L’Unione Sovietica e la Luna

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L’Unione Sovietica sembrava destinata a portare un essere umano sulla Luna prima degli Stati Uniti. Perché non ci è riuscita?

Simone Petralia 01 Luglio 2019 alle 16:00

Nei primi anni Sessanta del secolo scorso la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica si gioca anche, forse soprattutto, nello spazio. All’inizio sembra non esserci partita, la supremazia sovietica è schiacciante. Tra il 1961 e il 1965 i russi inanellano un successo dietro l’altro: il primo uomo e la prima donna in orbita (Jurij Gagarin e Valentina Tereškova, rispettivamente nell’aprile del 1961 e nel giugno del 1963), il primo volo contemporaneo di due navicelle con equipaggio (Vostok 3 e Vostok 4, nell’agosto del 1962), la prima attività extraveicolare nello spazio, ben dodici minuti trascorsi dal cosmonauta Aleksej Leonov all’esterno della navicella Voschod 2, nel marzo del 1965.

Eppure, incredibilmente, l’Unione Sovietica non riuscirà a vincere la gara più importante: far sbarcare un essere umano sulla Luna prima degli Stati Uniti. Com’è possibile?

Nessun programma a lungo termine

Il 13 settembre 1959 la sonda Luna 2 precipita come stabilito sul suolo lunare. Si tratta del primo oggetto costruito da un essere umano a toccare un altro corpo celeste. Poche settimane dopo Luna 3 fotografa per la prima volta il lato oscuro del nostro satellite. Sono due grandi successi, ma a partire da quale momento la corsa sovietica alla Luna subisce un’importante battuta d’arresto. Nessuna delle sonde lanciate tra il 1961 e il 1965 riesce a raggiungere gli obiettivi prefissati. Nel 1964, quando gli USA ottengono il loro primo risultato importante sulla Luna con Ranger 7, i sovietici arrancano. La verità è che il programma lunare russo nasconde una fragilità di fondo, dovuta sia a mancanze strutturali che a errori strategici.

Gli Stati Uniti sanno sin dall’inizio che le missioni con equipaggio destinate a raggiungere la Luna saranno quelle del programma Apollo e investono le loro risorse in modo preciso e mirato sul razzo vettore Saturn V. Tutto è sotto il controllo della NASA, dal 1961 al 1968 sotto la guida di una sola persona: James E. Webb. I sovietici, al contrario, non possono contare su un programma a lungo termine, ma devono sottostare ai cosiddetti piani quinquennali stabiliti dal partito. Si decide di dar vita a gruppi di lavoro distinti, impegnati nella realizzazione di diversi tipi di razzi vettori.

Errori strategici e rivalità personali: i fallimenti di N1 e Proton

Il gruppo OKB-1, guidato da Sergej Korolëv – il carismatico progettista capo delle più importanti missioni spaziali sovietiche – è impegnato nella realizzazione del razzo vettore N1. Progettato inizialmente a scopi militari, dal 1960 sarà sviluppato con l’obiettivo specifico di lanciare una capsula con a bordo due o tre cosmonauti. A causa della mancanza di fondi, lo sviluppo vero e proprio inizierà solo nel 1965, quasi quattro anni dopo quello di Saturn V. Saranno effettuati quattro tentativi di lancio, tutti e quattro destinati al fallimento; durante il secondo tentativo, nel luglio del 1969, N1 precipiterà poco dopo il decollo dalla piattaforma di lancio di Bajkonur, nell’attuale Kazakistan, provocando una delle più grandi esplosioni non nucleari nella storia dell’umanità. Il programma N1 sarà cancellato definitivamente nel 1974.

Nel frattempo Valentin Gluško, alla guida del gruppo denominato OKB-456, che in un primo momento aveva collaborato con Korolëv, decide di unirsi al team OKB-52, capitanato da Vladimir Čelomej. Dietro questa scelta ci sono perlopiù rivalità personali e motivazioni politiche. Gluško considera da sempre Korolëv un suo rivale, tanto da averlo accusato, quando al potere c’era Stalin, di essere un nemico del popolo, facendolo condannare a dieci anni di prigionia. Sperando di poter ottenere un trattamento di favore, il gruppo di lavoro di Čelomej e Gluško assume il figlio di Chruščëv, ma i risultati non sono quelli sperati. La guerra tra i due gruppi rallenta notevolmente la corsa spaziale sovietica.

Čelomej e Gluško portano avanti un progetto particolarmente ambizioso, denominato Proton. Immaginato inizialmente come missile balistico intercontinentale per il trasporto di testate nucleari, viene ridisegnato come vettore spaziale per l’invio di una navicella attorno alla Luna con due uomini a bordo, rielaborando in parte quanto già sviluppato per N1. Dopo il collaudo, però, anche Proton si rivela inaffidabile e causa il fallimento di numerose missioni. Negli anni Settanta si rivede l’intero progetto e nel 1977 i problemi di Proton vengono definitivamente risolti. Il vettore, utilizzato ancora oggi per le missioni spaziali russe, è una delle opere umane più longeve della storia dell’astronautica.

Una nuova speranza

Quando Chruščëv è costretto a ritirarsi, nell’ottobre del 1964, il gruppo di Čelomej e Gluško viene sciolto e Korolëv, avendo di nuovo mano libera, decide di utilizzare Proton e una nuova generazione di navicelle – denominate Sojuz – per portare due cosmonauti sulla Luna. Pochi mesi dopo i sovietici ottengono i primi veri successi lunari grazie a due missioni prive di equipaggio. Nel luglio del 1965 la sonda Zond 3 raggiunge l’orbita del nostro satellite, mentre nel febbraio del 1966 Luna 9 realizza il primo allunaggio “morbido” della storia, precedendo di pochi mesi la sonda americana Surveyor 1. Tra il marzo e il dicembre del 1966 vengono lanciate anche altre quattro sonde del programma Luna; tre di queste portano a compimento la loro missione e trasmettono immagini e dati significativi.

Questi successi riaccendono le speranze: forse è ancora possibile condurre due cosmonauti sulla Luna prima dei concorrenti americani. La verità, però, è ben diversa. I programmi Gemini e Apollosono strutturati molto meglio rispetto a Sojuz e lo stesso allunaggio di Luna 9, pur essendo un successo, arriva dopo svariati fallimenti e un enorme spreco di risorse. A rendere ancora più problematica la situazione è la morte prematura di Korolëv, avvenuta il 14 gennaio del 1966, poche settimane prima dello sbarco di Luna 9. A sostituirlo è il suo braccio destro, Vasilij Mišin. Pur essendo esperto quasi quanto il suo predecessore, Mišin inanellerà una serie di errori – in parte dovuti alle pressioni dei vertici politici, ansiosi di battere sul tempo gli americani – a causa dei quali la possibilità di far giungere una missione con equipaggio sulla Luna naufragherà definitivamente.

La fine del sogno

Il punto di non ritorno viene raggiunto nel 1967, annus horribilis sia per gli Stati Uniti che per l’Unione Sovietica. Il 27 gennaio i tre membri dell’equipaggio dell’Apollo 1 muoiono in un terribile incidente. Tre mesi dopo, il 24 aprile 1967, il cosmonauta Vladimir Komarov perde la vita durante l’atterraggio di emergenza della navicella Sojuz 1. Le indagini compiute nei mesi successivi faranno emergere numerosi errori sia in fase di progettazione che di sviluppo della capsula. Il programma Apollo riparte nel novembre del 1967, mentre Sojuz 4 e Sojuz 5, le prime capsule sovietiche con equipaggio umano dopo Sojuz 1, saranno lanciate solo nel gennaio del 1969. Le due navicelle si agganciano in orbita e viene effettuato il trasbordo dell’equipaggio; è un successo, ma gli Stati Uniti sono già pronti a portare sulla Luna gli astronauti dell’Apollo 11È troppo tardi. I sovietici, dati per favoriti all’inizio della corsa, sono stati sconfitti. Dal 20 luglio 1969 sulla Luna campeggia la bandiera a stelle e strisce.

Fotografia: NASA


Simone Petralia

Simone Petralia

Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell’uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.

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Foto: lo sbarco sulla Luna, 50 anni fa

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FOTOGRAFIA MULTIMEDIA

Una galleria fotografica in occasione del cinquantesimo anniversario del primo allunaggio di un essere umano.

Lisa Zillio 19 Luglio 2019 alle 10:00

L’obiettivo principale della missione Apollo 11 era portare per la prima volta un essere umano sulla Luna. E così è stato. Il 20 luglio del 1969 gli astronauti Neil Armstrong ed Edwin “Buzz” Aldrin furono i protagonisti del primo allunaggio nella storia dell’umanità.

La navicella spaziale partì il 16 luglio dal Kennedy Space Center e dopo circa tre giorni entrò nell’orbita lunare. A questo punto Amstrong e Aldrin si spostarono nel Modulo Lunare Eagle, mentre il terzo membro della missione, Michael Collins, rimase nel Modulo di Comando Columbia, la parte della navicella destinata a riportare gli astronauti sulla Terra.

Queste sono le prime immagini di un essere umano sulla Luna, viste nel 1969 in diretta da almeno 600 milioni di persone in tutto il mondo, nella versione restaurata dalla NASA.

Di seguito, alcune delle immagini più celebri dell’iconica missione Apollo 11.

Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA

Fotografie: NASA

Lisa Zillio

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Media producer, lavora con immagini, parole e contenuti grafici. Dopo un percorso di formazione in ideazione e management di eventi culturali e ambientali, dal 2010 si occupa di comunicazione multimediale. Ha partecipato a due spedizioni scientifiche, una in Asia centrale e una in Argentina e le sue fotografie sono state pubblicate in due libri: Marco Polo. Geni e sapori lungo la Via della Seta e Mini Darwin in Argentina. I dinosauri raccontati dai ragazzi.

“L’Aquila è atterrata!” – 50 anni fa il primo sbarco sulla Luna

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Il racconto del primo emozionante allunaggio, di cui oggi ricorre il cinquantesimo anniversario.

Simone Petralia 20 Luglio 2019 alle 10:00

Un uomo scende da una scaletta. Indossa una tuta bianca, un grosso casco gli nasconde il volto. Si avvicina al terreno con lentezza, un piede dopo l’altro. I suoi passi sono goffi. Giù non c’è nessuno ad aspettarlo, solo un’enorme distesa di sabbia grigia; un deserto enorme, grande quanto l’Africa e l’Australia messe insieme, totalmente disabitato. Eppure quell’uomo non è solo. La sua discesa dalla scaletta è seguita con attenzione, a centinaia di migliaia di chilometri di distanza, da più di seicento milioni di persone. L’uomo arriva alla fine, dopo l’ultimo gradino fa un piccolo saltello e tocca il suolo col piede sinistro. “È un piccolo passo per un uomo…”, dice con voce emozionata.

allunaggio
L’astronata Buzz Aldrin cammina sulla superficie lunare. Fotografia NASA

È successo davvero. Cinquant’anni fa, nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1969, un essere umano ha messo piede per la prima volta in un luogo remoto, lontanissimo eppure conosciuto da sempre. Una grande sfera che la notte brilla nel cielo. La Luna.

L’attesa

Il 1969 è un anno che racchiude l’essenza dell’umanità, nel bene e nel male. Cinquecentomila ragazzi partecipano alla tre giorni di Woodstock, un inno alla pace e alla musica rock, mentre altri cinquecentomila sono impegnati a combattere in Vietnam; a Milano esplode una bomba che uccide 17 persone, a New York scoppia la rivolta di Stonewall, all’origine del movimento LGBT; viene realizzato il progetto Arpanet, precursore di Internet, mentre le truppe dell’esercito britannico occupano l’Irlanda del Nord. Nel frattempo, i primi esseri umani raggiungono la Luna.

Il decollo dell’Apollo 11 è previsto per il 16 luglio 1969. Dopo la tragedia dell’Apollo 1, il 27 gennaio 1967, la NASA non ha lasciato nulla al caso. Tutto è stato testato più volte, ogni singolo aspetto della missione destinata a toccare il suolo lunare è stato vagliato e analizzato nel dettaglio. Circa un milione di persone si recano nei pressi del Kennedy Space Center (KSC) per assistere al lancio. Le camere d’albergo sono esaurite da tempo, la gente porta con sé tende e sacchi a pelo e si piazza nei terreni che circondano la base. Tutti vogliono poter dire di essere stati presenti al grande evento.

Eppure non tutti sono lì per festeggiare. Circa cinquecento manifestanti, perlopiù afroamericani, appartenenti a varie associazioni per i diritti civili dei neri, raggiungono Cape Canaveral per protestare. Dopo l’assassinio di Martin Luther King, l’anno precedente, seguono il reverendo Ralph Abernathy. Sono delusi e arrabbiati, urlano slogan contro il governo, colpevole di aver stanziato miliardi per le missioni lunari e di aver ignorato le persone ai margini della società. Una dichiarazione di Hosea Williams, altro leader del movimento, riassume bene questo punto di vista: “Non ci opponiamo alla missione sulla Luna, il nostro scopo è protestare contro l’incapacità americana nel definire le priorità”.

Le famiglie degli astronauti, il presidente Nixon e l’ex presidente Johnson, duecento membri del Congresso, centinaia di uomini e donne provenienti da tutto il mondo, migliaia di rappresentanti delle piccole e grandi industrie coinvolte a più livelli in questa impresa potranno assistere al lancio dalle tribune riservate, di fronte alla rampa 39A dove il vettore Saturn V è pronto a decollare. In quei giorni i mass media non parlano d’altro, il mondo intero è col fiato in gola. La sala stampa del KSC è gremita. Giornalisti, reporter, cameramen e personaggi televisivi sono pronti a documentare ogni singolo istante dell’impresa. La CBS si è assicurata l’esclusiva della diretta, mentre per l’Italia Ruggero Orlando, in collegamento da Houston, e Tito Stagno, dagli studi di Roma, si alternano ai microfoni della RAI.

L’equipaggio dell’Apollo 11 è composto da Michael Collins, alla guida del modulo di comando, Edwin ‘Buzz’ Aldrin, pilota del modulo lunare e Neil Armstrong, comandante. Sullo stemma della missione, concepito da Collins, campeggia un’aquila dalla testa bianca, simbolo degli Stati Uniti, con un ramoscello di ulivo tra gli artigli; dietro al rapace pronto a conquistare la Luna c’è la Terra, disegnata in alto sull’orizzonte lunare, immersa in un cielo punteggiato di stelle. In cima, a caratteri cubitali, la scritta APOLLO 11. A differenza degli stemmi disegnati per le missioni precedenti, in questo non compaiono i nomi dei membri dell’equipaggio; scelta ponderata e fortemente voluta dai tre astronauti, pronti a vivere quest’esperienza al servizio dell’umanità e non come un momento di gloria personale. Il modulo di comando si chiama Columbia. È un omaggio alla Columbiad, un cannone gigante che nel romanzo di Jules Verne “Dalla Terra alla Luna” spara un proiettile enorme in grado di trasportare tre persone sulla Luna. Il modulo lunare è invece denominato Eagle, ovvero Aquila.

Il decollo e il viaggio verso la Luna

5, 4, 3, 2, 1, 0 … All engines running. Liftoff!”. “Tutti i motori funzionanti. Decollo!” Il lancio avviene alle 09:32 locali, le 13:32 UTC (Coordinated Universal Time, il fuso orario internazionale di riferimento, basato su quello di Greenwich). Dopo il lancio e le terribili sollecitazioni a cui sono sottoposti gli uomini nell’abitacolo, la capsula raggiunge l’orbita terrestre e i motori si spengono. La manovra più delicata, in questa fase, consiste nell’undocking, ovvero nel distacco del modulo di comando, che dopo aver ruotato di 180 gradi effettua l’avvicinamento e l’aggancio col modulo lunare, fissato all’interno del terzo stadio del Saturn V. A eseguire la manovra è Collins, pilota del Columbia. Tutto funziona alla perfezione.

La navicella si immette, a motori spenti, nella traiettoria che nell’arco di tre giorni la porterà a più di 380.000 chilometri di distanza, in prossimità del nostro satellite. Durante i tre giorni di viaggio non accade nulla di significativo. Le comunicazioni tra gli astronauti all’interno della capsula e gli uomini del centro di controllo missione sono brevi e riguardano prevalentemente aspetti di natura tecnica. Considerati gli spazi angusti, la natura eccezionale della situazione, le numerose incognite e la consapevolezza di avere gli occhi del mondo intero puntati addosso, la vita all’interno dell’abitacolo scorre relativamente tranquilla.

La discesa del modulo lunare

Il 19 luglio, alle 21:17 UTC, il Columbia raggiunge la sua meta. Il modulo di comando riaccende i motori e comincia la prima delle trenta orbite attorno alla Luna, in attesa di sganciare il modulo lunare ed effettuare lo sbarco. Il giorno dopo Neil Armstrong e Buzz Aldrin si trasferiscono all’interno dell’Eagle. Inizia la tanto attesa discesa verso il suolo. Dopo alcuni minuti, sui computer a bordo del modulo compare un messaggio d’errore; si pensa di interrompere tutto, ma dopo brevi attimi di panico l’ingegnere responsabile della manovra di allunaggio, Steve Bales, spiega che l’allarme è dovuto a un sovraccarico di dati che porta il sistema elettronico del lander a spegnersi e riavviarsi. Non c’è tempo per valutare possibilità alternative, bisogna decidere in fretta se andare avanti o interrompere la discesa. Alla fine si prosegue, per fortuna senza problemi.

A circa 900 metri dal suolo, Armstrong e Aldrin decidono di modificare la traiettoria; il terreno, nel punto designato per l’allunaggio, presenta delle asperità che potrebbero compromettere la stabilità del veicolo. Il cambio di rotta viene effettuato senza difficoltà, ma porta a utilizzare molto più carburante del previsto. Sono minuti concitati e carichi di tensione. Neil Armstrong e Charles Duke, l’astronauta responsabile delle comunicazioni fra il centro di controllo e l’Apollo, si scambiano informazioni a ritmo forsennato. Quando il lander tocca il suolo lunare, nei pressi del Mare della Tranquillità, l’autonomia residua è di appena venti secondi. Alle 20:17 UTC del 20 luglio, Armstrong pronuncia le parole tanto attese: “Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed”, “Houston, qui base Tranquillità. L’Aquila è atterrata”. Sulla Terra, la tensione accumulata nei minuti precedenti si scioglie in un applauso scrosciante, un vero e proprio boato di felicità.

Sulla Luna

Ci siamo quasi. Resta da compiere un ultimo passo, per il quale sono necessarie diverse ore di preparazione. I due astronauti devono uscire dal modulo ed effettuare la prima EVA (Extravehicular activity, attività extraveicolare). Dopo aver sceso i nove gradini della scaletta dell’Eagle, non senza qualche difficoltà – la tuta rallenta i movimenti e l’unità di controllo remoto posta sotto il casco gli impedisce di vedersi i piedi – alle 02:56 UTC del 21 luglio 1969 Neil Armstrong tocca il suolo lunare. Più di 600 milioni di persone sparse per il mondo assistono alla scena. Quel piccolo passo è, come dice Armstrong, “one giant leap for mankind”, “un grande balzo per l’umanità”.

Aldrin raggiunge il compagno 19 minuti dopo. Le prime parole che pronuncia quando tocca il suolo lunare sono meno poetiche ed evocative di quelle di Armstrong, ma di certo più spontanee: “Beautiful view, magnificent desolation”, “bella vista, magnifica desolazione”. A poco meno di dieci metri dal modulo viene posizionata una telecamera fissa che riprende tutte le operazioni.

Durante l’esplorazione della superficie lunare, che dura poco più di due ore e mezza, i due astronauti si spingono a grandi salti – la gravità lunare è un sesto di quella terrestre – fino a circa cento metri di distanza dall’Eagle. Armstrong e Aldrin scattano centinaia di foto e raccolgono oltre venti chili di campioni di rocce da portare sulla Terra. Sul terreno viene piantata la bandiera degli Stati Uniti e collocate varie apparecchiature, tra cui un sismografo e un retroriflettore, ovvero una sorta di specchio da utilizzare come puntatore laser per eseguire misurazioni dalla Terra. Dopo circa mezz’ora di attività extraveicolare, dalla Terra giunge una comunicazione diversa dal solito: “Ciao, Neil e Buzz. Vi parlo dallo Studio Ovale della Casa Bianca. Questa è la telefonata più importante che abbia mai fatto…”. È il presidente Nixon che li ringrazia per l’impresa compiuta.

Il rientro e il trionfo

Dopo aver riposato per circa sette ore all’interno dell’Eagle, Armstrong e Aldrin sono pronti a ripartire. L’ascesa del modulo lunare non è mai stata provata nelle condizioni di gravità lunare e presenta alcune incognite. La tensione è palpabile, ma la procedura non presenta intoppi. Dopo oltre ventiquattr’ore trascorse da solo all’interno del modulo di comando in orbita attorno alla Luna, alle 21:35 UTC del 21 luglio Michael Collins può finalmente ricongiungersi con i due compagni. L’aggancio tra Eagle e Columbia è avvenuto correttamente.

Il 24 luglio 1969, trascorsi tre giorni di volo effettuati in un clima di irreale serenità, l’Apollo 11ammara nell’Oceano Pacifico, a circa 800 miglia nautiche dalle isole Hawaii. Superati i ventuno giorni di quarantena, il mondo è pronto ad accogliere trionfalmente i tre astronauti. Il 13 agosto Armstrong, Aldrin e Collins vengono celebrati come eroi in due parate oceaniche, a New York e Chicago. Iniziano quindi un tour mondiale che in poco più di un mese li porta a incontrare i leader di ventidue Paesi, dal papa alla regina Elisabetta, dall’imperatore del Giappone allo Scià di Persia.

Il sogno di Kennedy – far arrivare un essere umano sul nostro satellite entro la fine del decennio e riportarlo sano e salvo sulla Terra – è stato realizzato. Ciò che sembrava fantascienza è divenuto realtà. Negli anni successivi non tutto andrà come previsto e i tagli ai fondi NASA voluti da Nixon segneranno una pesante battuta d’arresto per il programma spaziale, ma in quel momento la corsa verso il cielo appare inarrestabile. La Luna, lassù, sembra un po’ più vicina.


Simone Petralia

Simone Petralia

Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell’uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.

Dopo l’Apollo 11: l’inizio di una nuova fase

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Le prime due missioni dopo la grande impresa del luglio 1969: il viaggio di successo dell’Apollo 12 e la terribile disavventura dell’Apollo 13.

Simone Petralia 23 Luglio 2019 alle 16:00

Arrivare secondi può non essere piacevole, ma presenta numerosi vantaggi. Dopo la sbornia collettiva dell’Apollo 11, i preparativi per il lancio della missione successiva avvengono in un clima completamente diverso. Il tanto sospirato traguardo è stato raggiunto pochi mesi prima e il ricordo della grande impresa è ancora vivido nelle menti di tutti. Qualcosa è cambiato, la tensione che aveva caratterizzato la missione precedente sembra scomparsa.

apollo 12
L’astronauta Alan Bean cammina sulla superficie lunare durante la missione Apollo 12. Fotografia NASA

Apollo 12 – partenza e allunaggio

I membri dell’equipaggio dell’Apollo 12 sono Charles ‘Pete’ Conrad, comandante, Alan Bean, pilota del modulo lunare e Richard Gordon, alla guida del modulo di comando. Il decollo avviene il 14 novembre 1969. Non tutto va per il verso giusto, tanto che per alcuni minuti si pensa di interrompere la missione. A meno di 60 secondi dal lancio due fulmini colpiscono il vettore Saturn V; i sistemi di telemetria vanno in tilt, ma grazie alle conoscenze di John Aaron, uno degli ingegneri responsabili delle operazioni di volo, e alla memoria di Alan Bean, che ricorda di aver affrontato un problema simile durante le simulazioni e preme con prontezza un interruttore che si trova alle sue spalle, il problema viene risolto dopo pochi minuti. La navicella non riporta grossi danni e il viaggio può procedere regolarmente.

Dopo essere stato sganciato dal modulo di comando, chiamato Yankee Clipper, il 19 novembre 1969 il modulo lunare Intrepid tocca la superficie nell’Oceanus Procellarum, a 1500 chilometri di distanza dalla zona in cui era sbarcato l’Eagle quattro mesi prima. A bordo ci sono Conrad e Bean, il terzo e il quarto uomo a mettere piede sulla Luna. “Man, that may have been a small one for Neil, but that’s a long one for me!”, “questo sarà stato un piccolo passo per Neil, ma per me è un gran bel balzo!” Le prime parole pronunciate da Conrad sono al tempo stesso una bonaria presa in giro nei confronti di Neil Armstrong, un chiaro riferimento alla gravità lunare – a causa della quale è quasi impossibile compiere passi davvero “piccoli” – e un’espressione di notevole autoironia, data la bassa statura del comandante dell’Apollo 12. La frase è il risultato di una scommessa tra Conrad e la giornalista Oriana Fallaci, che all’epoca si occupava di seguire le missioni Apollo per il Corriere della Sera. Convinta che le frasi pronunciate dagli astronauti durante l’allunaggio fossero preparate a tavolino dalla NASA, la donna aveva concordato con Conrad le parole da dire una volta giunto sulla Luna e scommesso 500 dollari che avrebbe detto qualcos’altro. Scommessa vinta da Conrad.

Sulla Luna tra conigliette e vecchie sonde

L’attività extraveicolare dei due uomini dell’Apollo 12 dura molto di più rispetto a quella compiuta da Armstrong e Aldrin: quasi otto ore complessive anziché due ore e mezza. Bean e Conrad raccolgono 35 chili di campioni lunari ed eseguono vari esperimenti scientifici sul flusso del vento solare, sul campo magnetico e sulla sismicità della Luna. Durante una di queste passeggiate lunari, dal centro controllo missione di Houston si sentono chiaramente i due astronauti ridere fragorosamente. Il motivo delle risate resterà un mistero fino al 1994, quando Conrad racconterà che Irwin e Scott, gli uomini dell’equipaggio di riserva, avevano inserito di nascosto le foto di alcune conigliette di Playboy all’interno della Cuff Checklist, un libretto con l’elenco delle attività che gli astronauti indossavano attorno al polso, sopra la tuta per le attività extraveicolari.

Il luogo dell’allunaggio viene scelto per un motivo ben preciso: individuare la sonda Surveyor 3giunta sul nostro satellite nell’aprile del 1967, e riportare sulla Terra alcuni strumenti presenti all’interno del relitto. Trovare il punto esatto in cui giacciono i resti del veicolo non è affatto semplice, ma durante la discesa a bordo dell’Intrepid i due astronauti riescono a scorgere la sonda, situata all’interno di un cratere. Il modulo lunare sbarca a meno di duecento metri dal Surveyor. Gli uomini recuperano la videocamera e altri elementi presenti sul relitto. Dopo il rientro sulla Terra, avvenuto il 20 novembre 1969, all’interno di una guarnizione della videocamera sarà rinvenuto uno Streptococcus mitiscomune batterio terrestre. Inizialmente la NASA attribuirà la presenza del microrganismo alla mancata sterilizzazione della camera al momento del lancio della sonda, due anni prima; il batterio sarebbe quindi sopravvissuto per oltre due anni alle proibitive condizioni dell’ambiente lunare. A distanza di anni sarà valutata anche la possibilità di contaminazioni successive, ma non sarà possibile provare nessuna delle due teorie.

Apollo 13 – la prima missione del nuovo decennio

Sono trascorsi quasi dieci anni dal discorso di Kennedy di fronte al Congresso, il 25 maggio 1961. Per la NASA gli anni Sessanta sono finiti in modo trionfale, ma il nuovo decennio si preannuncia da subito molto diverso. Nel marzo del 1970, Richard Nixon rilascia una dichiarazione che lascia trasparire un imminente cambio di rotta. “Le spese spaziali”, sostiene Nixon, “devono prendere il loro posto in un rigoroso sistema di priorità nazionali. Quello che faremo nello spazio d’ora in poi […] dovrà essere pianificato insieme a tutte le altre imprese che riteniamo importanti per la nostra collettività”. In altri termini, dopo aver sconfitto i sovietici nella corsa allo spazio l’obiettivo è stato raggiunto e non c’è più alcun motivo per investire tante risorse in un programma come Apollo.

Nel frattempo, la terza missione umana sulla Luna è pronta a partire. Il decollo dell’Apollo 13 è previsto per l’11 aprile 1970. L’entusiasmo collettivo per le prime due missioni è ormai un lontano ricordo e l’interesse suscitato da questo lancio è ben poca cosa rispetto al passato. A bordo della navicella ci sono Jim Lovell, già membro dell’equipaggio dell’Apollo 8, Fred Haise, pilota del modulo lunare Aquarius e Jack Swigert, alla guida del modulo di comando Odyssey. Pochi giorni prima del lancio, il figlio di Charles Duke – pilota di riserva del modulo lunare – contrae la rosolia; fra tutti gli astronauti, Ken Mattingly, che dovrebbe pilotare il modulo di comando, è l’unico a non essere immune alla malattia. Si decide quindi di sostituirlo con il pilota di riserva del modulo di comando, Jack Swigert. Mattingly non si ammalerà e da terra darà un contributo fondamentale alla missione, aiutando i suoi compagni nello spazio a rientrare a casa sani e salvi.

L’incidente e le strategie di sopravvivenza

Okay, Houston, I believe we’ve had a problem here”. “Okay, Houston, credo che qui abbiamo avuto un problema”. Sono parole di Jack Swigert. Circa 55 ore dopo il lancio, quando la navicella si trova ormai a oltre 320.000 chilometri dalla Terra, uno dei serbatoi di ossigeno del modulo di servizio esplode improvvisamente. La causa dell’incidente non è chiara; qualcuno ipotizza si tratti di un guasto interno, qualcun altro pensa possa essere stato l’impatto con un piccolo meteorite. Tempo dopo si scoprirà che l’esplosione è stata provocata da un corto circuito avvenuto in uno dei cavi che collegano il propulsore al miscelatore dell’ossigeno. L’unica cosa certa in quel momento è che due serbatoi sono ormai inutilizzabili e il funzionamento del modulo di servizio è definitivamente compromesso. La Luna non è più raggiungibile, ma anche tornare indietro non è affatto semplice.

Dopo numerosi confronti, i responsabili della missione decidono che la cosa migliore da fare è far mantenere alla navicella la rotta verso la Luna in modo che, una volta giunta in orbita, sfrutti la cosiddetta traiettoria di rientro libero: il veicolo, giunto in prossimità del lato nascosto del nostro satellite, dovrebbe poter ripartire verso la Terra con il solo ausilio della gravità, senza dover utilizzare il propulsore del modulo di servizio, probabilmente danneggiato. Mentre sorvola la faccia nascosta della Luna, l’Apollo 13 raggiunge un’altitudine di 254 chilometri sulla superficie, arrivando a una distanza complessiva dalla terra di oltre 400.000 chilometri. Nessun essere umano, ancora oggi, si è mai spinto così lontano dal nostro pianeta.

Dopo estenuanti discussioni e non senza polemiche, per acquisire velocità e correggere parzialmente la rotta dopo l’attraversamento della Luna, gli ingegneri della NASA chiedono agli astronauti di accendere due volte i motori dell’Aquarius. Le incognite sono molte, soprattutto perché il sistema di propulsione del modulo lunare è progettato per funzionare una volta sola, durante la discesa verso la superficie della Luna. Per fortuna tutto funziona correttamente.

L’Aquarius si trasforma in una vera e propria scialuppa di salvataggio. Il sistema di alimentazione del modulo di comando ha subito gravi danni, la cabina non è più abitabile. Gli astronauti si trasferiscono quindi all’interno del modulo lunare, perfettamente integro, dove resteranno fino al raggiungimento dell’atmosfera terrestre, previsto dopo quattro giorni; a quel punto sarà necessario tornare nel modulo di comando, l’unico dotato di scudo termico, attivando le batterie di emergenza, destinate a restare in funzione per un massimo di dieci ore. I problemi, però, non sono finiti. L’Aquarius, progettato per ospitare due sole persone nell’arco di due giorni, non è adatto alla permanenza di tre astronauti per il doppio del tempo. I filtri per la depurazione dell’anidride carbonica presenti all’interno non riescono a smaltire la COin eccesso e Lovell, Haise e Swigert rischiano di morire per la carenza di ossigeno. Si salvano grazie all’ingegno di Robert ‘Ed’ Smylie, responsabile degli apparati di supporto vitale, e dei tecnici del suo team, che spiegano loro come costruire un filtro artigianale con cartone, nastro adesivo e altri materiali presenti sulla navicella.

Il rientro

La terribile disavventura che stanno vivendo i tre uomini dell’Apollo 13 ha ridestato l’interesse della gente e dei media. Una diretta televisiva segue minuto per minuto quel che avviene all’interno della navicella. Arrivati in prossimità dell’atmosfera terrestre, gli astronauti devono abbandonare l’Aquarius e tornare all’interno del modulo di comando. La strumentazione è rimasta spenta per giorni e la temperatura all’interno dell’abitacolo è bassissima, intorno ai 4° C. La paura è che il sistema di alimentazione di emergenza non si riavvii, ma per fortuna è ancora funzionante.

Il 17 aprile, dopo aver effettuato il distacco dal modulo lunare, Odyssey attraversa l’atmosfera. In questa fase è normale che ci sia un’interruzione delle comunicazioni, che di solito non dura più di quattro minuti. Nel caso dell’Apollo 13, però, il blackout sembra non terminare mai. In tanti temono il peggio: il modulo di comando è in condizioni pessime e anche lo scudo termico potrebbe aver subito danni. Invece, dopo quasi sei minuti di silenzio, il collegamento radio viene ristabilito. Poco dopo, la navicella ammara nelle acque del Pacifico meridionale. Lovell, Haise e Swigert sono duramente provati, ma vivi.

Failure is not an option”, “il fallimento non è un’opzione”, aveva detto Eugene Kranz, direttore delle operazioni di volo, poco dopo aver saputo dell’incidente. Aveva ragione, per fortuna. La NASA ha dimostrato di essere una macchina efficiente, in grado di gestire le emergenze nel migliore dei modi. La tragedia è evitata, il mondo intero tira un sospiro di sollievo e accoglie i tre astronauti come degli eroi. Quel che è certo, però, è che il nuovo decennio non è iniziato sotto i migliori auspici.

Fotografia NASA


Simone Petralia

Simone Petralia

Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell’uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.

C’è una “nuova Terra”, ci sarà anche la vita?

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 NEWS

© NASA

Lucandrea Massaro/Aleteia | Lug 24, 2015

La scoperta di Kepler 452b, di dimensioni e condizioni simili alla Terra rilancia l’interrogativo: siamo soli?

E’ forse la notizia dell’estate, di certo è – per gli scienziati – una notizia epocale: un pianeta simile alla Terra finalmente è stato trovato. Grande giubilo per gli scienziati della Nasa alla continua ricerca di risultati da esibire con molteplici fronti aperti (non dimentichiamo le recenti immagini di Plutone finalmente raggiunto da una sonda). Il nome del pianeta è “Kepler 452b” osservato proprio grazie al telescopio spaziale Keplero. Kepler 452b è più grande e più anziano della Terra e orbita attorno ad un sole il 10% più grande del nostro, la particolarità è che la sua orbita è alla distanza “giusta” per ospitare acqua allo stato liquido, indispensabile per i processi vitali, dunque è ipotizzabile che ci sia (o ci sia stata) la vita, anche se la distanza (1400 anni luce) non ci permetterà forse mai di scoprirlo davvero.

Cosa dice la Nasa
Come spiega John Grunsfeld della Nasa, in un briefing in corso con altri esperti: “Gli anni su Kepler 452B sono della stessa lunghezza che qui sulla Terra ed ha trascorso miliardi di anni intorno la zona ‘abitabile’ della sua stella. Il che significa che potrebbe aver ospitato vita sulla sua superficie ad un certo punto, o potrebbe ospitarla ora” “Kepler 452B – hanno spiegato ancora gli esperti – ha un’eta’ di 6 miliardi di anni e riceve il 10% in piu’ di energia dalla sua stella rispetto alla Terra”. La sua dimensione e’ compatibile con quella della Terra – ossia una volta e mezza il nostro globo – ed il suo sistema solare anche (Ansa, 23 luglio).

Ma gli alieni credono in Dio?
Una domanda che – specialemente per i credenti – nasce spontanea è se i “marziani” credono in Dio, o se Gesù ha fatto loro visita in qualche modo. Non è fantascienza, ma una domanda che sacerdoti e teologi si sono posti.
 

“La fede cristiana non pare avere argomenti pregiudiziali contro la presenza di vita e di vita intelligente nel cosmo (come potrebbe trattandosi di eventi che apparterrebbero all’ordine fattuale?), ma neanche si può qualificare come antiscientifico il ritenere ragionevole, in mancanza di dati cogenti, la “soluzione classica” che prevede l’unicità dell’essere umano.

L’immagine di Dio uno e trino consegnata dalla Rivelazione ebraico-cristiana non è geocentrica, né antropocentrica, bensì universale e trascendente, soggetto di una onnipotenza creatrice la cui portata è di ordine cosmico generale e certamente non locale. Sono infatti concetti universali l’esistenza di una paternità e di una filiazione, la cui intelligibilità è legata ad un processo generativo comune ad ogni vivente, ed è universale il concetto di un Amore-Dono, lo Spirito Santo, la cui comprensione rimanda all’idea di comunione, di altruismo e di donazione, comune ad ogni intelligenza cosciente. Anche l’Incarnazione del Verbo possiede un valore rivelativo di ambito universale, non solo locale.” (Avvenire, 22 novembre 2012)

E riferendosi al libro del teologo tedesco Armin Kreiner “Gesù, gli UFO e gli alieni. L’intelligenza extraterrestre come sfida alla teologia cristiana”(Queriniana, 2012, a cura di A. Aguti) troviamo questa riflessione:
 

“Qui abbiamo un teologo che si confronta con le implicazioni della presenza extraterrestre dal punto di vista dell’universalità della salvezza cristiana. L’autore insegna nella Facoltà di teologia cattolica di Monaco di Baviera ed affronta con chiarezza e rigore il problema della compatibilità o meno della teologia cristiana con l’esistenza di esseri intelligenti non umani e probabilmente dotati di una loro religiosità.

Nella prima parte del libro, effettuando una ricognizione di ipotesi e teorie oggi esistenti, l’Autore ritiene alta la probabilità che esistano intelligenze extraterrestri. Sembra così legittimo chiedersi quali siano le conseguenze per la teologia cattolica. La risposta implica un ripensamento del tema dell’«incarnazione», partendo dalla pista tracciata da teologi medioevali come san Bonaventura e Duns Scoto.

Per costoro l’incarnazione è un evento collegato al disegno complessivo di Dio rispetto al mondo. Non abbiamo dunque l’incarnazione come risposta al peccato originale, bensì ci poniamo all’interno di una visione più allargata. Ed anche problematica perché nella teologia medioevale convivono aspetti diversi. Ad esempio Anselmo d’Aosta riteneva l’incarnazione necessaria a motivo del peccato umano.

Kreiner è fautore di una teologia che ritiene possibile un’incarnazione come quella di Cristo anche in altri luoghi dell’universo, favorevole ad un Dio creatore dell’universo e dunque di tutte le forme di vita esistenti, ognuna con una strada di salvezza e tutte insieme riconducenti ad un unico Dio” (Vatican Insider, 30 ottobre 2012)

In fondo gli alieni potrebbero non aver peccato contro Dio oppure stare cercando anch’essi la Salvezza, in attesa che il Vangelo venga loro annunciato. Domande affascinanti che lasciano nel cuore del fedele solo una certezza: Dio è un creativo, avrà trovato una soluzione…

Tags: VITA EXTRATERRESTRE

Il gesuita cosmologo: vita extraterrestre, Dio avrà la soluzione

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askanews

Pubblicato il 8 mag 2017

Roma, (askanews) – “Sicuramente Dio ha la soluzione”. Il gesuita Gabriele Gionti, cosmologo della Specola vaticana, commenta così le ultime scoperte della Nasa su pianeti che potrebbero ospitare la vita. “Noi sappiamo dalla Sacra scrittura e dalla nostra tradizione che Gesù di Nazareth è stato il messia, figlio di Dio, che ha portato la redenzione sulla terra”, spiega. Se la realtà della vita extra-terrestre venisse confermata “è chiaro che questo porrà dei problemi per la teologia”. Ma “dobbiamo accettare il problema: non abbiamo ancora la soluzione, sicuramente Dio ha la soluzione a questo e ha fatto le cose in modo tale che quando arriveremo anche questa verità teologica ci meraviglieremo. Per adesso non lo sappiamo ma sicuramente lui ci ha donato gli strumenti razionali e spirituali per potere ragigungere anche questa verità”.

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Notizie e politica

“Sarebbe strano se gli extraterrestri non esistessero”

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SABATO 20 LUGLIO 2019 | SANT’ELIA, PROFETA

Aggiornato: 05:03

RELIGIONI

VENERDÌ 19 LUGLIO 2019, 16:04, IN TERRIS

CHIESA E UNIVERSO

Il cosmologo del Papa, fratel Gabriele Gionti, riflette sull’allunaggio e racconta il lavoro della Specola Vaticana

GIACOMO GALEAZZI

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Papa Francesco in collegamento con il team della Stazione Spaziale Inernazionale il 26 ottobre 2017

Papa Francesco in collegamento con il team della Stazione Spaziale Inernazionale il 26 ottobre 2017

Quando 50 anni fa Neil Armstrong Buzz Aldrin toccarono il suolo lunare davanti a mezzo miliardo di persone incantate davanti alla televisione, fratel Gabriele Gionti, cosmologo del Papa, era appena nato. Non sapeva ancora che quelle immagini suggestive, entrate nella storia, viste e riviste negli anni a venire, lo avrebbero condizionato nella sua carriera. “Sicuramente tutto il seguito, l’interesse che si è avuto per le scienze da allora, mi ha influenzato e mi ha spinto a fare le scelte che ho fatto”, racconta a LaPresse. Gesuita, una laurea in Fisica alla Federico II di Napoli, poi il dottorato in Fisica matematica, specializzazioni in Filosofia e in Teologia. Fu assegnato all’osservatorio vaticano di Tucson, in Arizona, nell’autunno del 2014. Dal 2010 fa parte dello staff della Specola Vaticana, da studioso di gravità quantistica e teoria delle stringhe. Con la Specola, spiega, “Facciamo ricerche osservative, ma anche ricerche più teoriche che hanno a che fare con teorie più scientifiche”. Dei detrattori dello sbarco degli americani sulla Luna, di chi pensa che sia stata una montatura, non vuol sentir parlare: “Mi è capitato di avere a che fare con gente che crede in questa fake news. È completamente falsa, sulla superficie ci sono ancora i resti dell’allunaggio”.  Sul futuro della mobilità spaziale, prestata al turismo, nutre delle perplessità: “Ha un fine commerciale più che scientifico, va preso con le pinze, potrebbe essere pericoloso per chi si avventura. E poi è troppo costoso. Queste teorie per cui la Terra diventerà talmente invivibile da dover essere costretti a spostarsi su un altro pianeta potrebbero essere solo mosse pubblicitarie. Nessuno sa se potrebbe essere davvero così”.

Scienza e teologia

Nell’intervista a LaPresse, Fratel Gionti sembra molto più convinto del futuro della Specola Vaticana: “Continueremo nella ricerca scientifica, spaziando dalla planetologia allo studio di stelle, galassie e dell’universo a larga scala. Sulle teorie di gravità quantistica e sulla fase iniziale dell’universo”. Sulla fase iniziale dell’Universo, in molti pensano che ci sia un punto, la Creazione, in cui la religione si scontri con la scienza. Ma non i gesuiti della Specola: “No, non c’è. Questi ‘scontri’ non sono veri e propri dissidi. Argomenti scientifici e argomenti teologici hanno superato questo conflitto, che nasce solo quando qualcuno vuole vedere nel Big Bang qualcosa che spiega tutto il nostro mondo. Nessuna teoria scientifica può spiegare tutto il nostro mondo”. E neanche il mondo di chi non appartiene alla Terra, che, per Gionti, esiste quasi senza dubbio: “Sarebbe veramente strano se non ci fosse vita altrove nell’Universo”, dice convinto. “Se fosse così sarebbe di per sè un argomento scientifico da spiegare”. Ma che il Vaticano abbia da tempo posizioni aperte sull’esistenza degli extraterrestri non è cosa nuova. “L’Extraterrestre è mio Fratello” disse padre José Gabriel Funes, ex direttore della Specola Vaticana, in un’intervista rilasciata nel 2008 all’Osservatore Romano che fece scalpore. E mai quanto la domanda che si è posto l’attuale direttore, padre Guy Consolmagno in un libro di successo presentato al simposio della Nasa di Washington: “Vuoi battezzare un extraterrestre?”.

Spazio al lettore: per commentare questo articolo scrivi a direttore@interris.it

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Il cosmologo del Papa: “Sarebbe strano se non ci fosse vita altrove nell’Universo”

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“Sarebbe veramente strano se non ci fosse vita altrove nell’Universo”, dice. “Se fosse così sarebbe di per sé un argomento scientifico da spiegare”

A cura di Filomena Fotia 19 Luglio 2019 15:19

universo

Quando il 20 luglio 1969 avvenne l’allunaggio, fratel Gabriele Gionticosmologo del Papa, era appena nato: “Sicuramente tutto il seguito, l’interesse che si è avuto per le scienze da allora, mi ha influenzato e mi ha spinto a fare le scelte che ho fatto“, racconta a Maria Elena Ribezzo per LaPresse. Gesuita, laureatosi in Fisica alla Federico II di Napoli, ha conseguito il dottorato in Fisica matematica, specializzandosi in Filosofia e in Teologia. Dal 2010 fa parte dello staff della Specola Vaticana.
In riferimento ai negazionisti dello Sbarco sulla Luna, l’esperto dichiara: “Mi è capitato di avere a che fare con gente che crede in questa fake news. E’ completamente falsa, sulla superficie ci sono ancora i resti dell’allunaggio“.
Sul futuro della Specola Vaticana spiega: “Continueremo nella ricerca scientifica, spaziando dalla planetologia allo studio di stelle, galassie e dell’universo a larga scala. Sulle teorie di gravità quantistica e sulla fase iniziale dell’universo“.
Sul Big Bang? C’è scontro tra religione e scienza? Non per i gesuiti della Specola: “No, non c’è. Questi ‘scontri’ non sono veri e propri dissidi. Argomenti scientifici e argomenti teologici hanno superato questo conflitto, che nasce solo quando qualcuno vuole vedere nel Big Bang qualcosa che spiega tutto il nostro mondo. Nessuna teoria scientifica può spiegare tutto il nostro mondo“.
Sarebbe veramente strano se non ci fosse vita altrove nell’Universo“, dice. “Se fosse così sarebbe di per sé un argomento scientifico da spiegare“.

Gli esperti della Specola Vaticana: possibili forme di vita extraterrestre

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 NEWS

GALAXY

The Atlantic Photo | Twitter | Fair Use

Gelsomino Del Guercio | Lug 19, 2019

“Possiamo comprendere che un Dio infinito può concentrare la sua attenzione amorevole su qualunque altra creatura ci sia, ci possa essere o ci possa essere stata, in qualunque modo in questo universo”

Vita extraterrestre: gli esperti della Specola Vaticana non lo escludono. Fratel Gabriele Gionti, uno dei cosmologi del Papa, ne ha parlato con La Presse (19 luglio).

Gesuita, laureatosi in Fisica alla “Federico II” di Napoli, ha conseguito il dottorato in Fisica matematica, specializzandosi in Filosofia e in Teologia. Dal 2010 fa parte dello staff della Specola Vaticana, da studioso di gravità quantistica e teoria delle stringhe. Con la Specola, spiega, «facciamo ricerche osservative, ma anche ricerche più teoriche che hanno a che fare con teorie più scientifiche».

cosmologo della specola vaticana
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Padre Gabriele Gionti

Mobilità spaziale? No grazie

Sul futuro della mobilità spaziale, prestata al turismo, nutre delle perplessità: «Ha un fine commerciale più che scientifico, va preso con le pinze, potrebbe essere pericoloso per chi si avventura. E poi è troppo costoso. Queste teorie per cui la Terra diventerà talmente invivibile da dover essere costretti a spostarsi su un altro pianeta potrebbero essere solo mosse pubblicitarie. Nessuno sa se potrebbe essere davvero così».

Leggi anche: C’è una “nuova Terra”, ci sarà anche la vita?

Big Bang non spiega il mondo

Sul Big Bang? C’è scontro tra religione e scienza? «No, non c’è. Questi ‘scontri’ non sono veri e propri dissidi. Argomenti scientifici e argomenti teologici hanno superato questo conflitto, che nasce solo quando qualcuno vuole vedere nel Big Bang qualcosa che spiega tutto il nostro mondo. Nessuna teoria scientifica può spiegare tutto il nostro mondo».

«Sarebbe veramente strano se non ci fosse vita altrove nell’Universo», chiosa, «se fosse così sarebbe di per sé un argomento scientifico da spiegare» (In Terris, 19 luglio)

L’immensità della Creazione

Fratel Guy Consolmagno, direttore della Specola, evidenzia: «Come credenti, abbiamo imparato che confinare la nostra comprensione di Dio solo al pianeta Terra ha reso Dio – o almeno, la nostra immagine di Dio – troppo piccolo. Il salmista lo sapeva bene, del resto, così come i profeti: quando parlavano delle stelle cantavano a Dio, il loro Creatore. Ma proprio perché apprezziamo l’immensità della creazione possiamo accorgerci di quanto immenso sia Dio».

ALIEN
E’ possibile che esistano gli alieni?

Gli “alieni”

A partire da questo, prosegue Consolomagno, «possiamo comprendere che un Dio infinito può concentrare la sua attenzione amorevole su ciascuno di noi, non soltanto qui e ora sul pianeta Terra ma su qualunque altra creatura ci sia, ci possa essere o ci possa essere stata, in qualunque modo in questo universo. Persino se ci fossero forme indicibilmente bizzarre in qualche luogo lontano dalla Terra non sarebbero “alieni”, ma figli dello stesso Padre.  Questo dovrebbe collocare i nostri problemi in un’altra prospettiva, farci fermare a riflettere e darci speranza» (Toscana Oggi, 21 luglio).

Leggi anche: Come si può conciliare l’ipotesi di vita extraterrestre con la fede?

Lo spazio di ieri, oggi e domani

Astrofisica/Astrophysics, Astronomia/Astronomy, Pianeti del Sistema Solare/Planets of the Solar System, Sonde Interplanetarie/Interplanetary Probes

03 luglio 2019

Dal 29 giugno, “L’avventura dell’uomo nello spazio”, una collana in otto volumi con uscita settimanale, a richiesta con la rivista o altre testate GEDINe abbiamo fatta di strada da quel 20 luglio 1969. A voler essere epici, si potrebbe dire che quella prima impronta di un essere umano lasciata sulla Luna rappresenta nella storia della nostra specie qualcosa di simile alla prima uscita dei nostri antenati dal continente africano, la culla dell’umanità, avvenuta circa 70.000 anni fa. Da quel momento in poi abbiamo colonizzato ogni continente della Terra, oggi cerchiamo di spingerci sempre più in profondità nello spazio.

Abbiamo costruito una gigantesca casa comune in orbita attorno alla Terra: la Stazione spaziale internazionale. Le sonde robotiche hanno già raggiunto tutti i pianeti del sistema solare, alcune loro lune, asteroidi e una cometa. Le missioni umane invece si sono fermate alla Luna, dove è dal 1972 che non mettiamo più piede.

Nel frattempo sono comparsi nuovi protagonisti e obiettivi in quella che sembra essere una nuova corsa allo spazio. Oltre a Stati Uniti e Russia, erede dell’ex Unione Sovietica, oggi Europa, Cina, Giappone e India hanno un ruolo di primaria importanza nella nuova frontiera dell’umanità, che inizia a essere frequentata anche da numerose società private. E la colonizzazione di Marte è un traguardo tra i più citati e controversi.

Per capire che cosa potrebbe riservarci il futuro e ripercorrere gli eventi che hanno segnato la nostra storia oltre le colonne d’Ercole dell’atmosfera terrestre, tra cui l’impresa di cinquant’anni fa dell’Apollo 11, a partire dal 29 giugno pubblichiamo L’avventura dell’uomo nello spazio. Dalla Luna a Marte, una collana in otto volumi con uscita settimanale, che include anche il racconto dei protagonisti di oggi dell’avventura spaziale. È possibile acquistare ciascun volume con «Le Scienze» o altre testate del gruppo GEDI, a 9,90 euro oltre il prezzo della rivista o della testata. Buona esplorazione!

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Piano dell’opera

29 giugno              L’allunaggio – La missione Apollo11
6 luglio                  2024 – Ritorno sulla Luna
13 luglio                Il programma Apollo – La corsa allo spazio
20 luglio                Lo Space Shuttle – La navicella delle stelle
27 luglio                La Stazione spaziale internazionale La vita in orbita
3 agosto               Marte – Una nuova sfida
10 agosto             Il futuro dello spazio – Asteroidi e space economy
17 agosto             L’inizio dell’avventura spaziale – Le prime missioni