcun motivo per il quale ciò che ha avuto luogo sulla Terra non possa avvenire altrove.

Marte: sismicamente attivo e più magnetico del previsto

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25 febbraio 2020

Illustrazione della struttura interna di Marte (©NASA/JPL-Caltech) 

Marte ha una moderata attività sismica, intermedia tra quella della Terra e quella della Luna, e sulla sua superficie il magnetismo è dieci volte più intenso di quanto stimato finora. Lo rivela l’analisi preliminare dei dati della missione InSight della NASA, il cui lander è atterrato sul pianeta nel 2018, conducendo misurazioni senza precedenti

 Il 26 novembre 2018, il lander InSight della NASA è sceso su Marte, nella regione di Elysium Planitia. L’analisi preliminare dei dati che ha raccolto ha permesso di definire un identikit senza precedenti della geologia e del campo magnetico di Marte illustrata in due studi pubblicati in un numero speciale della rivista “Nature Geoscience” dedicato ai risultati della missione.

Nel primo articolo, a prima firma Philippe Lognonné Université de Paris-CNRS, sono illustrati i risultati della prima misurazione sismologica diretta di Marte, condotta con lo strumento Seismic Experiment for Interior Structure (SEIS). La conclusione fondamentale è che sul Pianeta Rosso esiste un’attività sismica di livello moderato, intermedio tra quello della Terra e quello della Luna.

I dati acquisiti nell’arco di 235 giorni marziani hanno registrato 174 eventi sismici, 150 dei quali erano ad alta frequenza e producevano vibrazioni del terreno simili a quelle registrate sulla Luna dal programma Apollo. Le rilevazioni mostrano che queste onde sismiche rimbalzano mentre  attraversano la crosta marziana, eterogenea e fratturata.

Gli altri 24 eventi osservati dal SEIS erano prevalentemente a bassa frequenza e tre di essi hanno mostrato due distinti modelli d’onda simili ai terremoti causati sulla Terra dal movimento delle placche tettoniche. E proprio questi eventi a bassa frequenza possono essere analizzati per ottenere  informazioni sulla struttura del sottosuolo.

“Questi dati ci stanno aiutando a capire come funziona il pianeta, il suo tasso di sismicità, quanto è attivo e dove è attivo”, ha commentato Nicholas Schmerr, dell’Università del Maryland, coautore dello studio. “La comprensione di questi processi è parte di una domanda più generale sul pianeta: può sostenere la vita, o è mai stato in grado di farlo? Se fossimo in grado di scoprire che esiste un magma liquido su Marte e di individuare dove il pianeta è geologicamente più attivo, potremmo indirizzare le missioni future alla ricerca di potenziali condizioni adatte alla vita.”

Inoltre, il sismometro ha fornito importanti informazioni sul clima marziano, in particolare sui cicli giornalieri dell’attività superficiale vicino al lander InSight.

Nel secondo articolo, a prima firma Catherine Johnson, dell’Università della British Columbia a Vancouver, in Canada, gli scienziati rivelano che il campo magnetico nel sito di atterraggio di InSight è dieci volte più intenso del previsto e oscilla su scale temporali che vanno da alcuni secondi ad alcuni giorni.

Questi dati rappresentano un enorme passo avanti rispetto al passato. Prima della missione InSight, infatti, le migliori stime dei campi magnetici marziani provenivano da satelliti che orbitavano intorno pianeta e rappresentavano valori medi su grandi aree, di oltre 150 chilometri di diametro, lasciando una grande incognita sull’andamento della magnetizzazione su piccole aree.

“Grazie al primo sensore magnetico mai posato sulla superficie del pianeta, abbiamo acquisito dati a livello del suolo che forniscono una rappresentazione molto più accurata rispetto al passato della magnetizzazione su aree più piccole e sulla loro origine”, ha affermato Johnson.

Le nuove misurazioni forniscono anche indicazioni sulla lunga evoluzione del campo magnetico marziano. I dati raccolti in passato dimostrano infatti che miliardi di anni fa il Pianeta Rosso aveva un campo magnetico globale, in grado di magnetizzare le rocce sul pianeta, che a un certo punto si è spento misteriosamente. Poiché la maggior parte delle rocce in superficie è troppo giovane per essere stata interessata da questo antico campo, gli autori ritengono che la magnetizzazione debba provenire dagli strati più profondi del sottosuolo.

“Pensiamo che la magnetizzazione rilevata provenga da rocce molto più antiche che sono sepolte ovunque da alcune decine di metri fino dieci chilometri di profondità”, ha aggiunto Johnson. “Non saremmo stati in grado di dedurlo senza i dati magnetici e le informazioni geologiche e sismiche fornite da InSight.”

I ricercatori hanno ottenuto anche altre informazioni fondamentali dalla registrazione di fluttuazioni diurne e notturne del campo magnetico, accompagnate da misteriose pulsazioni intorno alla mezzanotte. Questo schema di variazioni viene interpretato come l’effetto del vento solare, il flusso di particelle cariche emesso dal Sole che, trasportando un campo magnetico interplanetario, può far sentire i suoi effetti anche sulla superficie di Marte, dato che il pianeta non è protetto da un proprio campo magnetico globale.

“Tutte le nostre precedenti osservazioni di Marte sono state condotte dagli strati più alti della sua atmosfera o altitudini ancora più elevate: non sapevamo quindi se i disturbi del vento solare potessero effettivamente propagarsi in superficie”, ha concluso Johnson. “Questa è una cosa importante da capire per le future missioni di astronauti su Marte.” (red)

Vicini a svelare il mistero della scarsità di antimateria

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26 febbraio 2020

di Jonathan O’Callaghan/Scientific American

Ricercatori al lavoro sull’esperimento ALPHA presso il CERN di Ginevra (©Science Photo Library/AGF) 

L’esperimento ALPHA presso il CERN di Ginevra ha mostrato che un effetto quantistico cruciale si manifesta nell’anti-idrogeno esattamente come nell’idrogeno. E’ un passo avanti importante per riuscire a svelare il mistero delll’enorme sovrabbondanza della materia rispetto all’antimateria che si osserva nell’universo attuale

Uno dei misteri più antichi dell’universo è anche uno dei più sconcertanti. Durante il big bang, circa 13,8 miliardi di anni fa, sia la materia sia l’antimateria – che si ritengono identiche, tranne per il fatto che hanno cariche elettriche opposte tra loro – avrebbero dovuto essere create in egual misura. Quando queste due entrano in contatto l’una con l’altra nell’universo attuale, vengono annichilate in un’esplosione di luce e di particelle fondamentali più esotiche. Perché, allora, viviamo in un cosmo dominato dalla materia anziché in un vuoto assoluto riempito solo da echi effimeri di un annichilazione che consuma tutto dall’alba dei tempi?

Per scoprirlo, i fisici delle particelle sono stati impegnati a testare le proprietà sia della materia sia dell’antimateria per poi poterle confrontare. Per la materia, questo processo è relativamente semplice. Ma per l’antimateria, è molto più impegnativo.

Dato che l’antimateria si distrugge istantaneamente quando interagisce con la materia, mantenerla intatta per un’indagine dettagliata è difficile. Nell’ultimo decennio, tuttavia, gli sperimentatori hanno fatto grandi passi avanti, isolando nel vuoto quantità di antimateria sempre maggiori e per periodi sempre più lunghi, consentendo progressivamente nuove scoperte di ricerca.

Le ultime scoperte provengono dagli scienziati dell’esperimento ALPHA del CERN che riferiscono su “Nature” di essere riusciti a sospendere atomi di anti-idrogeno, l’antimateria dell’idrogeno, per centinaia di ore nel vuoto. Ciò ha permesso di osservare che nell’anti-idrogeno, che è composto da un antiprotone e da un positrone, l’antiparticella dell’elettrone salta su livelli di energia che mostrano un Lamb shift [vedi oltre, NdR] identico a quello dell’idrogeno. Questa simmetria esclude una delle possibili risposte alla discrepanza materia-antimateria.

“Ci sono state altre misurazioni in passato, ma questa è fondamentalmente diversa. Stiamo studiando lo spettro dell’anti-idrogeno”, dice il coautore dello studio Jeffrey Hangst dell’Università di Aarhus, in Danimarca. “Non ci sono risultati inaspettati, ma il fatto di poter osservare ora queste cose nell’antimateria è davvero significativo per noi e per il futuro del nostro lavoro. Quando cerchiamo un accordo completo tra la fisica della materia e l’antimateria, dobbiamo spuntare tutte le caselle, e questa è molto importante”.

Il Lamb shift fu osservato per la prima volta dal fisico americano Willis E. Lamb, Jr., nel 1947, con una misurazione che gli avrebbe fatto vincere il premio Nobel. Gli elettroni orbitano intorno ai nuclei degli atomi, ma possono subire salti quantici tra le orbite, corrispondenti a determinati livelli di energia, che si traducono in un’emissione o in un assorbimento di luce. Lamb ha mostrato che due livelli di energia dell’idrogeno, 2S e 2P, mostravano una differenza rilevabile, o spostamento, che sfidava alcune previsioni teoriche. Attribuita all’esistenza di particelle virtuali emesse e riassorbite nel vuoto, la scoperta del Lamb shift ha contribuito a una miriade di importanti sviluppi nella teoria quantistica.

“Il risultato dell’articolo della collaborazione ALPHA è che il Lamb shift dell’idrogeno e dell’anti-idrogeno sembrano identici tra loro”, dice Stefan Ulmer del CERN, che non era coinvolto nelle ultime ricerche.

La simmetria comportamentale tra materia e antimateria è governata anche da una legge nota come simmetria carica-parità-tempo (CPT), che sostanzialmente afferma che tutte le leggi della fisica nell’universo rimangono le stesse rispetto a qualsiasi trasformazione (eccetto alcuni casi speciali ben definiti).

Per spiegare il problema materia-antimateria, ci deve essere qualcosa di sbagliato nella teoria CPT e quindi nel Modello Standard della fisica, il quadro di tutte le particelle subatomiche conosciute e le forze fondamentali a eccezione della gravità. Osservando il Lamb shift sia nella materia sia nell’antimateria, i fisici sperano di poter delimitare ciò che  potrebbe essere quel “qualcosa”.

Tali esperimenti “limitano i possibili effetti di una nuova fisica o di una violazione della CPT”, osserva Randolf Pohl dell’Università Johannes Gutenberg di Mainz, in Germania, anch’egli non coinvolto nella ricerca. “Ogni differenza che si riscontra è una chiara violazione del Modello Standard”, afferma. “Quindi, se si misura una differenza tra idrogeno e antiidrogeno, allora il Modello Standard è finito. La nostra comprensione della fisica è incompleta, e dobbiamo trovare qualcosa di nuovo. Questo non è ancora successo, ma confrontare tra loro materia e antimateria è un modo molto pulito per testare le basi del Modello Standard”.

Thomas Udem del Max-Planck-Institut per l’ottica quantistica, in Germania, afferma che le ultime scoperte di ALPHA sono “entusiasmanti” e osserva che i primi esperimenti a bassa energia hanno portato a un’accelerazione delle antiparticelle fino alla velocità della luce, un dettaglio problematico per i tentativi di forzarli a formare atomi. “Non si poteva fare nulla con essi se non rilevare la loro presenza”, dice. Al contrario, le energie superiori utilizzate nell’esperimento ALPHA rallentano gli antiprotoni e i positroni quanto basta perché le particelle formino atomi di antiidrogeno per uno studio più approfondito.

Anche se non è emersa alcuna violazione delle leggi della fisica note, questi risultati dell’esperimento ALPHA aprono un nuovo capitolo negli studi sulla simmetria materia-antimateria, che promette di fornire soluzioni a lungo ricercate a una delle questioni più complesse dell’universo. “A volte devo darmi un pizzicotto, perché quando ho iniziato non avevamo affatto anti-idrogeno. E molti dicevano che non ce l’avremmo mai fatta”, dice Hangst. “Ora siamo arrivati a migliaia di atomi immagazzinati. È davvero una rivoluzione che siamo in grado di farlo”.

(L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Scientific American” il 19 febbraio 2020. Traduzione ed editing a cura di Le Scienze. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.)

Onde gravitazionali: il network Ligo-Virgo annuncia un’altra probabile collisione di stelle di neutroni

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07 gennaio 2020

Fonte: Inaf

Osservatorio gravitazionale Ego (Credit: EGO-Virgo) 

Durante il Meeting dell’American Astronomical Society in corso alle Hawaii l’annuncio di un segnale di onde gravitazionali osservato il 25 aprile 2019 compatibile con la fusione di due stelle di neutroni, simile dunque all’evento annunciato nell’ottobre 2017, che ha sancito la nascita dell’astronomia multimessaggera

Un segnale di onde gravitazionali che arriva da 500 milioni di anni luce di distanza dalla Terra è stato osservato dalle collaborazioni scientifiche LIGO e Virgo e presentato ieri sera alla comunità scientifica riunita al Meeting dell’American Astronomical Society in corso alle Hawaii, negli stati Uniti. GW190425, questa è la sigla del segnale, è stato osservato alle 8.18 (UTC) del 25 aprile 2019 ed è il primo evento catturato e pubblicato nel corso della terza campagna di osservazione partita lo scorso 1 Aprile. Il segnale è compatibile con la fusione di due stelle di neutroni, simile dunque all’evento annunciato nell’ottobre 2017, che ha sancito la nascita dell’astronomia multimessaggera, ma presenta importanti peculiarità.

Infatti “ La massa totale, circa 3.4 volte la massa del Sole, è più grande di quella di qualunque sistema binario di stelle di neutroni noto nella nostra galassia, e ciò ha interessanti implicazioni astrofisiche per la formazione di questi sistemi” commenta Jo van den Brand, Spokesperson dell’Esperimento Virgo. Inoltre, non è stata osservata nessuna controparte elettromagnetica dai telescopi che hanno raccolto l’allerta inviata dalla collaborazione LIGO-Virgo, al contrario di quanto avvenuto nel 2017 (GW170817).

“La ricerca della controparte elettromagnetica di questo segnale è stata molto più complessa a causa della maggiore incertezza nella localizzazione della sorgente, circa 200 volte meno accurata rispetto a quanto avvenuto nel 2017” sottolinea Viviana Fafone, responsabile nazionale per l’INFN di Virgo. “Ciò è dipeso dal fatto che il sistema binario era quattro volte più lontano dalla Terra e che al momento dell’evento la rete dei rivelatori gravitazionali non stava operando al completo”.

“Dopo la sorpresa iniziale, abbiamo analizzato i dati con accurati modelli analitici che descrivono il segnale di onda gravitazionale emesso da due stelle di neutroni secondo la teoria della relatività generale di Einstein, raggiungendo una ragionevole comprensione dell’evento” spiega Alessandro Nagar, fisico teorico della sezione di Torino delI’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, che con il suo team ha contribuito direttamente all’analisi dei dati.

Inoltre, “Pur non avendo osservato direttamente l’oggetto formatosi con la fusione dei due corpi, grazie alle nostre simulazioni numeriche possiamo affermare che, nell’ipotesi che i due oggetti fossero due stelle di neutroni, la probabilità che si tratti di un buco nero è pari al 96%” conclude Sebastiano Bernuzzi dell’Università di Jena. Tuttavia, l’interpretazione del segnale GW190425 non è univoca proprio per via della sua debolezza e non è stato possibile escludere completamente che uno (o perfino entrambi) i due oggetti possano essere buchi neri.

La stella Betelgeuse torna a brillare

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Nuove osservazioni indicano che non è sul punto di esplodere

Redazione ANSA 28 febbraio 2020 10:25

Betelgeuse prima e dopo il calo di luminosità (fonte: ESO ESO/M. Montargès et al) © Ansa

Betelgeuse prima e dopo il calo di luminosità

(fonte: ESO ESO/M. Montargès et al) – RIPRODUZIONE RISERVATA

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Si registra un lieve e graduale miglioramento nell’ultimo bollettino medico della stella Betelgeuse, osservata speciale dopo che negli ultimi quattro mesi è misteriosamente impallidita facendo ipotizzare che la sua fine esplosiva fosse vicina: le ultime osservazioni, pubblicate sulla piattaforma ‘astronomerstelegram’ dai ricercatori statunitensi della Villanova University, indicano infatti che la sua luminosità avrebbe raggiunto un minimo tra il 7 e il 13 febbraio, e che ora sarebbe in ripresa.

La stella supergigante rossa, posta a circa 700 anni luce nella costellazione di Orione, è solitamente una delle dieci stelle più brillanti del cielo notturno. Lo scorso ottobre ha iniziato a mostrare un anomalo calo della luminosità, tanto che a dicembre gli astronomi avevano lanciato l’allerta.

Il misterioso fenomeno è continuato nelle settimane successive fino a metà febbraio, quando il calo della luminosità ha fatto segnare un preoccupante -65%, andando ben oltre la variabilità ciclica a cui la stella ci aveva abituati. Molti avevano pensato che fosse sul punto di concludere il suo ciclo vitale, pronta ad esplodere come supernova spargendo nello spazio i ‘semi’ di nuove stelle.

A quanto pare, però, i ‘fuochi d’artificio’ si faranno attendere ancora, anche se nessuno sa per quanto. Betelgeuse è infatti stranamente longeva, con un’età che si aggira tra gli 8 e 8,5 milioni di anni. Gli astronomi continueranno a puntarla nelle prossime settimane per indagare la causa dell’insolito calo di luminosità (dovuto forse all’espulsione di polveri o al raffreddamento della superficie della stella) e soprattutto per prevedere il suo destino.

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Catturata la più potente esplosione cosmica dopo il Big Bang

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È l’eruzione di un buco nero a 390 milioni di anni luce

Redazione ANSA 28 febbraio 2020 10:26

Rappresentazione artistica di un buco nero (fonte: NASA/JPL-Caltech) © Ansa

Rappresentazione artistica di un buco nero

(fonte: NASA/JPL-Caltech) – RIPRODUZIONE RISERVATA

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Un’immane esplosione cosmica ha disseminato lo spazio interstellare di materia ed energia, sotto forma di un intenso bagliore violaceo circondato da un alone blu elettrico. Appare così l’immagine della più potente eruzione di un buco nero mai catturata, la più intensa e violenta nell’universo dopo il Big Bang. L’evento è descritto nello studio pubblicato sulla rivista The Astrophysical Journal dal gruppo di astrofisici coordinato da Simona Giacintucci, del Laboratorio di Ricerca Navale di Washington. 

A immortalare gli effetti di questo fuoco d’artificio cosmico, i telescopi spaziali a raggi X, Chandra della Nasa, e Xmm-Newton dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), con l’aiuto di due radiotelescopi terrestri: il Murchison Widefield Array (Mwa) in Australia, e il Giant Metrewave Radio Telescope (Gmrt) in India.

L’esplosione è avvenuta a circa 390 milioni di anni luce dal Sistema Solare, all’interno del superammasso di Ofiuco, che si trova in direzione dell’omonima costellazione. Si tratta di un “mostro cosmico formato da migliaia di galassie, gas incandescenti e materia oscura, tenute insieme dalla gravità”, spiegano gli astrofisici dell’Esa.

Il gas ingoiato dal buco nero visto ai raggi X (rosa), in onde radio (blu) e nell’infrarosso (bianco) (fonte: ESA/XMM-Newton, NASA/CXC/Naval Research Lab/S. Giacintucci NCRA/TIFR/GMRTN; 2MASS/UMass/IPAC-Caltech/NASA/NSF)

L’eruzione è collegata all’emissione di potenti getti di materia ed energia, accelerati a velocità prossime a quella della luce, che propagandosi scavano cavità nel gas incandescente circostante. Sono emessi dalla materia che precipita, surriscaldandosi, all’interno del gigantesco buco nero al centro della più imponente delle galassie dell’ammasso, attratta dall’irresistibile abbraccio gravitazionale del buco nero, che tutto divora, luce compresa.

L’immagine, concludono gli esperti, potrà aiutare a capire come gli enormi buchi neri al centro delle galassie interagiscono con l’ambiente circostante, influenzandolo profondamente.

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Il suolo di Marte trema come quello della Terra – VIDEO

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Dalla sonda InSight della Nasa la prova che è geologicamente attivo

Monica Nardone 25 febbraio 2020 09:58

Registrata per la prima volta l'attività sismica di Marte (fonte: NASA/JPL-​Caltech)   © Ansa

Registrata per la prima volta l’attività sismica di Marte

(fonte: NASA/JPL-​Caltech) – RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il suolo di Marte trema come quello della Terra: la sonda InSight della Nasa ha registrato oltre 450 terremoti, dimostrando che il pianeta rosso è geologicamente attivo, ha acqua intrappolata nelle rocce e potrebbe avere magma liquido con punti caldi che potrebbero essere ospitali per la vita. Il risultato è descritto in sei ricerche pubblicate sulle riviste Nature Geoscience e Nature Communications. Una di queste è coordinata dal geofisico italiano Domenico Giardini, del Politecnico di Zurigo.

I dati sui terremoti di Marte hanno sorpreso gli esperti “per le somiglianze geologiche tra il pianeta rosso e la Terra e per la presenza di faglie dalle immagini satellitari, eravamo convinti di trovarli, anche se non erano mai stati registrati prima. Però il numero, 450 sino a oggi, la dimensione, la localizzazione erano completamente sconosciuti e ci hanno sorpreso”, dice Giardini all’ANSA.

Il lander InSight è arrivato su Marte il 26 novembre 2018 per esaminarne la struttura interna. Nei primi 10 mesi ha rivelato 174 eventi sismici, tra cui oltre 20 di magnitudo compresa tra 3 a 4. Degli eventi registrati, 150 sono ad alta frequenza simili a quelli registrati sulla Luna; gli altri 24 sono a bassa frequenza, con tre che sono simili ai terremoti sulla Terra.

Tuttavia Marte non ha tettonica a placche come la Terra e i terremoti di maggiori dimensioni, spiega Giardini, “sono associati a stress termici di raffreddamento collegati a sistemi vulcanici che creano grandi sistemi di faglie”.

L’analisi degli eventi, prosegue, “indica che il pianeta ha una struttura simile a quella terrestre, ma proprietà che si riscontrano solo sulla Luna, dovute al differente contenuto di elementi volatili nella crosta superiore, come l’acqua”. Inoltre la velocità delle onde sismiche diminuisce sotto la crosta e potrebbe indicare la presenza di magma liquido.

Rappresentazione artistica del lander InSight della Nasa, con uno spaccato del suolo marziano

(fonte: IPGP/Nicolas Sarter)

Secondo Francesca Altieri, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), l’attività geologica di Marte giustifica anche le emissioni di ossigeno osservate dal rover Curiosity della Nasa: “va nella direzione delle ipotesi degli studiosi della missione Curiosity”. I dati sismici indicano inoltre la possibile presenza di acqua intrappolata nelle rocce, a diverse profondità e hanno implicazioni per la ricerca della vita su Marte, osserva Nicholas Schmerr, dell’università del Maryland. Sulla Terra, rileva, ci sono aree in profondità “caratterizzate da sorgenti idrotermali, dove la chimica e non la luce fornisce l’energia per la vita. Se si scopre magma liquido su Marte e individueremo dove il pianeta è geologicamente più attivo, in quei punti potremmo indirizzare future missioni a caccia di vita”.

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Gonggong, il demone cinese dà il nome a un pianeta nano

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La sua luna Xiangliu, come il mitologico servitore a 9 teste

Redazione ANSA 26 febbraio 2020 09:41

Rappresentazione artistica del pianeta nano Gonggong e della sua luna Xiangliu (fonte: Alex H. Parker) © Ansa

Rappresentazione artistica del pianeta nano Gonggong e della sua luna Xiangliu

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E’ un pianeta nano, il primo a ‘parlare’ cinese tra i corpi celesti maggiori del Sistema solare: è stato infatti chiamato Gonnggong, come il malvagio demone delle acque, mentre la sua piccola luna è stata nominata Xiangliu, come il suo mostruoso servitore con nove teste e corpo di serpente. Lo ha stabilito la commissione del Centro per i pianeti minori dell’Unione Astronomica Internazionale (Iau).

Gonggong è il quinto per grandezza tra i pianeti nani del Sistema solare: si muove lungo un’orbita ellittica nella fascia di Kuiper, al di là di Nettuno, ha un colore rossiccio e probabilmente un’atmosfera maleodorante ricca di metano. E’ stato scoperto insieme alla sua luna nel 2007 da tre astronomi del Palomar Observatory vicino San Diego, in California, e da allora è stato catalogato con il nome in codice 2007 OR10, diventando il più grande corpo celeste del Sistema solare privo di un nome proprio.

I suoi scopritori hanno dunque pensato di sceglierne uno lanciando un sondaggio online. Al termine della consultazione popolare, Gonggong ha prevalso sugli altri due finalisti, la divinità germanica Holle e quella scandinava Vili. Il nome cinese, sottoposto alla Iau, è ora entrato ufficialmente nel catalogo celeste.

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LA GALASSIA DI RUBIN (UGC 2885)

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ΔΩ DELTA OMEGA
6 feb 2020

La galassia UGC 2885 è chiamata anche Galassia di Rubin, in onore dell’astronoma Vera Rubin (1928 – 2016) che ne studiò i moti stellari per rilevare la rotazione della galassia stessa. Il risultato di questi studi portò la Rubin a teorizzare a a confermare la presenza della materia oscura come componente delle galassie, la cui natura rimane ancora oggi un mistero. La sigla UGC si riferisce al Uppsala General Catalogue ; la Galassia di Rubin è la numero 2885 di questo catalogo di galassie. UGC 2885 è una delle più grandi galassie a spirale conosciute, ha un diametro di 463.000 Anni Luce (la Via Lattea ha un diametro di circa 100.000 Anni Luce), 2 trilioni di masse solari, 4000 miliardi di stelle (la Via Lattea ha 400 miliardi di stelle), pertanto è una galassia gigantesca con un nucleo enorme. Per contro la velocità di formazione stellare è solo la metà della Via Lattea. La luminosità delle braccia a spirale è mediamente bassa. La distanza dalla Via Lattea è di 232 milioni di Anni Luce e si trova in una zona periferica dell’ammasso galattico Pesci-Perseo, del quale probabilmente fa parte. UGC 2885 è una galassia classificata SA (rs) c. “SA” significa spirale standard (non barrata), ovvero le braccia a spirale originano dal nucleo sferico e non da una barra stellare centrale come nella Via Lattea. “(rs)” significa che la struttura del nucleo è ad anello tendente ad una spirale. “c” significa che le braccia a spirale sono distanziate tra loro e dal nucleo, per cui la struttura galattica complessiva non è compatta. Per raffronto la Via Lattea è una spirale barrata di compattezza intermedia “bc”, pertanto si classifica con la sigla SB bc. Le immagini telescopiche di questo video sono state ottenute dall’Hubble.

#ΔΩSpazioProfondo #ΔΩGalassie #ΔΩDeltaOmega

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