Un Viaggio Verso la fine dell’Universo

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IL LATO POSITIVO
12 ott 2019

Che cosa ci succederà tra qualche centinaio di anni? O mille? E quando finirà l’Universo? Come diamine faccio io a saperlo? Ehi, nessuno lo sa con certezza, ma possiamo raccogliere tutte le teorie esistenti e scoprirlo insieme. Tra 100 anni, Tra un secolo, gli umani saranno la prima specie vivente al di fuori della Terra. Tra 1.000 anni, l’umanità avrà accettato la tecnologia, non solo come parte integrante della quotidianità, ma anche all’interno del proprio corpo. Hai mai sentito parlare dei cyborg? Se per te è troppo fantascientifico, beh, preparati: è esattamente quello che diventeremo. Fra 100.000 anni molte delle costellazioni che conosciamo diventeranno irriconoscibili a causa del movimento naturale delle stelle. E proprio nello stesso momento, la Terra celebrerà l’evento con un’eruzione super-vulcanica, con magma caldo e cenere che ricopriranno migliaia e migliaia di miglia di chilometri quadrati….

Segnalibri:

Colonizzazione di Marte 0:37
Diventeremo cyborg? 1:01
Un’eruzione super-vulcanica 1:56
Distruzione di massa sulla Terra 2:17
L’esplosione di Betelgeuse 2:34
Cosa succederà a Marte? 2:45
Quando cesserà di esistere la vita sul nostro pianeta? 3:25
La nascita di una nuova galassia 3:54
Non ci saranno più nuove stelle 4:53
L’era del declino 5:10
L’era del buco nero 6:43
L’era in cui il tempo non conta 7:21
La nascita di un nuovo universo 8:07

SOMMARIO:

– Tra 100 anni, Tra un secolo, gli umani saranno la prima specie vivente al di fuori della Terra.
– E andiamo a … 10.000 anni da oggi. Antares, la stella supergigante rossa, che è la quindicesima più luminosa nel nostro universo, esploderà in una supernova.
– Fra 100.000 anni molte delle costellazioni che conosciamo diventeranno irriconoscibili a causa del movimento naturale delle stelle.
– Tra 500.000 anni, il nostro pianeta sarà colpito da un enorme masso: un asteroide di circa 800 metri di diametro. Se non troveremo un modo per evitare l’impatto, causerà una distruzione di massa sulla Terra
– In 1 milione di anni, su Urano due lune di su quattro si scontreranno, causando il caos.
– Solo 400.000 anni dopo, Phobos, uno dei due satelliti di Marte, si spezzerà a causa della gravità crescente e il pianeta rosso avrà una serie di anelli, proprio come Saturno.
– Tra 110 milioni di anni il Sole diventerà più luminoso dell’1%. Cambierà il clima su ogni pianeta del sistema solare, rendendolo molto più caldo.
– Tra 4 miliardi di anni la galassia della Via Lattea si scontrerà con la galassia di Andromeda.
– Tra 7,9 miliardi di anni, il Sole aumenterà trasformandosi in un gigante rosso, inghiottendo i pianeti più vicini. Compreso quel pezzo di roccia rovente che una volta era la Terra.
– Tra 100 miliardi di anni, l’Universo si allungherà così tanto e così velocemente che le galassie non si vedranno nemmeno più.
– Tra 1 trilione di anni, nuove stelle smetteranno di apparire nello spazio.
– Tra 100 trilioni di anni inizierà l’era del declino. Senza carburante, le nuove stelle smetteranno del tutto di formarsi, anche se qualche tentativo ci sarà.
– Tra 120 trilioni di anni, al posto delle stelle normali resteranno solo le stelle nane bianche e marroni.
– Tra 1 quadrilione di anni, tutti i pianeti verranno espulsi dalle loro orbite e inviati alla deriva, nel freddo e buio dello spazio esterno.
– Tra 1 quintilione di anni ciò che una volta erano stelle verranno espulse dalle loro galassie, vagando nell’Universo vuoto per il resto dei millenni.
– Ora, per quintilioni di quintilioni di anni, non ci sarà più nulla; questo periodo si chiama Era Oscura, e il tempo non avrà più importanza.
– Il falso vuoto si è appena gonfiato, si è riscaldato raggiungendo temperature estreme, esplodendo nello spazio vuoto e riempendolo di nuova energia.
– Dando vita a un nuovo universo, e forse non soltanto uno solo. Conosci questo evento come il Big Bang. Ecco come è nato il nostro Universo e come probabilmente rinascerà dopo miliardi e miliardi di anni.

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Chi sono e cosa hanno scoperto i Premi Nobel per la Fisica 2019 ?

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17 ott 2019

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Dov’è il Centro dell’universo e dove sono i Margini? https://youtu.be/5e6tHLv1hRY
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5 incredibili oggetti nell’Universo, che nessuno è in grado di spiegare

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L’Inspiegabile
17 ott 2019

Il mio libro “L’Inspiegabile” (https://amzn.to/2l4O0SE), edito da De Agostini, è già disponibile in tutte le librerie.

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Se vuoi suggerirmi nuovi argomenti, puoi mandarmi un’email all’indirizzo: linspiegabile@gmail.com

Vi sono oggetti nell’Universo che, a tutt’oggi, rappresentano un grande mistero per l’umanità. Oggi te ne farò conoscere 5 che, incredibilmente, la scienza non è ancora stata in grado di spiegare.

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Intrattenimento

Un religioso BIG BANG

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IL DIRETTORE DELLA SPECOLA VATICANA Angelo Secchi FU IL PIONIERE DELLA SPETTROSCOPIA

«Scusi, ma come fa ad essere sicuro che l’universo è nato 13,7 miliardi di anni fa?». Siamo a il Festival della Scienza, l’auditorium è gremito di spettatori di tutte le età e, dalle domande al termine della conferenza, si percepisce un curioso imbarazzo. Sul palco c’è un prete che parla di astronomia e dice cose che non tutti si aspettavano di ascoltare.
«Immaginiamo di comprimere la storia dell’universo in un solo anno», dice padre José Gabriel Funes SJ. «Il Big Bang è avvenuto il primo gennaio. A febbraio è nata la Via Lattea e il 3 settembre la Terra. Le scoperte di Galileo, risalgono a un secondo fa». Perché quando a parlare sul tema «L’evoluzione dell’universo» c’è il direttore della Specola Vaticana – avamposto astronomico della Chiesa dal 1891 – il pubblico si divide fatalmente in due: quelli che sperano di sentirgli dire che il creazionismo è una fandonia, e quelli che sperano di ascoltare parole sulla supremazia della fede sulla scienza.
Ma non aspettatevi questo da José Gabriel Funes SJ, nato a Cordoba in Argentina , astronomo e gesuita che si divide fra Città del Vaticano e Tucson, in Arizona, dove la Specola Vaticana ha un osservatorio celeste. «Il Big Bang – risponde padre Funes a quel ragazzo che nutre dubbi sull’esplosione primordiale – è la migliore spiegazione che abbiamo oggi sulla nascita dell’universo: è comprovata scientificamente da numerose osservazioni e non è in contrasto con la fede. La Bibbia non è una spiegazione scientifica del mondo: è stata scritta da uomini ispirati da Dio, migliaia di anni fa».
«Non c’è nessuna contraddizione, fra essere un teologo e un astronomo», ci assicura più tardi, seduto davanti a un caffè. Difatti, a nominargli Galileo, risponde con la facilità di chi si è sentito fare mille volte la stessa domanda. «Non è facile ammettere i propri errori e la Chiesa, seppur tardivamente, lo ha fatto. Credo sia il momento di voltare pagina e guardare avanti. Per quanto mi riguarda, è grazie a Galileo, se io sono qui».
Per l’esattezza, è grazie a Gregorio XIII – l’artefice del Calendario gregoriano – se il Vaticano cominciò già nel lontano 1582 a occuparsi di astronomia. Il primo osservatorio era a San Pietro ma, per difendersi dall’inquinamento luminoso, è stato prima spostato a Castel Gandolfo (1935) e poi sul monte Graham in Arizona (1993). «Nessuno dovrebbe meravigliarsi: padre Secchi diceva le stesse cose che dico io», si schernisce Funes. Angelo Secchi, gesuita, nato nel 1818, è il suo più insigne predecessore alla direzione dell’Osservatorio Vaticano: fu il primo astronomo a classificare le stelle a seconda del loro spettro o, se volete, della loro temperatura.
La questione però, come dimostra il composito pubblico genovese, è decisamente più spinosa: non tutti, dentro alla Chiesa, la pensano come Secchi e soprattutto come Funes, ora che nell’ultimo secolo la scienza ha guardato meglio dentro al cosmo. Perché, in qualche modo, una visione più moderna del mondo non vede più il genere umano al centro del creato.
«Si calcola che ci siano 100 miliardi di galassie – dice Funes al suo pubblico – ovvero 15 galassie per ogni essere umano vivente. Ognuna, può contenere 100 miliardi di stelle». «Non abbiamo ancora la prova che esistano altre civiltà, ma ci sono alte probabilità e questa sarebbe una delle scoperte più importanti della storia. E chi dice che questa non sia la posizione della Chiesa? Non è vero». E ancora: «La teoria della stringhe è molto interessante, seppur tutta da confermare. Qualora si rivelasse esatta, invece di un solo universo, potrebbero essercene molti. E se ce n’è uno con 100 miliardi di galassie, perché non ce ne possono essere tanti?».
L’astronomo Funes è sicuro che l’universo sia nato 13,7 miliardi di anni fa. Il teologo Funes è convinto che sia opera di un Creatore. «Non si può spiegare tutto con la scienza, perché nell’essere umano c’è molto più di quel che si può scientificamente osservare. Ma se la religione si chiude alla scienza diventa fondamentalista, con tutti i suoi rischi». Del resto, «sia la scienza che la religione, ci dicono che chi cerca la verità, la troverà». E così sia.


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Un secolo di relatività… sperimentale!

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29 maggio 2019

di Emiliano Ricci

Composizione digitale di 22 immagini dell’eclissi di Sole dell’11 agosto 1999 (Science Photo Library / AGF) 

Il 29 maggio 1919 la teoria generale della relatività di Albert Einstein ottenne la sua prima conferma sperimentale grazie a un’eclissi totale di SoleLa guerra, si sa, non rende mai agevoli le comunicazioni, soprattutto se ci si trova su fronti contrapposti, a combattere gli uni contro gli altri. E nel 1915, anno in cui il tedesco Albert Einstein presentò all’Accademia prussiana delle scienze la sua teoria della relatività generale, l’Impero tedesco e l’Impero britannico (come si chiamavano allora) erano impegnati – assieme a gran parte dei paesi europei – nel tentativo di annientarsi reciprocamente, piuttosto che a scambiarsi informazioni scientifiche. Pubblicata in tedesco, su una rivista tedesca, la nuova teoria della gravità non trovò inizialmente una grande diffusione, né fra gli scienziati né, tantomeno, fra il pubblico.

Fortuna volle che i Paesi Bassi, durante un conflitto che stava devastando l’intero continente, fossero rimasti neutrali. All’epoca, all’Università di Leida, prestigiosa istituzione olandese, era professore un certo Willem de Sitter, matematico e fisico, diventato più tardi noto per i suoi studi di cosmologia (proprio grazie all’applicazione della teoria della relatività generale). Arrivatagli notizia della teoria di Einstein, de Sitter – scienziato illuminato – ne comprese presto l’importanza e decise di divulgarne i contenuti principali scrivendo alcuni articoli in lingua inglese.

Fu proprio grazie a questo passaggio in una terra neutrale che la teoria della relatività poté varcare il canale della Manica e arrivare in Inghilterra, dove trovò subito un sostenitore entusiasta: l’astrofisico Arthur Stanley Eddington, già titolare delle cattedre di astronomia teorica e sperimentale a Cambridge. È curioso pensare che Eddington iniziò ad apprezzare il lavoro di Einstein, ancora prima che per la rilevanza in fisica, per l’eleganza dell’elaborazione matematica. Fatto è che, grazie a questa sua immediata attenzione nei confronti della nuova teoria della gravità, quest’ultima trovò modo di diffondersi anche nei paesi anglosassoni, in particolare proprio per un celebre articolo scritto da Eddington stesso, dal titolo Report on the Relativity Theory of Gravitation, pubblicato nel 1920 dalla Physical Society of London.

Sir Arthur Stanley Eddington (1882-1944)

Eddington, a quel punto, non era più solo affascinato dalla “bellezza matematica” della teoria di Einstein, ma aveva potuto saggiarla sul campo, mettendola direttamente alla prova dei fatti. L’anno prima, quindi nel 1919, era riuscito a farsi finanziare dalla Royal Society e dalla Royal Astronomical Society una costosa missione scientifica volta proprio a dimostrare per la prima volta sperimentalmente la validità della teoria di Einstein. A convincere le due prestigiose istituzioni britanniche fu ancora uno scritto di Eddington, che nel 1918 – a guerra ancora in corso, quindi in condizioni di grande difficoltà anche economica del paese, impegnato nello sforzo bellico – arrivò a tessere le lodi di una teoria formulata da un tedesco (quindi tecnicamente un nemico) scrivendo una relazione per diffonderla fra i suoi colleghi britannici ed esaltando proprio la bellezza della “potenza insita nel ragionamento matematico”, come scrisse nella prefazione.

E siamo quindi al 1919, il 29 maggio, per la precisione. Un secolo fa esatto. La missione scientifica richiesta da Eddington riguardava l’osservazione dell’eclissi totale di Sole che si verificò proprio in quella data. Lo scopo dichiarato era effettuare misurazioni che avrebbero permesso di valutare le previsioni della teoria di Einstein relativamente alla deflessione dei raggi di luce a opera del campo gravitazionale. L’idea era misurare le posizioni apparenti di alcune stelle di sfondo in prossimità del disco solare occultato dalla Luna e di confrontarle con le rispettive posizioni assunte a distanza di alcuni mesi, quando quelle stesse stelle si trovano angolarmente più distanti dal Sole e possono pertanto essere osservate di notte. Quell’eclissi si verificava in condizioni particolarmente favorevoli da questo punto di vista: il campo stellare da osservare era quello dell’ammasso delle Iadi, nella costellazione del Toro, composto da stelle piuttosto luminose e facilmente riconoscibili.

Per inciso, la deflessione della luce è anche all’origine del fenomeno delle lenti gravitazionali: quando lungo la linea di vista fra noi e una sorgente lontana si trova una galassia o anche un ammasso di galassie, la luce della sorgente lontana viene deflessa più o meno intensamente proprio a causa della presenza di quella grande massa. Il risultato è che la sorgente lontana (un quasar, una galassia e così via) viene osservata deformata e talvolta addirittura moltiplicata. La lente gravitazionale – appunto la massa della galassia o dell’ammasso di galassie lungo la linea di vista – può deflettere in maniera diversa la luce a seconda della distribuzione della sua massa, potendo produrre anche immagini multiple della stessa sorgente lontana.

Ma torniamo a Eddington e alla “sua” eclissi. Per tutelarsi da eventuali problemi logistici, meteorologici e altro, furono organizzate due spedizioni scientifiche, naturalmente in due località toccate dalla fascia di totalità dell’eclissi, che avrebbe attraversato l’Oceano Atlantico, dal Brasile all’Africa occidentale. Sotto il coordinamento complessivo di Eddington, la prima spedizione, guidata dall’astronomo Andrew Crommelin, dell’Osservatorio di Greenwich, ebbe come destinazione Sobral, nel nord del Brasile, l’altra l’isola Príncipe, al largo delle coste africane della Guinea, guidata dallo stesso Eddington. E, a posteriori, bisogna dire che l’idea di organizzare due spedizioni fu vincente. Le osservazioni di Eddington furono di bassa qualità, prevalentemente per motivi meteo, mentre da Sobral il gruppo di Crommelin osservò l’eclissi in condizioni ottimali.

Le misurazioni sulle lastre raccolte da più strumenti, rese difficoltose non solo dalla qualità delle immagini, che mostravano poche stelle riconoscibili, ma anche dall’entità della deflessione (inferiore a 2 secondi d’arco), portarono a risultati incerti affetti da errori piuttosto rilevanti, ma comunque compatibili con le previsioni di Einstein. E in ogni caso Eddington non si fece frenare dall’incoerenza di alcuni numeri: la conclusione delle necessarie elaborazioni fu che la teoria generale della relatività era confermata (e, verrebbe da dire, non poteva essere altrimenti).

L’annuncio che la teoria di Einstein aveva ricevuto la prima conferma sperimentale, dato il 6 novembre dello stesso anno nel corso di una riunione congiunta dei due enti finanziatori, Royal Society e Royal Astronomical Society, ebbe immediata e ampia eco non solo nella comunità scientifica, ma anche su quotidiani e riviste sia britanniche sia statunitensi, consegnando definitivamente l’ex oscuro impiegato dell’Ufficio brevetti di Berna alla fama mondiale.

Fu così che, nonostante le ampie e giustificate critiche portate da molti fisici di rilievo alle misurazioni realizzate da Eddington e collaboratori, la relatività generale prese il volo. Un successo più che meritato, certo, anche perché quella nuova e rivoluzionaria teoria della gravità, dopo quella prima verifica, è stata sottoposta a numerose altre verifiche sperimentali che hanno – almeno fino a oggi – confermato la sua validità, ma che, almeno in quel momento, fece affidamento più sul grande entusiasmo di Eddington nei confronti della teoria che sulla reale affidabilità dei dati raccolti durante quell’eclissi di un secolo fa.

Un buco nero supermassiccio rinnegato | Reccom Magazine

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Gli astronomi hanno scoperto un buco nero supermassiccio che è stato spinto fuori dal centro di una galassia distante da quella che potrebbe essere l’incredibile potenza delle onde gravitazionali.

Origen: Un buco nero supermassiccio rinnegato | Reccom Magazine

Due astrofisici in cima al podio di GiovedìScienza

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VA A UN TEAM INAF ANCHE IL PREMIO “FUTURO”

Sono Edwige Pezzulli e Andrea Longobardo – entrambi ricercatori all’Inaf di Roma – la prima e il secondo classificati nell’ottava edizione del concorso rivolto a scienziati under-35. Buchi neri primordiali e microbilance i loro temi di ricerca. La consegna del premio si è svolta ieri al Salone del Libro di Torino

di Marco Malaspina

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venerdì 10 Maggio 2019 @ 17:57

09.05.2019

Edwige Pezzulli, prima classificata, ricercatrice all’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Roma. Fonte: pagina Facebook di GiovedìScienza

Sei minuti e 40 secondi per presentare nel modo più efficace possibile la propria attività di ricerca. Venti slides da venti secondi ciascuna. E un’età inferiore ai 35 anni. Questi i rigidi vincoli imposti ai concorrenti del Premio GiovedìScienza, giunto quest’anno all’ottava edizione. Dieci i finalisti rimasti in gara, tre dei quali astrofisici dell’Inaf: Enrico Corsaro dell’Osservatorio di Catania, Andrea Longobardo dello Iaps di Roma ed Edwige Pezzulli, astrofisica in fase di transizione – fino all’estate scorsa all’Osservatorio di Roma e dai prossimi mesi negli Stati Uniti, all’università di Miami.

Ed è stata proprio quest’ultima, Edwige Pezzulli, con una presentazione sui primissimi buchi neri, a sbaragliare la concorrenza, conquistando i voti della giuria – uno per ciascuno dei cinque giurati e uno per ciascuna delle cinque scuole – e aggiudicandosi, insieme al primo posto, un bell’assegno da 5000 euro. «Non era semplice, avevo meno di sette minuti per spiegare un argomento molto complesso: come si sono formati i buchi neri primordiali. L’ho fatto ricorrendo a un parallelismo con i nostri alberi genealogici», dice Pezzulli a Media Inaf. E i soldi del premio, come se li spenderà? «Essendo in una fase lavorativa molto precaria, mi sa che per il momento me li metto sotto il cuscino…».

Andrea Longobardo (con l’assegno in mano), secondo classificato nonché vincitore ex aequo del premio “Futuro”, ricercatore all’Inaf Iaps di Roma. Fonte: pagina Facebook di GiovedìScienza

La premiazione si è svolta ieri, giovedì 9 maggio, al Salone del Libro di Torino, e sul podio insieme a Pezzulli c’era anche un altro astrofisico, Andrea Longobardo. Secondo classificato per GiovedìScienza, Longobardo ha poi vinto – a pari merito con Emilia Petronijevic del Dipartimento di scienze di base e applicate per l’ingegneria della Sapienza – il “Premio Futuro” per il miglior studio di fattibilità. Il suo argomento erano le microbilance, ed è all’intero teamdella pluripremiata microbilancia Cam – del quale fanno parte, oltre a Longobardo, anche Ernesto Palomba e Fabrizio Dirri, tutti dell’Inaf Iaps di Roma – che è andato l’assegno da 1500 euro.

«Il premio “Futuro” proprio a me, che ero il più “anziano” fra i dieci partecipanti…», scherza Longobardo, che con i suoi 35 anni di prospettive per il futuro ne ha ovviamente in abbondanza. E ha già ben chiaro anche di cosa si occuperà nei prossimi mesi. «Continuerò a dedicarmi alla missione Rosetta, che sebbene sia terminata sta ancora fornendo molti dati. E al progetto delle microbilance, sia per impieghi spaziali sia qui, sulla Terra, per il monitoraggio delle polveri sottili».

Per saperne di più:

Una nuova fisica alle porte?

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GruppoLocale.it

“Solo lo stupore conosce” (Gregorio di Nissa)

E’ una immagine molto suggestiva, e questo è innegabile. Ma potrebbe essere anche decisamente di più. Nessuna sorpresa, in questo. Spesso la bellezza e l’importanza scientifica si fanno compagnia, del resto. Una frase attribuita a Platone recita che la bellezza è lo splendore del vero.

Sia di chi sia, ci piace farla nostra, almeno in questo caso.

Ma vediamo un po’. Si tratta della regione di formazione stellare chiamata N11 ed è senza dubbio la parte più “viva” ed esuberante della Grande Nube di Magellano, uno delle galassie vicine alla nostra più importanti ed ingombranti, con riguardo alla massa totale.

Crediti: NASAESARiconoscimenti: Josh Lake

Questa immagine poi è stata acquisita con il Telescopio Spaziale Hubble, e dietro alla sua bellezza – possiamo dirlo – c’è anche un buon lavoro artistico, una sorta di paziente cesellamento digitale che è valso all’utore un premio, chiamato significativamente Hubble’s Hidden Treasures (appunto, i tesori nascosti di Hubble).

Adesso, messa l’arte un attimo da parte, uno studio nuovo nuovo sulle stelle variabili della Grande Nube, sta creando un po’ di subbuglio su alcune nozioni (ritenute quasi acquisite) che abbiamo spesso riportato anche qui, e precisamente sulla scala delle distanza dell’universo osservabile.

Detto molto di passaggio, le stelle variabili sono fondamentali, perché da come si illuminano (la teoria che abbiamo a disposizione è davvero precisa) possiamo capire quanta luce fanno in assoluto, e dunque quanto sono lontane.

Il problema, in soldoni, sarebbe questo. La scala di distanze che abbiamo ottenuto appare un po’ diversa da quella che abbiamo costruito usando la radiazione cosmica di fondo. Per essere precisi, è il valore della costante di Hubble (chiamata Ho) – che regola il tasso di allontanamento dei corpi celesti – che risulta differente. Questa divergenza tra il valore della “costante” ottenuto usando due metodi diversi, è una cosa davvero importante che va compresa, perché potrebbe aprire le porte al nuovo.

Del resto, le cose sono semplici. O uno dei due sistemi per calibrare Ho è sbagliato – ed allora dobbiamo capire quale e in che modo – oppure l’universo ci “segnala”, con questo scarto, che stiamo scivolando su qualcosa che invece attende di essere capito. Che è pronto per essere capito (ovvero, siamo noi ad essere pronti). Potrebbe essere necessario, ad esempio (e qui si fa interessante) rivedere in qualche modo i modelli cosmologici, così intimamente legati al moto di espansione stesso.

Davvero, come si diceva in altra sedeil cosmo è un laboratorio molto particolare, perché riflette e ci invia di ritorno, con matematica esattezza, il medesimo schema di pensiero con il quale lo interroghiamo.

Così gli scarti sulle misure, le tensioni tra misure e modello, nella storia della scienza, sono state sovente il segnale della necessità – maturata nel tempo – di trascendere il modello, di sostituirlo con uno “all’altezza della nostra nuova domanda”. O comunque di modificarlo, nello stesso senso.

E’ presto per dire che una nuova fisica è alla porte, certamente. E’ presto anche se tanti segnali, sembra, ci portano in quella direzione.

Comunque, c’è da speculare poco, e stare aderenti al dato, al dato empirico: vedremo in questo caso, anche in questo caso, a che cosa siamo chiamati.

A quale nuova comprensione del cosmo possiamo finalmente aprirci.

Radiotelescopio FAST – Five hundred meter Aperture Spherical Telescope

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FastTelescope*8sep2015.jpg
Mappa di localizzazione: Cina
Radiotelescopio FAST
Stato Cina
LocalitàContea di Pingtang
Coordinate25°39′10.5″N106°51′23.7″ECoordinate25°39′10.5″N 106°51′23.7″E (Mappa)
Sitofast.bao.ac.cn/
Telescopi
FASTRadiotelescopio 500 m

Il FAST, acronimo di Five hundred meter Aperture Spherical Telescope (“Telescopio sferico con apertura di cinquecento metri”; in cinese: 五百米口径球面射电望远镜), è un radiotelescopio collocato nel sudovest della Cina, posizionato nella concavità di un bacino naturale (cinese: 大窝凼洼地; letteralmente: “depressione Da Wo Dang”) nella contea di Pingtang, nella provincia del Guizhou.

Il progetto per la costruzione del FAST ha avuto inizio nel 2011 ed è stato completato a settembre 2016. Attualmente è il radiotelescopio più grande e più sensibile al mondo, tre volte più sensibile del radiotelescopio dell’Osservatorio di Arecibo.[1][2] Il suo costo previsto di 700 milioni di yuan[3] (circa 110 milioni di dollari statunitensi o 100 milioni di euro) è lievitato fino a raggiungere il valore finale di 1,2 miliardi di yuan (circa 160 milioni di euro)[4].

Indice

Storia

La prima proposta del radiotelescopio fu fatta nel 1994. Il progetto fu approvato dalla Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma della Repubblica popolare cinese a giugno 2007.[5] Il 26 dicembre 2008 si è tenuta la cerimonia di posa della prima pietra nel sito di costruzione.[6] La costruzione vera e propria, iniziata a marzo 2011,[3][7] si è conclusa nel 2016.[7][8] Il radiotelescopio è stato poi attivato a settembre 2016.

Descrizione

FAST è composto da 4600 pannelli triangolari ed ha un design simile a quello del Radiotelescopio di Arecibo. Utilizza una depressione carsica naturale come supporto per la parabola del telescopio. Come suggerito dal nome, ha un diametro di 500 metri (1600 ft). A differenza dalla parabola dello strumento di Arecibo, che ha una curvatura sferica fissa (e quindi un complesso sistema per contrastare l’aberrazione sferica), FAST usa una superficie ottica attiva che modifica di continuo per creare una parabola allineata il meglio possibile con la porzione desiderata di cielo. FAST ha una dimensione effettiva utilizzabile della parabola di 300 m (paragonata al diametro effettivo di Arecibo, pari a 200 m). È capace di coprire il cielo all’interno di un angolo di 40° dallo zenith (comparato ai 20° gradi di Arecibo). Lo spettro di frequenza di funzionamento si estende da 70 MHz a 3.0 GHz,[2][9] con una precisione di puntamento di 4 secondi d’arco.[5]

Lo sfruttamento di una depressione carsica, larga a sufficienza per consentire di ospitare i 500 metri della parabola del telescopio e abbastanza profonda da consentire uno zenith di 40°, ha facilitato la costruzione della parabola, riducendo i tempi per i lavori di sbancamento. La cabina di ricezione del segnale — sospesa a 140 m sopra il riflettore — è sostenuta e guidata da cavi e da servomeccanismi con l’aggiunta di un robot secondario che serve da sistema di regolazione fine per gli spostamenti di precisione.

Il responsabile scientifico del progetto è Nan Rendong (cinese: 南仁东),[8] ricercatore dell’Osservatorio astronomico nazionale della Cina , che fa parte della Accademia cinese delle scienze.

Collaborazioni

Ad ottobre 2016 il FAST ha annunciato una collaborazione[10] con il progetto SETI Breakthrough Listen al fine di rilevare segnali artificiali provenienti dalla stella KIC 8462852 (stella di Tabby), progetto avviato in seguito a differenze anomale di luminosità rilevate dal telescopio Kepler.

Note

  1. ^ “China starts building world’s biggest radio telescope”.
  2. ^ Salta a:a b Nan, Rendong.
  3. ^ Salta a:a b Darren Quick (2011-06-16).
  4. ^ (EN) Agence France-Presse, China starts up world’s largest single-dish radio telescope, in The Guardian, 25 settembre 2016. URL consultato il 31 ottobre 2016.
  5. ^ Salta a:a b Jin, C. J.; Nan, R. D.; Gan, H. Q. (2007).
  6. ^ “中国科学院·贵州省共建国家重大科技基础设施500米口径球面射电望远镜(FAST)项目奠基” Archiviato il 12 gennaio 2009 in Internet Archive..
  7. ^ Salta a:a b Rendong Nan, Di Li, Chengjin Jin, Qiming Wang, Lichun Zhu, Wenbai Zhu, Haiyan Zhang, Youling Yue, Lei Qian (2011-05-20).
  8. ^ Salta a:a b McKirdy, Euan (12 October 2015).
  9. ^ “Receiver Systems”.
  10. ^ Monster Chinese Telescope to Join Tabby’s Star Alien Hunt, in Space.com. URL consultato il 1º novembre 2016.

Voci correlate

Altri progetti

 Portale Astronomia Portale Cina Portale Elettromagnetismo

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FAST – Il super radiotelescopio

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