Che cosa sappiamo dell’Universo – Ne parliamo con Amedeo Balbi

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Bella, prof!
Pubblicato il 4 ago 2019

#bellaprof #Balbi #scienza #fede

Amedeo Balbi è un astrofisico e un divulgatore scientifico affermato.
Insegna a Tor Vergata, è autore di diverse pubblicazioni e ha una rubrica fissa sulla rivista “Le Scienze”.
L’ho invitato a fare una chiacchierata sulla conoscenza scientifica e su come essa si rapporta con le “grandi domande” e, ovviamente, con la religione.
Ecco alcuni temi trattati durante l’intervista, qui proposta in versione integrale: che cosa sappiamo dell’Universo e come facciamo a saperlo?
Come funziona il metodo scientifico?
Perché le scoperte sulle condizioni primordiali del nostro universo non annullano la ricerca religiosa?
Che cosa c’era prima del Big Bang?
Che cos’è la materia oscura?
Può la scienza rispondere alle grandi domande sull’esistenza?
Quali sono i limiti della conoscenza scientifica?
Possiamo diventare tutti un po’ scienziati anche senza conoscere la matematica?
Un video che vale la pena di vedere (o ascoltare) fino in fondo.

Amedeo Balbi: “L’ultimo orizzonte”:
https://amzn.to/2YEgwIp

Tutti i libri di Amedeo Balbi:
https://amzn.to/2KkN8Sk

Il canale YouTube di Amedeo Balbi:
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Gli Scienziati stanno per Dimostrare che l’Universo dello Specchio esiste

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IL LATO POSITIVO

Pubblicato il 27 lug 2019

La teoria degli universi multipli, o paralleli, offusca la linea tra realtà scientifica e fantascienza.
Oh sì, ed è un argomento di dibattito piuttosto vasto nella comunità scientifica, con grandi nomi da entrambe le parti.
Se credi nell’esistenza di universi multipli, allora ti farà sicuramente piacere sapere che hai dalla tua parte il grande Stephen Hawking! Ha una teoria piuttosto spettacolare sugli universi multipli.
Sì, l’idea è che tutto ciò che conosci: il nostro pianeta, il sistema solare, la nostra galassia, tutte le altre stelle e galassie là fuori che riescono a vedere i nostri telescopi; sono solo una parte minuscola di un puzzle inconcepibilmente gigante!

Segnalibri:
Che cosa è un “multiverso” 1:33
Ci sono infiniti me e ognuno è nel proprio universo 😱 3:02
Che aspetto hanno questi universi 3:39
Come sarebbe una versione parallela del nostro mondo? 4:45
Come si può dimostrare? 5:39
Come si può viaggiare in un altro universo? 8:27

#scienza #universo #latopositivo

SOMMARIO:

– Fino a pochi anni fa, gli scienziati erano sicuri che esistesse un solo universo che contenesse tutto ciò che è noto all’umanità, tra cui un unico universo.
– Questo è ora noto come teoria dei mondi multipli. (Sì, ci sono punti di vista diversi tra tutti i sostenitori del multiverso, e quello di Everett è solo uno dei tanti!) Quindi come funziona? Puoi immaginarlo come un diagramma di flusso che continua a ramificarsi.
– Alcuni credono che questi universi siano come delle bolle, totalmente invisibili l’una dall’altra perché, beh, non abbiamo una tale tecnologia! C’è anche il modello che mostra gli universi come dei fogli di carta impilati uno sopra l’altro.
– Quindi, come sarebbe una versione parallela del nostro mondo? Bene, alcuni attributi del nostro universo potrebbero essere diversi, mentre alcuni potrebbero essere uguali! Ad esempio, forse la versione parallela del nostro pianeta ha erba, alberi e uccelli che volano nel cielo e quant’altro.
– Comunque, prima di poter viaggiare in questi mondi, dobbiamo sapere che sono effettivamente reali. Dimostrare o smentire la loro esistenza non è un compito facile.
– L’idea è di far esplodere una manciata di particelle subatomiche attraverso un tunnel di 15 metri, oltrepassando un magnete, e sbattendo, alla fine, contro un muro. Se, dall’altra parte, alcune di quelle particelle escono come un’immagine speculare di sé stesse, ciò significherebbe che la scienza ha fatto una svolta di proporzioni galattiche!
– Alcuni scienziati ritengono che il Big Bang, che ha dato il via a tutto, potrebbe essere stato causato da due universi che si sono scontrati per formarne uno nuovo!
– Come è possibile viaggiare verso un nuovo universo? Naturalmente, stiamo parlando di fisica teorica, e ci sono molte teorie! Prima di tutto, ci sono gli wormhole!
– E, beh, c’è sempre la teoria di Stephen Hawking su come viaggiare in un altro universo: tutto ciò che devi fare è saltare in un buco nero!

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Quanto Lontano Potremo Spingerci Nel Cosmo?

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IL LATO POSITIVO
Pubblicato il 5 lug 2019

La nostra mappa del mondo era finalmente completa intorno al 1820, con la scoperta dell’Antartide.
Ma perché fermarsi ai confini del mondo?
E la luna allora?
E più in là ancora, fino a dove?
Malgrado i nostri grandi progressi, per millenni la curiosità umana è stata costretta ad accontentarsi dei limiti della Terra.
Ma tutto cambiò il 12 Aprile 1961, il giorno in cui il primo essere umano si spinse oltre il nostro pianeta.
Il cosmonauta russo Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio.
Gagarin orbitò sopra la Terra per un totale di 108 minuti.

SOMMARIO:

– Nel 1969, la missione Apollo 11 portò due uomini a posare i piedi sulla Luna.
– Nell’aprile 1970, l’equipaggio della missione NASA Apollo 13 circumnavigò la luna spingendosi fino al suo lato nascosto, osservandola da un’altezza di 254 km, e ad una distanza di oltre 400.000 km dalla Terra.
– Tutto cominciò quando gli astronomi si accorsero che alcune stelle erano meno splendenti di altre.
– Henrietta Swan Leavitt studiò migliaia di stelle variabili, ovvero le stelle che, viste dalla Terra, presentano fluttuazioni di luminosità.
– Più o meno nello stesso periodo venne installato il telescopio Hooker nell’osservatorio di Mount Wilson, in California. È stato il telescopio più grande del mondo dal 1917 al 1949.
– La galassia più lontana mai osservata è la EGS-zs8-1. Si trova a ben 13,1 miliardi di anni-luce da noi.
– Nessuno sa con certezza cosa c’è nei punti più lontani da noi, o quanto grande sia davvero l’universo. C’è chi dice che l’universo sia infinito, mentre altri propongono la teoria del multiverso.

#fattisullospazio #illatopositivo #galassia

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Gli Astronomi hanno Scoperto un Pianeta Proibito e Sanno il Perché della sua Esistenza

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IL LATO POSITIVO
Pubblicato il 1 lug 2019

Secondo gli astronomi, pianeti delle dimensioni di Nettuno non sono in grado di formare e sostenere alcun tipo di atmosfera mentre orbitano attorno e in prossimità delle stelle madri.
Beh, dimenticati di ciò che ho appena detto, anche perché non ho capito molto.
Ma l’anno scorso, gli astronomi hanno trovato questo tipo di pianeta!
E non è l’unico pianeta che sfida tutte le nostre convinzioni.
Gli esopianeti sono il tema più caldo in astronomia, e con ogni nuova scoperta, abbiamo un’idea più chiara dell’universo in cui viviamo.
Ma alcune di queste scoperte lasciano tutti sbigottiti.
Gli scienziati dovranno riconsiderare l’idea che si erano fatti dell’Universo?
Scopriamolo!

Segnalibri:
Cosa c’è di così speciale in questo pianeta? 0:55
Uno strano gigante gassoso 2:46
Quando un anno dura solo 8,5 ore 3:52
Il pianeta “Bob” (orbita intorno a una stella binaria!) 5:31
Plutone non è un pianeta?! 6:56
Il pianeta X nel sistema solare 8:03

#spazio #pianeti #latopositivo

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SOMMARIO:
– NGTS-4b è, almeno per ora, l’unico pianeta noto di dimensioni sub-nettuniani che orbita intorno alla sua stella in un cosiddetto “deserto nettuniano”.
– Questo pianeta ha ancora un’atmosfera, e ha l’80% delle dimensioni di Nettuno. Orbita attorno alla stella a una velocità sorprendente: una rotazione completa in 1,3 giorni.
– Il 31 ottobre, 2017, il pianeta NGTS-1b è stato scoperto. Ma la cosa strana di questo pianeta è che orbita attorno a una stella nana rossa che è grande solo la metà del nostro Sole. Questo non è mai stato visto prima, e in teoria, pianeti cosi grandi non dovrebbero orbitare attorno a stelle così piccole.
– Kepler-78b è il nome del pianeta. Presumibilmente, è denso come la Terra e ha una composizione simile, ma è ancora più vicino alla sua stella rispetto a NGTS-4b. Un anno su questo pianeta dura solo 8,5 ore.
– Per quanto ne sappiamo, non c’è nessuna spiegazione per cui un pianeta come Kepler- 78b si sia formato così vicino a una stella, e non c’è nemmeno una spiegazione per cui ha migrato così vicino senza schiantarsi contro la stella.
– Parliamo di un pianeta che è così lontano dalla sua stella, che non dovrebbe esistere. Il pianeta di cui sto parlando è, preparati perché sarà una bella botta, HD 106906 b. Per semplicità, chiamiamolo ” Bob “.
– Il pianeta è 11 volte più massiccio di Giove e orbita intorno a una stella binaria a una distanza inimmaginabile.
– C’è un una grande collezione di asteroidi, ghiaccio, e polvere, chiamata la fascia di Kuiper. Qui sono stati scoperti altri oggetti, alcuni grandi come Plutone. – Le prove trovate nel 2016 dagli astronomi Gongjie Li e Fred Adams, suggeriscono che, in realtà, esiste uno strano “pianeta X” nel sistema solare. Solo che è molto più distante da Plutone e dalla fascia di Kuiper.
– La spiegazione più probabile per la distanza del non pianeta è che un tempo era un gigante gassoso, come Giove, ma non poteva competere, e le forze gravitazionali di altri pianeti lo hanno spinto più lontano.

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Un Fisico ha Spiegato il Motivo per cui non Abbiamo mai Incontrato gli Alieni

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IL LATO POSITIVO
Pubblicato il 23 giu 2019

Di recente, gli astronomi sono riusciti a mappare circa 1 miliardo di stelle attorno a noi.
È impressionante, ma questo è meno dell’1% delle stelle in tutta la Via Lattea.
È statisticamente impossibile che noi siamo la prima e unica specie intelligente nella galassia.
Civiltà avanzate sono esistite prima di noi.
E alcune stanno sviluppando un modo per comunicare con noi proprio ora, e ce ne saranno altre.
L’unica domanda da fare è: ma dove sono?
Abbiamo cercato per circa 70 anni qualsiasi segno di vita extraterrestre, o qualsiasi forma di comunicazione da piccoli omini verdi o qualunque altra cosa.
E non abbiamo ancora nessuna prova.
Com’è possibile?
Quella domanda esatta fu posta dal famoso fisico italiano, Enrico Fermi, il primo creatore in assoluto del reattore nucleare.

Segnalibri:
Siamo soli nell’universo? 😮 1:40
Cos’è il Grande Filtro è 2:47
Perché Giove è benefico per il nostro pianeta 3:44
L’Ipotesi della rarità della Terra 🌏 4:58
Essere intelligenti non basta 6:12
Se gli alieni sono là fuori, perché non possiamo comunicare con loro? 6:53
Sono già intorno a noi? 👽 9:30

#alieni #spazio #latopositivo

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SOMMARIO:
– Il paradosso di Fermi ha molte potenziali soluzioni. Il primo gruppo riguarda due grandi idee: l’Ipotesi della rarità della Terra e l’idea del Grande Filtro.
– Puoi immaginare, quanto tutto dovrebbe accadere in un certo modo per far sì che una civiltà riesca ad avanzare fino al nostro livello. Diciamo solo che abbiamo raggiunto il jackpot in tutte le categorie.
– Giove è enormemente benefico per tutti noi. La sua massa attrae i detriti spaziali, le meteore e le comete come un’aspirapolvere. Se non fosse per lui, la Terra sarebbe continuamente bombardata da gigantesche rocce spaziali.
– Le dimensioni del nostro pianeta e la sua velocità di rotazione rendono ottimale il ciclo giorno e notte. Il nostro pianeta ha molti elementi chimici, cruciali per lo sviluppo della vita.
– Alla fine, avrà esseri che guardano i cieli e pensano che probabilmente non sono soli nell’Universo.
– Ma queste “persone” non saranno ancora gli ultimi vincitori di questa lotteria universale. Devono ancora sviluppare la tecnologia per andare nello spazio e mandare segnali.
– C’è un’altra soluzione più ottimista. Gli alieni sono là fuori, ma non possiamo semplicemente comunicare direttamente con loro.
– Che cosa accadrebbe se avessero attraversato un percorso significativamente diverso nel campo tecnologico? Una tecnologia che per noi non è nemmeno comprensibile?! E se fosse così perché la loro stessa comunicazione è del tutto diversa dalla nostra?
– La prossima soluzione è molto più plausibile. In parole povere, propone che non siamo soli, ma siamo i primi a far progredire la nostra civiltà a un livello tecnologico più avanzato.
– Esiste un altro buffo argomento che dice che gli alieni sono così diversi dagli umani nel loro modo di pensare che semplicemente non vogliono comunicare con chiunque altro.
– E infine, la soluzione a cui tutti i fan degli UFO vogliono credere: gli alieni ci sono nella galassia, ma vogliono nascondersi, e forse sono già intorno a noi.

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Finisce un’era: le ultime missioni del programma Apollo

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Le missioni conclusive del programma Apollo, tra innovazioni tecniche ed esperimenti scientifici. Fino all’ultima passeggiata sulla Luna, nel 1972.

Simone Petralia 25 Luglio 2019 alle 16:00

Dopo il primo sbarco sulla Luna, nel luglio del 1969, la NASA prevedeva di portare sul nostro satellite altri nove equipaggi. L’ultima missione del programma Apollo doveva essere la numero 20, ma le cose andranno diversamente. L’amministrazione Nixon decide di dirottare su altro quasi tutti i fondi un tempo destinati allo spazio. È soprattutto la guerra in Vietnam, di cui non si intravede la fine, a sottrarre sempre più risorse statali. Alla fine del 1970, i tagli al budget dell’ente spaziale portano alla cancellazione degli ultimi tre lanci.

I voli che seguono la disavventura dell’Apollo 13 vengono allestiti con la consapevolezza dell’imminente smantellamento del programma. Questo, però, non li rende meno importanti.

Apollo 14 – risciò e partite a golf

L’equipaggio dell’Apollo 14, che decolla da Cape Canaveral il 31 gennaio 1971, è composto da Stuart  Roosa, pilota del modulo lunare Kitty Hawk, Edgard Mitchell, alla guida del modulo di comando Antares, e Alan Shepard, comandante della missione. Quest’ultimo è stato il primo americano nello spazio ed è un veterano del gruppo dei Mercury Seven. A causa della sindrome di Ménière, problema dell’orecchio interno che può causare vertigini e nausea, non vola da quasi dieci anni, ma un’operazione chirurgica lo porta a  guarire completamente. Deke Slayton, responsabile della selezione degli equipaggi, decide di concedergli una seconda possibilità. All’età di 47 anni, sarà l’uomo più anziano a mettere piede sulla Luna.

Nelle fasi iniziali della missione, l’aggancio in orbita fra Kitty Hawk e Antares e il conseguente distacco del modulo lunare dal terzo stadio del Saturn V si rivelano più complicati del previsto. Prima che la manovra riesca sono necessari ben sei tentativi, ma superato questo ostacolo tutto procede regolarmente. Una volta raggiunta la superficie lunare, Shepard e Mitchell, il quinto e il sesto uomo a camminare sul nostro satellite, posizionano vari strumenti nei pressi della zona di allunaggio e conducono numerosi esperimenti scientifici.

Sulla superficie viene utilizzato per la prima volta il Modular Equipment Transporter (MET), piccolo veicolo a due ruote trainato a mano tramite una barra collocata nella parte anteriore, su cui vengono collocate attrezzature e strumenti di vario tipo. Scomodo e difficile da trascinare sull’accidentato terreno lunare, gli astronauti lo soprannominano “risciò”. Dalla missione successiva sarà sostituito dal più efficiente rover.

Shepard è ricordato anche come l’unico essere umano ad aver mai giocato a golf sulla Luna. Poco prima di risalire sul modulo Kitty Hawk, l’astronauta estrae due palline da golf portate con sé durante il viaggio e le lancia utilizzando una piccola asta; la prima rotola in un cratere poco lontano, mentre la seconda – agevolata dalla gravità lunare – viene scaraventata a oltre 200 metri di distanza.

Apollo 15 – arriva il rover lunare

Il lancio dell’Apollo 15 avviene il 26 luglio 1971. Il comandante è David Scott, al suo terzo volo da astronauta dopo le missioni Gemini 8 e Apollo 9. Alfred Worden, pilota del modulo di comando Endeavour e James Irwin, pilota del modulo lunare Falcon, sono invece alla loro prima esperienza nello spazio.

La missione è caratterizzata da una serie di migliorie tecniche, grazie alle quali sarà possibile compiere indagini scientifiche avanzate sulla superficie lunare. Il Falcon, che alluna correttamente il 30 luglio, è progettato per una permanenza prolungata sul nostro satellite. Resterà sulla Luna per oltre 66 ore, il doppio rispetto alla missione precedente. Scott e Irwin, il settimo e l’ottavo uomo a camminare sulla Luna, hanno inoltre a disposizione uno strumento che consente di compiere molte più attività in meno tempo: il rover lunare (LRV, Lunar Rover Vehicle). Inserito smontato all’interno del modulo lunare, l’LRV viene assemblato dai due astronauti direttamente sulla Luna.

Non più limitati nei movimenti a causa delle ingombranti tute spaziali, grazie a questo mezzo di trasporto gli astronauti hanno la possibilità di esplorare ampie porzioni di territorio. Il rover, costruito dalla Boeing e dalla General Motors, si guida tramite una cloche ed è dotato di quattro ruote motrici prive di camera d’aria. Non potendo funzionare con un normale motore a combustione in un mondo privo di ossigeno, è alimentato da un motore elettrico. Può raggiungere i 13 km/h e ha un’autonomia di quasi cento chilometri, ma a causa delle numerose insidie del terreno e delle difficoltà legate alla bassa gravità lunare, non viene mai spinto oltre i 4–5 km/h.

Apollo 16 – tre giorni sulla Luna

Il 1972 segna la fine del programma Apollo. Restano solo due missioni, poi la NASA si concentrerà su un nuovo progetto, chiamato Space Shuttle. Il decollo dell’Apollo 16 avviene il 16 aprile del 1972. Il comandante è John Young, già membro dell’equipaggio dell’Apollo 10; alla guida del modulo di comando, chiamato Casper, c’è Thomas Mattingly, mentre il modulo lunare Orion è affidato al trentaseienne Charles Duke, destinato a essere il più giovane astronauta a mettere piede sulla Luna.

L’allunaggio avviene con circa sei ore di ritardo a causa di un malfunzionamento al motore del modulo lunare, ma la missione è comunque un successo. Young e Duke restano sulla superficie del satellite per quasi tre giorni, oltre 70 ore complessive, ed effettuano ben tre attività extraveicolari di lunga durata, sfruttando il rover molto più che nella missione precedente. Vengono percorsi circa 27 chilometri, eseguiti decine di esperimenti di varia natura e raccolti oltre 95 chili di rocce; tra questi Big Muleyun campione di quasi 12 chili di peso, il reperto più pesante riportato sulla Terra dagli astronauti del programma Apollo.

Per la prima volta vengono utilizzati un trapano di nuova concezione in grado di estrarre un campione di suolo a ben tre metri di profondità e uno speciale apparecchio, formato da una fotocamera e un telescopio, capace di acquisire immagini nella regione dell’ultravioletto dello spettro elettromagnetico. Nel frattempo Mattingly – a bordo del modulo di comando Casper per un totale di 126 ore, pari a 64 orbite lunari – batte tutti i record di permanenza in solitariaattorno al nostro satellite.

Apollo 17 – l’ultimo viaggio

L’ultima missione del programma Apollo parte da Cape Canaveral il 7 dicembre 1972. Per la prima e ultima volta nella storia dei lanci del Saturn Vil decollo avviene a notte fonda. Trentatrè minuti dopo la mezzanotte un boato scuote il Kennedy Space Center e per alcuni istanti il cielo si illumina di rosso.

Gli astronauti a bordo della navicella sono Eugene Cernan, comandante, Ron Evans, pilota del modulo di comando America e infine Harrison Schmitt, alla guida del modulo lunare Challenger. Schmitt, oltre a essere il primo astronauta a non avere trascorsi da militare, sarà l’unico scienziato a calpestare il solo lunare; laureato in geologia ad Harvard, la sua presenza a bordo dell’ultima navicella Apollo è fortemente voluta dalla National Academy of Sciences.

Il Challenger tocca la superficie lunare l’11 dicembre. Cernan e Schmitt sono rispettivamente l’undicesimo e il dodicesimo essere umano a toccare la superficie della Luna. L’esecuzione di esperimenti e l’installazione di apparecchiature si susseguono senza sosta, sia al suolo che in orbita. La NASA è consapevole che non ci saranno altre missioni umane sulla Luna per molto tempo e cerca di sfruttare al massimo quest’ultima occasione.

Nei tre giorni trascorsi sul nostro satellite, i due astronauti compiono ben tre attività extraveicolari, ognuna delle quali dura più di 7 ore. Oltre alla raccolta di circa cento chili di campioni di roccia e all’installazione dell’ALSEP (Apollo Lunar Surface Experiments Package), pacchetto contenente vari strumenti – tra cui un sismografo, un magnetometro e uno spettrometro – utilizzato anche nelle missioni precedenti, viene testato il TGE (Traverse Gravimeter Experiment), strumento progettato dal Massachusetts Institute of Technology, realizzato con lo scopo di ottenere informazioni sulla gravità e la struttura interna della Luna.

Nel frattempo Ron Evans, in orbita a bordo del modulo di comando America, esegue una serie di esperimenti con gli strumenti scientifici presenti all’interno del veicolo, tra cui un radiometro a raggi infrarossi, utilizzato per generare una mappa della temperatura del suolo. Evans non è solo. Con lui ci sono anche Fe, Fi, Fo, Fum e Phooey, cinque topolini (Perognathus longimembris) che durante le 75 orbite lunari vengono sottoposti ad alcuni test sugli effetti dei raggi cosmici sugli organismi viventi.

Il 14 dicembre, ultimata l’ultima attività extraveicolare, i due astronauti sulla Luna rientrano nel Challenger e si preparano al rientro. L’ultimo a lasciare la superficie è Eugene Cernan. Ad oggi nessun altro essere umano ha calpestato il suolo lunare.

Ricadute tecnologiche

Portata a termine la missione conclusiva, dopo aver infranto ogni possibile record in campo spaziale, il programma Apollo viene chiuso. Se è stato possibile realizzare un’impresa di tale portata in appena un decennio, lo si deve soprattutto a ragioni di natura politica, ma sarebbe un grosso errore considerare i traguardi raggiunti in quegli anni come la semplice attestazione simbolica della supremazia americana sui russi. Le missioni lunari della NASA sono costate tantissimo – più di 25 miliardi di dollari, equivalenti a oltre 100 miliardi al cambio attuale – ma il valore economico delle ricadute scientifiche e tecnologiche su scala globale è incalcolabile.

Portare i primi esseri umani nello spazio ha richiesto lo sforzo collettivo di migliaia tra scienziati, progettisti e ingegneri. Le innovazioni sviluppate in quegli anni hanno contribuito in modo significativo ad accelerare il progresso dell’intera umanità. Quasi 2000 prodotti utilizzati in vari ambiti della nostra vita – dall’informatica all’agricoltura, dalla medicina ai trasporti, dalla sicurezza al tempo libero – derivano dalla ricerca spaziale. Nato oltre quarant’anni fa, il Technology Transfer Program della NASA si occupa di trasformare le ricerche pionieristiche dell’ente spaziale in investimenti volti a sostenere l’economia e migliorare la qualità della vita.

La vita dopo Apollo

Cinquant’anni dopo il primo allunaggio, quattro dei dodici astronauti che hanno avuto lo straordinario privilegio di passeggiare sul nostro satellite sono ancora in vita. Edwin ‘Buzz’ Aldrin, il secondo uomo sulla Luna, David Scott, comandante dell’Apollo 15Charles Duke, pilota del modulo lunare dell’Apollo 16 e Harrison Schmitt, il geologo dell’Apollo 17 che ha compiuto l’ultima passeggiata lunare in compagnia di Eugene Cernan. Veri e propri pionieri, un tempo considerati alla stregua di supereroi, questi uomini sono in realtà normalissimi esseri umani, con le loro fragilità, insicurezze e idiosincrasie. Rientrato dalla missione lunare, Scott è stato coinvolto in uno scandalo riguardante 400 francobolli portati senza autorizzazione sul nostro satellite e poi rivenduti da un commerciante tedesco; Schmitt ha avuto una brillante carriera politica, culminata con l’elezione a senatore del New Mexico nel 1977, ma negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé per le sue posizioni negazioniste riguardo il riscaldamento globale; Aldrin ha combattuto per anni contro l’alcolismo e la depressione, mentre Duke è diventato un fervente religioso.

Cinquant’anni dopo quello straordinario 20 luglio 1969, sembra che i tempi siano maturi per una nuova avventura umana nello spazio. È improbabile che i moonwalkers, oggi ultraottantenni, riescano ad assistere ai viaggi dei loro successori. Sognare, però, non costa nulla. Ne sa qualcosa Buzz Aldrin, da anni uno dei principali promotori della ripresa delle missioni umane oltre l’orbita bassa della Terra. In un articolo pubblicato sul New York Times nel 2013, Aldrin scrive che la Luna non va più vista “come una meta, ma come il punto da cui partire per raggiungere e colonizzare Marte”. Tra non molto, forse, Eugene Cernan perderà il suo primato di ultimo uomo sulla Luna.

Nota della redazione, 26 luglio 2019: l’articolo è stato editato per modificare un errore relativo al numero di equipaggi da portare sulla Luna dopo lo sbarco nel 1969.

Fotografia NASA


Simone Petralia

Simone Petralia

Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell’uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.

“Abbiamo deciso di andare sulla Luna”

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RICERCA SPAZIO

A 50 anni dal primo allunaggio, ripercorriamo le tappe più importanti. A cominciare dal celebre discorso che Kennedy tenne il 12 settembre 1962 di fronte a una folla di 40.000 persone.

Simone Petralia 20 Giugno 2019 alle 10:00

Foto: NASA

Il 12 aprile 1961, alle ore 09:07 secondo il fuso di Mosca, il cosmonauta russo Jurij Gagarin viene lanciato nello spazio a bordo della navicella Vostok 1. È il primo essere umano a effettuare un volo orbitale. Pochi giorni dopo, tra il 17 e il 19 aprile, il tentativo americano di rovesciare il regime di Fidel Castro nella baia dei Porci fallisce miseramente. Il 5 maggio l’astronauta della NASA Alan Shepard effettua un breve volo suborbitale a bordo della capsula Mercury 3, ma è nulla in confronto alla missione di Gagarin. Gli Stati Uniti sono in serio imbarazzo.

L’annuncio al Congresso

Consapevole dell’importanza di dare subito un segnale forte alla popolazione, il 25 maggio 1961 John Fitzgerald Kennedy – da pochi mesi presidente degli Stati Uniti d’America – annuncia davanti al Congresso l’ambizioso obiettivo di portare un astronauta americano sulla Luna entro la fine del decennio. Dopo essersi consultato con il vicepresidente Lyndon B. Johnson e con James E. Webb, neoeletto amministratore della NASA, Kennedy conclude che una missione umana sulla Luna – pur essendo un’impresa estremamente dispendiosa e impegnativa – costituisca l’unica possibilità per gli Stati Uniti di battere i rivali sovietici nella corsa allo spazio. In piedi di fronte ai membri del Congresso, chiede che gli Stati Uniti si impegnino, prima della fine del decennio, “a far sbarcare un uomo sulla Luna e riportarlo sano e salvo sulla Terra”.

È un salto nel buio. Fino a quel momento la NASA non ha ottenuto alcun successo; nessun americano ha ancora raggiunto l’orbita terrestre – il primo sarà John Glenn nel febbraio del 1962 – mentre i sovietici con le navicelle del programma Vostok hanno già effettuato diversi voli orbitali. Raggiungere la Luna sembra una follia. Eppure non è così. La NASA progetta da anni una missione lunare, mancano solo i finanziamenti. Gli USA sono indietro rispetto all’URSS nella progettazione di stazioni orbitanti e satelliti lunari, ma hanno la possibilità di battere i sovietici seguendo la strada più difficile: portare i primi esseri umani sul nostro satellite. Il discorso di Kennedy convince il Congresso e raggiungere la Luna diventa subito la priorità assoluta, una sfida aperta al programma spaziale sovietico.

Un enorme investimento

Al Congresso Kennedy non incontra alcuna opposizione. Senatori e deputati approvano l’idea sia per le enormi ricadute economiche, considerate le centinaia di industrie piccole e grandi che saranno coinvolte, sia per il prestigio internazionale che deriverà dal compimento della missione. Secondo un’inchiesta condotta dalla società di indagini statistiche Gallup, però, il 58% della popolazione non vede di buon occhio l’idea di utilizzare il denaro pubblico per compiere un’impresa spaziale che appare ardita, ma inutile. I soldi necessari per raggiungere la Luna entro la fine del decennio sono un’enormità. Si calcola che serviranno approssimativamente 25 miliardi di dollari entro il 1970, equivalenti a circa 100 miliardi in dollari attuali. Occorre convincere gli americani che si tratta di denaro ben speso.

Nell’arco di appena un anno più di cinquecentomila persone – tra tecnici, ingegneri, progettisti e personale impiegato a diversi livelli – iniziano a lavorare al progetto e nell’estate del 1962 il programma Apollo comincia a prendere forma. A Houston è in costruzione il Manned Spacecraft Center – oggi Lyndon B. Johnson Space Center – centro di controllo missione, ma anche struttura per la progettazione e la verifica dei veicoli spaziali e la formazione degli astronauti.

Il discorso alla Rice University di Houston

Nel settembre del 1962 Kennedy compie una visita di due giorni a Houston per seguire l’andamento dei lavori. Accompagnato dagli astronauti Scott Carpenter e John Glenn, ha la possibilità di visionare i  modelli delle navicelle Gemini e Apollo e della navicella Mercury 6 su cui Glenn ha effettuato il primo volo orbitale americano. Il 12 settembre si reca allo stadio della Rice University dove, di fronte a una folla di circa 40.000 persone – studenti universitari, famiglie con bambini, scolaresche, donne e uomini di tutte le età – prende la parola. Le bozze iniziali dell’intervento – scritte da Ted Sorensen, consigliere politico e autore di molti dei testi del presidente – sono successivamente modificate dallo stesso Kennedy. Il risultato è un discorso accorato e vibrante, profondamente retorico, ma anche intenso e appassionato. In trentatrè minuti destinati a entrare nella storia, Kennedy si rivolge al pubblico usando sempre la prima persona plurale. Il soggetto siamo “noi”. Noi americani, noi cittadini, ma anche – semplicemente – noi esseri umani.

Abbiamo iniziato questo viaggio verso nuovi orizzonti perché vi sono nuove conoscenze da conquistare e nuovi diritti da ottenere, perché vengano ottenuti e possano servire per il progresso di tutti. […] Abbiamo deciso di andare sulla Luna. Abbiamo deciso di andare sulla Luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese; non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre.

Unire le forze: il sogno di una missione comune

Dietro al desiderio di conquista, nelle parole di Kennedy traspare una diversa visione del mondo, una nuova immagine della storia e dei rapporti tra le nazioni. Le motivazioni del 1961, sfidare i rivali sovietici e ottenere la supremazia nella corsa allo spazio, appaiono meno forti. Kennedy vuole che gli Stati Uniti occupino “una posizione di preminenza”, che siano la nazione guida di questa nuova impresa, ma al tempo stesso auspica che l’avventura lunare possa essere un modo per stemperare le tensioni della guerra fredda, sogna che possa trasformarsi in un progetto comune in grado di unire le due superpotenze, anziché dividerle ulteriormente. Lo spazio è la nuova frontiera per tutti, un territorio inesplorato da raggiungere e conquistare con coraggio e spirito pionieristico, ma senza alcuna bramosia di predominio.

Non intendo dire che dobbiamo affrontare questa impresa senza proteggerci da un uso ostile dello spazio, esattamente come non affrontiamo senza difese l’uso ostile che è possibile fare della terra e del mare. Voglio dire che lo spazio può essere esplorato e dominato senza alimentare fuochi di guerra, senza ripetere gli errori che l’uomo ha commesso nell’estendere il suo controllo sul pianeta sul quale ci troviamo. Ad oggi, lo spazio non ha ancora visto alcuna contesa, alcun pregiudizio, alcun conflitto nazionale. […] La sua conquista merita il meglio di tutta l’umanità e questa occasione di cooperazione pacifica potrebbe non ripresentarsi mai più.

In un vertice internazionale tenutosi a Vienna il 3 giugno 1961, pochi giorni dopo il discorso al Congresso, Kennedy aveva già chiesto al premier sovietico Nikita Chruščëv di progettare insieme il viaggio sulla Luna. Concetto ribadito durante un discorso tenuto all’ONU il 20 settembre 1963. “Perché il primo volo umano sulla Luna dovrebbe essere una questione di competizione nazionale?” aveva detto all’assemblea generale delle Nazioni Unite, “perché Stati Uniti e Unione Sovietica, nella preparazione di tali spedizioni, devono essere costretti a duplicare ricerche, costruzioni e spese? Dovremmo fare in modo che gli scienziati e gli astronauti dei nostri due paesi – e in effetti di tutto il mondo – possano lavorare insieme alla conquista dello spazio, spedendo sulla Luna non i rappresentanti di una singola nazione, ma i rappresentanti di tutti i nostri paesi”.

Due mesi dopo, il 22 novembre 1963, Kennedy sarà ucciso a Dallas. Forse Chruščëv stava prendendo in considerazione l’idea di accettare l’invito a unire le forze nelle missioni lunari umane, ma la morte di Kennedy e il ritiro forzato del leader sovietico nell’ottobre  del 1964, porranno definitivamente fine a questa possibilità.

Dieci anni, tre mesi e due giorni separano il discorso pronunciato da John Fitzgerald Kennedy alla Rice University di Houston dall’ultima passeggiata lunare compiuta da un essere umano, Eugene Cernan, il 14 dicembre 1972. Tra queste due date è accaduto di tutto: non solo l’assassinio di Kennedy, ma anche i fallimenti delle prime sonde lunari lanciate dalla NASA, la travagliata fase progettuale del programma Apollo, i successi e i passi falsi delle missioni sovietiche, le tensioni geopolitiche, la tragedia dell’Apollo 1, i dubbi sulla riuscita del progetto e infine l’eccezionale traguardo raggiunto il 20 luglio 1969, cinquant’anni fa, quando Neil Armstrong toccò per la prima volta il suolo lunare. Una storia incredibile, la storia del decennio in cui sembrava che il genere umano avesse intrapreso un viaggio destinato a non avere fine.

Nei prossimi articoli ripercorreremo le tappe più importanti di questa straordinaria avventura.


Simone Petralia

Simone Petralia

Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell’uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.

L’Unione Sovietica e la Luna

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RICERCA SPAZIO

L’Unione Sovietica sembrava destinata a portare un essere umano sulla Luna prima degli Stati Uniti. Perché non ci è riuscita?

Simone Petralia 01 Luglio 2019 alle 16:00

Nei primi anni Sessanta del secolo scorso la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica si gioca anche, forse soprattutto, nello spazio. All’inizio sembra non esserci partita, la supremazia sovietica è schiacciante. Tra il 1961 e il 1965 i russi inanellano un successo dietro l’altro: il primo uomo e la prima donna in orbita (Jurij Gagarin e Valentina Tereškova, rispettivamente nell’aprile del 1961 e nel giugno del 1963), il primo volo contemporaneo di due navicelle con equipaggio (Vostok 3 e Vostok 4, nell’agosto del 1962), la prima attività extraveicolare nello spazio, ben dodici minuti trascorsi dal cosmonauta Aleksej Leonov all’esterno della navicella Voschod 2, nel marzo del 1965.

Eppure, incredibilmente, l’Unione Sovietica non riuscirà a vincere la gara più importante: far sbarcare un essere umano sulla Luna prima degli Stati Uniti. Com’è possibile?

Nessun programma a lungo termine

Il 13 settembre 1959 la sonda Luna 2 precipita come stabilito sul suolo lunare. Si tratta del primo oggetto costruito da un essere umano a toccare un altro corpo celeste. Poche settimane dopo Luna 3 fotografa per la prima volta il lato oscuro del nostro satellite. Sono due grandi successi, ma a partire da quale momento la corsa sovietica alla Luna subisce un’importante battuta d’arresto. Nessuna delle sonde lanciate tra il 1961 e il 1965 riesce a raggiungere gli obiettivi prefissati. Nel 1964, quando gli USA ottengono il loro primo risultato importante sulla Luna con Ranger 7, i sovietici arrancano. La verità è che il programma lunare russo nasconde una fragilità di fondo, dovuta sia a mancanze strutturali che a errori strategici.

Gli Stati Uniti sanno sin dall’inizio che le missioni con equipaggio destinate a raggiungere la Luna saranno quelle del programma Apollo e investono le loro risorse in modo preciso e mirato sul razzo vettore Saturn V. Tutto è sotto il controllo della NASA, dal 1961 al 1968 sotto la guida di una sola persona: James E. Webb. I sovietici, al contrario, non possono contare su un programma a lungo termine, ma devono sottostare ai cosiddetti piani quinquennali stabiliti dal partito. Si decide di dar vita a gruppi di lavoro distinti, impegnati nella realizzazione di diversi tipi di razzi vettori.

Errori strategici e rivalità personali: i fallimenti di N1 e Proton

Il gruppo OKB-1, guidato da Sergej Korolëv – il carismatico progettista capo delle più importanti missioni spaziali sovietiche – è impegnato nella realizzazione del razzo vettore N1. Progettato inizialmente a scopi militari, dal 1960 sarà sviluppato con l’obiettivo specifico di lanciare una capsula con a bordo due o tre cosmonauti. A causa della mancanza di fondi, lo sviluppo vero e proprio inizierà solo nel 1965, quasi quattro anni dopo quello di Saturn V. Saranno effettuati quattro tentativi di lancio, tutti e quattro destinati al fallimento; durante il secondo tentativo, nel luglio del 1969, N1 precipiterà poco dopo il decollo dalla piattaforma di lancio di Bajkonur, nell’attuale Kazakistan, provocando una delle più grandi esplosioni non nucleari nella storia dell’umanità. Il programma N1 sarà cancellato definitivamente nel 1974.

Nel frattempo Valentin Gluško, alla guida del gruppo denominato OKB-456, che in un primo momento aveva collaborato con Korolëv, decide di unirsi al team OKB-52, capitanato da Vladimir Čelomej. Dietro questa scelta ci sono perlopiù rivalità personali e motivazioni politiche. Gluško considera da sempre Korolëv un suo rivale, tanto da averlo accusato, quando al potere c’era Stalin, di essere un nemico del popolo, facendolo condannare a dieci anni di prigionia. Sperando di poter ottenere un trattamento di favore, il gruppo di lavoro di Čelomej e Gluško assume il figlio di Chruščëv, ma i risultati non sono quelli sperati. La guerra tra i due gruppi rallenta notevolmente la corsa spaziale sovietica.

Čelomej e Gluško portano avanti un progetto particolarmente ambizioso, denominato Proton. Immaginato inizialmente come missile balistico intercontinentale per il trasporto di testate nucleari, viene ridisegnato come vettore spaziale per l’invio di una navicella attorno alla Luna con due uomini a bordo, rielaborando in parte quanto già sviluppato per N1. Dopo il collaudo, però, anche Proton si rivela inaffidabile e causa il fallimento di numerose missioni. Negli anni Settanta si rivede l’intero progetto e nel 1977 i problemi di Proton vengono definitivamente risolti. Il vettore, utilizzato ancora oggi per le missioni spaziali russe, è una delle opere umane più longeve della storia dell’astronautica.

Una nuova speranza

Quando Chruščëv è costretto a ritirarsi, nell’ottobre del 1964, il gruppo di Čelomej e Gluško viene sciolto e Korolëv, avendo di nuovo mano libera, decide di utilizzare Proton e una nuova generazione di navicelle – denominate Sojuz – per portare due cosmonauti sulla Luna. Pochi mesi dopo i sovietici ottengono i primi veri successi lunari grazie a due missioni prive di equipaggio. Nel luglio del 1965 la sonda Zond 3 raggiunge l’orbita del nostro satellite, mentre nel febbraio del 1966 Luna 9 realizza il primo allunaggio “morbido” della storia, precedendo di pochi mesi la sonda americana Surveyor 1. Tra il marzo e il dicembre del 1966 vengono lanciate anche altre quattro sonde del programma Luna; tre di queste portano a compimento la loro missione e trasmettono immagini e dati significativi.

Questi successi riaccendono le speranze: forse è ancora possibile condurre due cosmonauti sulla Luna prima dei concorrenti americani. La verità, però, è ben diversa. I programmi Gemini e Apollosono strutturati molto meglio rispetto a Sojuz e lo stesso allunaggio di Luna 9, pur essendo un successo, arriva dopo svariati fallimenti e un enorme spreco di risorse. A rendere ancora più problematica la situazione è la morte prematura di Korolëv, avvenuta il 14 gennaio del 1966, poche settimane prima dello sbarco di Luna 9. A sostituirlo è il suo braccio destro, Vasilij Mišin. Pur essendo esperto quasi quanto il suo predecessore, Mišin inanellerà una serie di errori – in parte dovuti alle pressioni dei vertici politici, ansiosi di battere sul tempo gli americani – a causa dei quali la possibilità di far giungere una missione con equipaggio sulla Luna naufragherà definitivamente.

La fine del sogno

Il punto di non ritorno viene raggiunto nel 1967, annus horribilis sia per gli Stati Uniti che per l’Unione Sovietica. Il 27 gennaio i tre membri dell’equipaggio dell’Apollo 1 muoiono in un terribile incidente. Tre mesi dopo, il 24 aprile 1967, il cosmonauta Vladimir Komarov perde la vita durante l’atterraggio di emergenza della navicella Sojuz 1. Le indagini compiute nei mesi successivi faranno emergere numerosi errori sia in fase di progettazione che di sviluppo della capsula. Il programma Apollo riparte nel novembre del 1967, mentre Sojuz 4 e Sojuz 5, le prime capsule sovietiche con equipaggio umano dopo Sojuz 1, saranno lanciate solo nel gennaio del 1969. Le due navicelle si agganciano in orbita e viene effettuato il trasbordo dell’equipaggio; è un successo, ma gli Stati Uniti sono già pronti a portare sulla Luna gli astronauti dell’Apollo 11È troppo tardi. I sovietici, dati per favoriti all’inizio della corsa, sono stati sconfitti. Dal 20 luglio 1969 sulla Luna campeggia la bandiera a stelle e strisce.

Fotografia: NASA


Simone Petralia

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Foto: lo sbarco sulla Luna, 50 anni fa

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FOTOGRAFIA MULTIMEDIA

Una galleria fotografica in occasione del cinquantesimo anniversario del primo allunaggio di un essere umano.

Lisa Zillio 19 Luglio 2019 alle 10:00

L’obiettivo principale della missione Apollo 11 era portare per la prima volta un essere umano sulla Luna. E così è stato. Il 20 luglio del 1969 gli astronauti Neil Armstrong ed Edwin “Buzz” Aldrin furono i protagonisti del primo allunaggio nella storia dell’umanità.

La navicella spaziale partì il 16 luglio dal Kennedy Space Center e dopo circa tre giorni entrò nell’orbita lunare. A questo punto Amstrong e Aldrin si spostarono nel Modulo Lunare Eagle, mentre il terzo membro della missione, Michael Collins, rimase nel Modulo di Comando Columbia, la parte della navicella destinata a riportare gli astronauti sulla Terra.

Queste sono le prime immagini di un essere umano sulla Luna, viste nel 1969 in diretta da almeno 600 milioni di persone in tutto il mondo, nella versione restaurata dalla NASA.

Di seguito, alcune delle immagini più celebri dell’iconica missione Apollo 11.

Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
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Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA
Apollo 11
Fotografia: NASA

Fotografie: NASA

Lisa Zillio

Lisa Zillio

Media producer, lavora con immagini, parole e contenuti grafici. Dopo un percorso di formazione in ideazione e management di eventi culturali e ambientali, dal 2010 si occupa di comunicazione multimediale. Ha partecipato a due spedizioni scientifiche, una in Asia centrale e una in Argentina e le sue fotografie sono state pubblicate in due libri: Marco Polo. Geni e sapori lungo la Via della Seta e Mini Darwin in Argentina. I dinosauri raccontati dai ragazzi.

“L’Aquila è atterrata!” – 50 anni fa il primo sbarco sulla Luna

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 EVIDENZA RICERCA SPAZIO

Il racconto del primo emozionante allunaggio, di cui oggi ricorre il cinquantesimo anniversario.

Simone Petralia 20 Luglio 2019 alle 10:00

Un uomo scende da una scaletta. Indossa una tuta bianca, un grosso casco gli nasconde il volto. Si avvicina al terreno con lentezza, un piede dopo l’altro. I suoi passi sono goffi. Giù non c’è nessuno ad aspettarlo, solo un’enorme distesa di sabbia grigia; un deserto enorme, grande quanto l’Africa e l’Australia messe insieme, totalmente disabitato. Eppure quell’uomo non è solo. La sua discesa dalla scaletta è seguita con attenzione, a centinaia di migliaia di chilometri di distanza, da più di seicento milioni di persone. L’uomo arriva alla fine, dopo l’ultimo gradino fa un piccolo saltello e tocca il suolo col piede sinistro. “È un piccolo passo per un uomo…”, dice con voce emozionata.

allunaggio
L’astronata Buzz Aldrin cammina sulla superficie lunare. Fotografia NASA

È successo davvero. Cinquant’anni fa, nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1969, un essere umano ha messo piede per la prima volta in un luogo remoto, lontanissimo eppure conosciuto da sempre. Una grande sfera che la notte brilla nel cielo. La Luna.

L’attesa

Il 1969 è un anno che racchiude l’essenza dell’umanità, nel bene e nel male. Cinquecentomila ragazzi partecipano alla tre giorni di Woodstock, un inno alla pace e alla musica rock, mentre altri cinquecentomila sono impegnati a combattere in Vietnam; a Milano esplode una bomba che uccide 17 persone, a New York scoppia la rivolta di Stonewall, all’origine del movimento LGBT; viene realizzato il progetto Arpanet, precursore di Internet, mentre le truppe dell’esercito britannico occupano l’Irlanda del Nord. Nel frattempo, i primi esseri umani raggiungono la Luna.

Il decollo dell’Apollo 11 è previsto per il 16 luglio 1969. Dopo la tragedia dell’Apollo 1, il 27 gennaio 1967, la NASA non ha lasciato nulla al caso. Tutto è stato testato più volte, ogni singolo aspetto della missione destinata a toccare il suolo lunare è stato vagliato e analizzato nel dettaglio. Circa un milione di persone si recano nei pressi del Kennedy Space Center (KSC) per assistere al lancio. Le camere d’albergo sono esaurite da tempo, la gente porta con sé tende e sacchi a pelo e si piazza nei terreni che circondano la base. Tutti vogliono poter dire di essere stati presenti al grande evento.

Eppure non tutti sono lì per festeggiare. Circa cinquecento manifestanti, perlopiù afroamericani, appartenenti a varie associazioni per i diritti civili dei neri, raggiungono Cape Canaveral per protestare. Dopo l’assassinio di Martin Luther King, l’anno precedente, seguono il reverendo Ralph Abernathy. Sono delusi e arrabbiati, urlano slogan contro il governo, colpevole di aver stanziato miliardi per le missioni lunari e di aver ignorato le persone ai margini della società. Una dichiarazione di Hosea Williams, altro leader del movimento, riassume bene questo punto di vista: “Non ci opponiamo alla missione sulla Luna, il nostro scopo è protestare contro l’incapacità americana nel definire le priorità”.

Le famiglie degli astronauti, il presidente Nixon e l’ex presidente Johnson, duecento membri del Congresso, centinaia di uomini e donne provenienti da tutto il mondo, migliaia di rappresentanti delle piccole e grandi industrie coinvolte a più livelli in questa impresa potranno assistere al lancio dalle tribune riservate, di fronte alla rampa 39A dove il vettore Saturn V è pronto a decollare. In quei giorni i mass media non parlano d’altro, il mondo intero è col fiato in gola. La sala stampa del KSC è gremita. Giornalisti, reporter, cameramen e personaggi televisivi sono pronti a documentare ogni singolo istante dell’impresa. La CBS si è assicurata l’esclusiva della diretta, mentre per l’Italia Ruggero Orlando, in collegamento da Houston, e Tito Stagno, dagli studi di Roma, si alternano ai microfoni della RAI.

L’equipaggio dell’Apollo 11 è composto da Michael Collins, alla guida del modulo di comando, Edwin ‘Buzz’ Aldrin, pilota del modulo lunare e Neil Armstrong, comandante. Sullo stemma della missione, concepito da Collins, campeggia un’aquila dalla testa bianca, simbolo degli Stati Uniti, con un ramoscello di ulivo tra gli artigli; dietro al rapace pronto a conquistare la Luna c’è la Terra, disegnata in alto sull’orizzonte lunare, immersa in un cielo punteggiato di stelle. In cima, a caratteri cubitali, la scritta APOLLO 11. A differenza degli stemmi disegnati per le missioni precedenti, in questo non compaiono i nomi dei membri dell’equipaggio; scelta ponderata e fortemente voluta dai tre astronauti, pronti a vivere quest’esperienza al servizio dell’umanità e non come un momento di gloria personale. Il modulo di comando si chiama Columbia. È un omaggio alla Columbiad, un cannone gigante che nel romanzo di Jules Verne “Dalla Terra alla Luna” spara un proiettile enorme in grado di trasportare tre persone sulla Luna. Il modulo lunare è invece denominato Eagle, ovvero Aquila.

Il decollo e il viaggio verso la Luna

5, 4, 3, 2, 1, 0 … All engines running. Liftoff!”. “Tutti i motori funzionanti. Decollo!” Il lancio avviene alle 09:32 locali, le 13:32 UTC (Coordinated Universal Time, il fuso orario internazionale di riferimento, basato su quello di Greenwich). Dopo il lancio e le terribili sollecitazioni a cui sono sottoposti gli uomini nell’abitacolo, la capsula raggiunge l’orbita terrestre e i motori si spengono. La manovra più delicata, in questa fase, consiste nell’undocking, ovvero nel distacco del modulo di comando, che dopo aver ruotato di 180 gradi effettua l’avvicinamento e l’aggancio col modulo lunare, fissato all’interno del terzo stadio del Saturn V. A eseguire la manovra è Collins, pilota del Columbia. Tutto funziona alla perfezione.

La navicella si immette, a motori spenti, nella traiettoria che nell’arco di tre giorni la porterà a più di 380.000 chilometri di distanza, in prossimità del nostro satellite. Durante i tre giorni di viaggio non accade nulla di significativo. Le comunicazioni tra gli astronauti all’interno della capsula e gli uomini del centro di controllo missione sono brevi e riguardano prevalentemente aspetti di natura tecnica. Considerati gli spazi angusti, la natura eccezionale della situazione, le numerose incognite e la consapevolezza di avere gli occhi del mondo intero puntati addosso, la vita all’interno dell’abitacolo scorre relativamente tranquilla.

La discesa del modulo lunare

Il 19 luglio, alle 21:17 UTC, il Columbia raggiunge la sua meta. Il modulo di comando riaccende i motori e comincia la prima delle trenta orbite attorno alla Luna, in attesa di sganciare il modulo lunare ed effettuare lo sbarco. Il giorno dopo Neil Armstrong e Buzz Aldrin si trasferiscono all’interno dell’Eagle. Inizia la tanto attesa discesa verso il suolo. Dopo alcuni minuti, sui computer a bordo del modulo compare un messaggio d’errore; si pensa di interrompere tutto, ma dopo brevi attimi di panico l’ingegnere responsabile della manovra di allunaggio, Steve Bales, spiega che l’allarme è dovuto a un sovraccarico di dati che porta il sistema elettronico del lander a spegnersi e riavviarsi. Non c’è tempo per valutare possibilità alternative, bisogna decidere in fretta se andare avanti o interrompere la discesa. Alla fine si prosegue, per fortuna senza problemi.

A circa 900 metri dal suolo, Armstrong e Aldrin decidono di modificare la traiettoria; il terreno, nel punto designato per l’allunaggio, presenta delle asperità che potrebbero compromettere la stabilità del veicolo. Il cambio di rotta viene effettuato senza difficoltà, ma porta a utilizzare molto più carburante del previsto. Sono minuti concitati e carichi di tensione. Neil Armstrong e Charles Duke, l’astronauta responsabile delle comunicazioni fra il centro di controllo e l’Apollo, si scambiano informazioni a ritmo forsennato. Quando il lander tocca il suolo lunare, nei pressi del Mare della Tranquillità, l’autonomia residua è di appena venti secondi. Alle 20:17 UTC del 20 luglio, Armstrong pronuncia le parole tanto attese: “Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed”, “Houston, qui base Tranquillità. L’Aquila è atterrata”. Sulla Terra, la tensione accumulata nei minuti precedenti si scioglie in un applauso scrosciante, un vero e proprio boato di felicità.

Sulla Luna

Ci siamo quasi. Resta da compiere un ultimo passo, per il quale sono necessarie diverse ore di preparazione. I due astronauti devono uscire dal modulo ed effettuare la prima EVA (Extravehicular activity, attività extraveicolare). Dopo aver sceso i nove gradini della scaletta dell’Eagle, non senza qualche difficoltà – la tuta rallenta i movimenti e l’unità di controllo remoto posta sotto il casco gli impedisce di vedersi i piedi – alle 02:56 UTC del 21 luglio 1969 Neil Armstrong tocca il suolo lunare. Più di 600 milioni di persone sparse per il mondo assistono alla scena. Quel piccolo passo è, come dice Armstrong, “one giant leap for mankind”, “un grande balzo per l’umanità”.

Aldrin raggiunge il compagno 19 minuti dopo. Le prime parole che pronuncia quando tocca il suolo lunare sono meno poetiche ed evocative di quelle di Armstrong, ma di certo più spontanee: “Beautiful view, magnificent desolation”, “bella vista, magnifica desolazione”. A poco meno di dieci metri dal modulo viene posizionata una telecamera fissa che riprende tutte le operazioni.

Durante l’esplorazione della superficie lunare, che dura poco più di due ore e mezza, i due astronauti si spingono a grandi salti – la gravità lunare è un sesto di quella terrestre – fino a circa cento metri di distanza dall’Eagle. Armstrong e Aldrin scattano centinaia di foto e raccolgono oltre venti chili di campioni di rocce da portare sulla Terra. Sul terreno viene piantata la bandiera degli Stati Uniti e collocate varie apparecchiature, tra cui un sismografo e un retroriflettore, ovvero una sorta di specchio da utilizzare come puntatore laser per eseguire misurazioni dalla Terra. Dopo circa mezz’ora di attività extraveicolare, dalla Terra giunge una comunicazione diversa dal solito: “Ciao, Neil e Buzz. Vi parlo dallo Studio Ovale della Casa Bianca. Questa è la telefonata più importante che abbia mai fatto…”. È il presidente Nixon che li ringrazia per l’impresa compiuta.

Il rientro e il trionfo

Dopo aver riposato per circa sette ore all’interno dell’Eagle, Armstrong e Aldrin sono pronti a ripartire. L’ascesa del modulo lunare non è mai stata provata nelle condizioni di gravità lunare e presenta alcune incognite. La tensione è palpabile, ma la procedura non presenta intoppi. Dopo oltre ventiquattr’ore trascorse da solo all’interno del modulo di comando in orbita attorno alla Luna, alle 21:35 UTC del 21 luglio Michael Collins può finalmente ricongiungersi con i due compagni. L’aggancio tra Eagle e Columbia è avvenuto correttamente.

Il 24 luglio 1969, trascorsi tre giorni di volo effettuati in un clima di irreale serenità, l’Apollo 11ammara nell’Oceano Pacifico, a circa 800 miglia nautiche dalle isole Hawaii. Superati i ventuno giorni di quarantena, il mondo è pronto ad accogliere trionfalmente i tre astronauti. Il 13 agosto Armstrong, Aldrin e Collins vengono celebrati come eroi in due parate oceaniche, a New York e Chicago. Iniziano quindi un tour mondiale che in poco più di un mese li porta a incontrare i leader di ventidue Paesi, dal papa alla regina Elisabetta, dall’imperatore del Giappone allo Scià di Persia.

Il sogno di Kennedy – far arrivare un essere umano sul nostro satellite entro la fine del decennio e riportarlo sano e salvo sulla Terra – è stato realizzato. Ciò che sembrava fantascienza è divenuto realtà. Negli anni successivi non tutto andrà come previsto e i tagli ai fondi NASA voluti da Nixon segneranno una pesante battuta d’arresto per il programma spaziale, ma in quel momento la corsa verso il cielo appare inarrestabile. La Luna, lassù, sembra un po’ più vicina.


Simone Petralia

Simone Petralia

Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell’uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.