Michel Mayor: invito da Nobel a cercare la vita su altri pianeti

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MEDIAINAF TV
6 dic 2019

Martedì 3 dicembre 2019 si è tenuto all’Università di Cagliari un incontro sulle ultime scoperte alla frontiera della conoscenza dell’universo, con Emilio Molinari (INAF) e Alessandro Riggio (UniCa).
In collegamento video, il premio Nobel Michel Mayor, che si è rivolto direttamente agli studenti.

Servizio di Paolo Soletta

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Scienze e tecnologie

Deep Space: Esopianeti al setaccio

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AsiTV
6 dic 2019

Il video è stato pubblicato su Global Science https://www.globalscience.it/16041/vi…

Ai nastri di partenza l’era 2.0 della caccia agli esopianeti che avrà come obiettivo principale la caratterizzazione dei più promettenti tra gli oltre 4000 esomondi scoperti fino a oggi. Ad aprire le danze il 17 dicembre sarà Cheops, missione europea a forte partecipazione italiana.

E’ di pochi giorni fa la notizia della scoperta, apparsa sulla rivista Nature del primo esopianeta gigante scoperto ad orbitare attorno a una stella morente, una nana bianca. Si tratta di un mondo sopravvissuto alla trasformazione della propria stella in una gigante rossa e che ora si trova a ruotare attorno a un sole ormai spento. Una circostanza mai osservata prima d’ora che ci mostra come potrebbe essere il nostro sistema solare tra 5 miliardi di anni quando la nostra stella, esaurito tutto l’idrogeno nel suo nucleo, si trasformerà in una gigante rossa travolgendo alcuni o tutti i suoi mondi figli, per poi spegnersi lentamente.

Ciò per dire che dal 1992 anno in cui per la prima volta si è potuto affermare con certezza che esistono pianeti oltre i confini del nostro sistema solare, di strada se ne è fatta tanta. Da allora ad oggi, le tecniche e gli strumenti per scovare mondi alieni si sono affinati al punto che la lista di esopianeti conta oltre 4000 esemplari. Di questi però, solo una manciata sono candidati ad essere potenzialmente abitabili o paragonabili al nostro mondo in termini di dimensioni, massa, composizione acqua, temperatura, atmosfera, giusta distanza dalla propria stella, fattori chiave questi, quando si parla di abitabilità.

Il compito delle prossime missioni di caratterizzare gli esopianeti più promettenti tra quelli scovati finora, come Cheops – che sarà lanciata il prossimo 17 dicembre – e Ariel dell’Agenzia spaziale europea, ma anche il James Webb della Nasa. Obiettivo più ambito saranno le atmosfere, la cui composizione chimica cela indizi importanti sull’abitabilità dei pianeti.

Le migliori candidate esoterre, in termini di dimensioni e di massa individuate ad oggi, sono in particolare due. Su di esse saranno certamente puntati gli obiettivi dei futuri osservatori per caratterizzarne le atmosfere. Entrambi i pianeti sono situati in un’orbita abitabile rispetto alla stella madre: il più vicino, a 4 anni luci da noi, è Proxima B nel sistema Proxima Centauri, e il più simile in assoluto è Trappist-1e, lontano 40 anni luce. Entrambi figli di una nana rossa attorno alla quale si ipotizza che essi orbitino in rotazione sincrona, cioè rivolgendo sempre la stessa faccia alla propria stella. Quindi seppure simili a noi, sono immersi in un sistema planetario tanto diverso dal nostro, che ad oggi resta l’unico che sappiamo essere abitato. Luoghi in cui la vita, se mai vi fosse, potrebbe anche non essere come noi la conosciamo.

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Scienze e tecnologie

L'universo a raggi X compie vent'anni

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29 novembre 2019

L’osservatorio spaziale Chandra della NASA celebra i due decenni di attività: la capacità dei suoi strumenti di catturare i raggi X su un ampio intervallo di energie e con una qualità d’immagine senza pari ha aperto una finestra su buchi neri giganteschi, ammassi di galassie e resti di supernove. In questa galleria, alcune delle sue immagini più spettacolari.

Chi ha scoperto il primo esopianeta?

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04 dicembre 2019

di Joshua N. Winn/Scientific American

© PHL@UPR Arecibo (phl.upr.edu), ESA/Hubble, NASA 

Due astronomi svizzeri hanno vinto il Nobel 2019 per la scoperta di un esopianeta. Ma era il primo? In realtà, l’identificazione del primo pianeta extrasolare è stata una faccenda molto più complessa del previsto, punteggiata da una serie di rivendicazioni: nessuna delle quali, quando fu avanzata, soddisfaceva i requisiti per essere definita una scoperta.

L’anno 1995, come il 1492, ha visto l’alba di una nuova epoca di scoperte. Invece di prendere il mare alla ricerca di nuovi continenti, i nuovi esploratori prendono il telescopio, e cercano pianeti orbitanti intorno a stelle remote. Di questi pianeti extrasolari (termine in genere abbreviato in “esopianeti”) ne sono stati trovati migliaia, e fra questi qualcuno che potrebbe essere simile alla Terra, accanto ad altri strani oggetti che non …

🔵 🌑 Viaggio tra i ghiacci del Sistema Solare ❄ E' online Coelum Astronomia 239 di dicembre 2019

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Coelum Astronomia 239 di dicembre è ONLINE

Viaggio tra i ghiacci del Sistema Solare
Dai grandi pianeti ghiacciati al ghiaccio sulla Luna

Come potrebbe essere l’osservazione del cielo da un mondo ben più distante e inospitale della nostra Terra, estremamente più gelido e alieno? Senza abbandonare i confini del nostro Sistema Solare, ma spingendoci nella sua oscura e fredda periferia, andiamo conoscere più da vicino quegli ultimi pianeti che chiamiamo genericamente “giganti ghiacciati”: Urano e Nettuno. 
Mondi dimenticati, raramente al centro dell’attenzione. Basti pensare che l’ultima visita effettuata da un manufatto umano risale ormai a 30 anni fa, con il flyby di Nettuno da parte dell’intrepida sonda Voyager 2. Mai più ci siamo avvicinati tanto a questi pianeti, ricchi di fascino e mistero, con la possibilità di studiarli solo da lontano. 
Con Massimo Orgiazzi andiamo a conoscere meglio questi gelidi giganti gassosi e a riepilogare quanto sappiamo di essi, dalle scoperte compiute dalla Voyager 2 alle ultime novità ricavate dalle osservazioni terrestri effettuate in tempi più recenti… in attesa di una futura missione diretta verso questi mondi lontani.
Se però, con la fantasia immaginassimo di osservare le stelle “galleggiando” proprio nella densa atmosfera di Urano o Nettuno… come ci apparirebbe il cielo? Michele Diodati ci guida alla conoscenza di nuovi cieli, cieli extraterrestri, tracciando una descrizione realistica di ciò che potremmo vedere volgendo il nostro sguardo al cielo stellato da questi lontani pianeti. Ma se non vogliamo indulgere troppo nell’uso dell’immaginazione, potremmo chiederci: è possibile con una strumentazione amatoriale riuscire a scorgere qualche dettaglio di Urano e Nettuno? E la risposta è affermativa, grazie agli enormi passi avanti, in campo amatoriale, compiuti dalla tecnologia di ripresa ed elaborazione digitale. Luigi Morrone ci spiega come attrezzarci e operare per riuscire in quest’intento.

Dai mondi di ghiaccio al ghiaccio sulla Luna, dalle tecniche di stampa 3D in campo professionale, a quello amatoriale e, con un breve passo, alla divulgazione astronomica inclusiva. Questi gli altri argomenti di questo nuovo numero che potete scoprire meglio dal sommario qui di seguito e direttamente tra le pagine della nostra rivista! Come sempre in formato digitale e gratuito. Spargete la voce!

Buona lettura! 

Articoli in Copertina Coelum Astronomia n. 239 di dicembre 2019

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2I/Borisov, la viaggiatrice interstellare che affascina gli astronomi

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28 novembre 2019

di Alexandra Witze/Nature

La cometa 2I/Borisov in un’immagine ripresa dal telescopio spaziale Hubble mentre si trovava a circa 420 milioni di chilometri dalla Terra (NASA, ESA, J. Olmsted, F. Summers (STScI), CC BY 4.0) 

Individuata già al suo ingresso nel sistema solare, la cometa di origine interstellare 2I/Borisov – il secondo oggetto proveniente dallo spazio profondo mai osservato – permette osservazioni più prolungate e dettagliate di quanto sia stato possibile fare con ‘Oumuamua. E stanno già arrivando i primi risultati che chiariranno la composizione chimico-fisica delle polveri cosmiche

Dal picco più alto delle Hawaii a un altipiano sulle Ande, nelle prossime settimane alcuni telescopi tra i più grandi della Terra saranno puntati verso una macchiolina di luce sfuocata. Lo stesso pezzetto di cielo avrà anche l’attenzione di Gennady Borisov, un astrofilo che vive in Crimea, e di tanti altri appassionati che sacrificano le ore di sonno e preferiscono appisolarsi al lavoro durante il giorno piuttosto che perdere questa …

LA MATERIA OSCURA ATTACCA LE GALASSIE A SPIRALE PIÙ MASSICCE PER SPEZZARE LA VELOCITÀ

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17 ottobre 2019 10:00 (EDT)  ID versione: 2019-54 

Super Spirals Spin Super Fast

SU QUESTA PAGINA

SOMMARIO

Probabilmente non l’hai mai notato, ma il nostro sistema solare si sta muovendo con un certo ritmo. Le stelle nelle aree esterne della Via Lattea, incluso il nostro Sole, orbitano a una velocità media di 130 miglia al secondo. Ma questo non è nulla in confronto alle più grandi galassie a spirale. Le “super spirali”, che sono più grandi, più luminose e più massicce della Via Lattea, ruotano ancora più velocemente del previsto per la loro massa, a velocità fino a 350 miglia al secondo.

La loro rapida rotazione è il risultato di stare seduti all’interno di una nuvola straordinariamente massiccia, o alone, di materia oscura – materia invisibile rilevabile solo attraverso la sua gravità. La più grande “super spirale” studiata qui risiede in un alone di materia oscura che pesa almeno 40 trilioni di volte la massa del nostro Sole. L’esistenza di super spirali fornisce ulteriori prove del fatto che una teoria alternativa della gravità nota come Dinamica Newtoniana modificata, o MOND, sia errata.
Mosaico di super spirali

Quando si tratta di galassie, quanto è veloce? La Via Lattea, una galassia a spirale media, gira a una velocità di 130 miglia al secondo (210 km / sec) nel nostro quartiere del Sole. Una nuova ricerca ha scoperto che le galassie a spirale più massicce ruotano più velocemente del previsto. Queste “super spirali”, la più grande delle quali pesa circa 20 volte di più della nostra Via Lattea, ruotano a una velocità fino a 350 miglia al secondo (570 km / sec).

Le super spirali sono eccezionali in quasi tutti i modi. Oltre ad essere molto più massicci della Via Lattea, sono anche più luminosi e di dimensioni fisiche maggiori. La più grande portata 450.000 anni luce rispetto al diametro di 100.000 anni luce della Via Lattea. Ad oggi sono note solo circa 100 super spirali. Le super spirali sono state scoperte come un’importante nuova classe di galassie mentre studiavano i dati dello Sloan Digital Sky Survey (SDSS) e del NASA / IPAC Extragalactic Database (NED).

“Le super spirali sono estreme sotto molti aspetti”, afferma Patrick Ogle dello Space Telescope Science Institute di Baltimora, nel Maryland. “Rompono i record per le velocità di rotazione.”

Ogle è il primo autore di un articolo che è stato pubblicato il 10 ottobre 2019 su Astrophysical Journal Letters . Il documento presenta nuovi dati sulle velocità di rotazione delle super spirali raccolte con il Southern African Large Telescope (SALT), il più grande singolo telescopio ottico nell’emisfero meridionale. Ulteriori dati sono stati ottenuti utilizzando il telescopio Hale di 5 metri dell’Osservatorio Palomar, gestito dal California Institute of Technology. I dati della missione WISE (Wide-field Infrared Survey Explorer) della NASA sono stati cruciali per misurare le masse di galassie in stelle e i tassi di formazione stellare.

Riferendosi al nuovo studio, Tom Jarrett dell’Università di Cape Town, in Sudafrica, afferma: “Questo lavoro illustra magnificamente la potente sinergia tra osservazioni ottiche e infrarosse delle galassie, rivelando i movimenti stellari con la spettroscopia SDSS e SALT e altre proprietà stellari – in particolare la massa stellare o “spina dorsale” delle galassie ospiti – attraverso l’imaging a infrarossi medi WISE “.

La teoria suggerisce che le super spirali ruotano rapidamente perché si trovano all’interno di nuvole o aloni incredibilmente grandi di materia oscura. La materia oscura è stata collegata alla rotazione delle galassie per decenni. L’astronoma Vera Rubin è stata pioniera nel lavoro sui tassi di rotazione delle galassie, dimostrando che le galassie a spirale ruotano più velocemente di quanto dovrebbe essere se la loro gravità fosse dovuta esclusivamente alle stelle e al gas costituenti. Un’ulteriore sostanza invisibile nota come materia oscura deve influenzare la rotazione delle galassie. Una galassia a spirale di una data massa in stelle dovrebbe ruotare a una certa velocità. Il team di Ogle scopre che le super spirali superano significativamente la velocità di rotazione prevista.

Le spirali super risiedono anche in aloni di materia oscura più grandi della media. L’alone più massiccio misurato da Ogle contiene abbastanza materia oscura da pesare almeno 40 trilioni di volte tanto quanto il nostro Sole. Quella quantità di materia oscura normalmente contiene un gruppo di galassie anziché una singola galassia.

“Sembra che la rotazione di una galassia sia determinata dalla massa del suo alone di materia oscura”, spiega Ogle.

Il fatto che le super spirali rompano la solita relazione tra la massa della galassia in stelle e la velocità di rotazione è una nuova prova contro una teoria della gravità alternativa nota come Newtonian Dynamics o MOND. MOND propone che sulle scale più grandi come galassie e ammassi di galassie, la gravità è leggermente più forte di quanto previsto da Newton o Einstein. Ciò causerebbe, ad esempio, che le regioni esterne di una galassia a spirale ruotino più velocemente di quanto altrimenti previsto in base alla sua massa di stelle. MOND è progettato per riprodurre la relazione standard nelle velocità di rotazione delle spirali, quindi non può spiegare valori anomali come le super spirali. Le osservazioni a spirale super suggeriscono che non è richiesta alcuna dinamica non newtoniana.

Nonostante siano le galassie a spirale più massicce dell’universo, le super spirali sono in realtà sottopeso in stelle rispetto a quanto ci si aspetterebbe dalla quantità di materia oscura che contengono. Ciò suggerisce che l’enorme quantità di materia oscura inibisce la formazione stellare. Ci sono due possibili cause: 1) Qualsiasi gas aggiuntivo che viene tirato nella galassia insieme si schianta e si riscalda, impedendogli di raffreddarsi e formare stelle, o 2) La rapida rotazione della galassia rende più difficile il collasso delle nuvole di gas, si chiama influenza della forza centrifuga.

“Questa è la prima volta che troviamo galassie a spirale che sono le più grandi che si possano mai ottenere”, dice Ogle.

Nonostante queste influenze dirompenti, le super spirali sono ancora in grado di formare stelle. Sebbene le più grandi galassie ellittiche formassero tutte o la maggior parte delle loro stelle più di 10 miliardi di anni fa, le super spirali stanno ancora formando stelle oggi. Convertono circa 30 volte la massa del Sole in stelle ogni anno, il che è normale per una galassia di quelle dimensioni. In confronto, la nostra Via Lattea forma circa una massa solare di stelle all’anno.

Ogle e il suo team hanno proposto ulteriori osservazioni per aiutare a rispondere alle domande chiave sulle super spirali, comprese osservazioni progettate per studiare meglio il movimento di gas e stelle all’interno dei loro dischi. Dopo il suo lancio nel 2021, il James Webb Space Telescope della NASA potrà studiare super spirali a grandi distanze e di conseguenza di età più giovane per imparare come si evolvono nel tempo. E la missione WFIRST della NASA può aiutare a localizzare più super spirali, che sono estremamente rare, grazie al suo ampio campo visivo.

Lo Space Telescope Science Institute sta espandendo le frontiere dell’astronomia spaziale ospitando il centro operativo scientifico del telescopio spaziale Hubble, il centro scientifico e operativo del James Webb Space Telescope e il centro operativo scientifico per il futuro Wide Field Infrared Survey Telescope ( WFIRST). La STScI ospita anche l’Archivio Mikulski per telescopi spaziali (MAST) che è un progetto finanziato dalla NASA per supportare e fornire alla comunità astronomica una varietà di archivi di dati astronomici ed è il deposito di dati per Hubble, Webb, Kepler, K2, TESS missioni e altro ancora.

PAROLE CHIAVE:GALASSIE GALASSIE A SPIRALE

CONTATTO: Christine Pulliam
Space Telescope Science Institute, Baltimora, Maryland
410-338-4366
cpulliam@stsci.edu

LINK CORRELATI:L’articolo scientifico di P. Ogle et al.

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Mosaico di super spirali

Mosaic of Super Spirals (Annotated)

Torna il Calendario CFHT-Coelum nella nuova edizione 2020!

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Torna il Calendario CFHT-Coelum
nella nuova edizione 2020!

Dodici spettacolari soggetti celesti in grado di farti volare tutti i mesi tra le stelle. Ecco il calendario 2019, frutto della collaborazione con il grande Canada France Hawaii Telescope (CFHT) delle Hawaii.

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I Soggetti del Calendario 2020

Gennaio: The Dolphin Nebula
Febbraio: Leo II group of galaxies
Marzo: Open star cluster Messier 7
Aprile: Face-on spiral galaxy NGC 3486
Maggio: The California nebula
Giugno: Open star cluster Messier 46
Luglio: Star formation region NGC 1333
Agosto: Reflection nebula IC 447
Settembre: Spiral galaxy NGC 4380
Ottobre: Emission nebula Sh2-140
Novembre: Reflection nebula NGC 1788
Dicembre: The Crescent nebula

Produzione

Edizioni Scientifiche Coelum e Canada-France-Hawaii Telescope, 2019.
@ CFHT/Coelum
All images by J.C. Cuillandre (CFHT) & Giovanni Anselmi.

Note Tecniche

Formato 30×42; 16 pagine
Confezione a spirale
Carta plastificata di grande pregio per una perfetta riproduzione dei colori e dei dettagli.

Come si può conciliare l’ipotesi di vita extraterrestre con la fede?

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APPROFONDIMENTI

UFO

Elena Schweitzer | Shutterstock Giovanni Marcotullio | Nov 07, 2018

Una famosa testata nazionale ha pubblicato un redazionale (che sembra ignorare gli stessi articoli pubblicati in precedenza sulla testata) in merito a un grosso detrito spaziale rimbalzato l’anno scorso sul sistema solare e poi schizzatone via. Una cometa mancata nella quale alcuni scienziati e giornalisti hanno ostinatamente voluto vedere “una sonda ufo”. Piccole nevrosi dogmatiche, che però rivelano qualcosa.

Un anziano accademico mi ha insegnato che l’aggettivo da usare per valutare una tesi scialba ma di cui non si è ancora certi che la commissione vorrà bocciarla è “suggestiva”. Quasi una vox media, l’aggettivo può essere declinato come attributo enfatico o come eufemistica stroncatura.

Per un pugno di clic

Quest’aggettivo appunto ha scelto la redazione di Repubblica (pezzo non firmato… è tutto dire) per tornare a divulgare l’ipotesi dei cervelloni di Harvard riguardo a un detrito spaziale alla deriva: la medesima testata aveva già scritto il 15 dicembre 2017, a firma di Matteo Marini, che dall’asteroide non giungeva alcun segnale “alieno”; tre giorni dopo era Anna Lisa Bonfranceschi, sempre su Repubblica, a spiegare che il “sigaro spaziale” non ha un’origine aliena. Alla vigilia dei Santi Pietro e Paolo di quest’anno, sulla solita Repubblica, era Giuliano Aluffi a far spiegare a Marco Micheli (astronomo dell’Esa) “la verità” sul corpo celeste: «È una cometa» [spenta, va da sé, altrimenti neppure se ne discuterebbe].

 Leggi anche: Ufo ed extraterrestri, tra spiritismo e magia

Si capisce come l’articolo comparso ieri sulla nota testata nazionale sia un (fin troppo) comune esemplare di “post acchiappaclic”, consistente in un titolo ruggente e in qualche riga di belati striminziti: dunque nulla di nuovo, altro che vita extraterrestre. L’essenziale del caso l’aveva scritto già il 21 novembre 2017 (sempre su Repubblica) la buona Anna Lisa Bonfranceschi:

OUMUAMUA nella lingua hawaiana significa “messaggero”. Il messaggero in questo caso è rossiccio, di aspetto allungato, arriva da lontano e prima di venirci a trovare ha viaggiato a lungo, per milioni di anni. Il messaggio che Oumuamua trasporta è racchiuso tutto nella sua orbita, perché il messaggero è un asteroide, il primo di origine extrasolare mai osservato. Un oggetto che, in altre parole, arriva da fuori il Sistema solare e che dopo esserci passato vicino si sta già allontanando. La storia di questo sigaro spaziale è raccontata oggi sulle pagine della rivista Nature.

Insomma un grosso sasso di origine ignota ma certamente esterna al sistema solare: forma singolare, velocità notevole… tutti attributi degnissimi di destare l’interesse della comunità scientifica e dei comuni mortali. La notizia sconcertante, si capisce, non è che i giornali cerchino di acchiappare clic (bisogna pur vivere: proprio ieri leggevo il roboante e assurdo titolo sul “dossier con cui costringono Bergoglio a mollare”), ma che a rincorrere le farfalle siano stavolta proprio i ricercatori dello Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics. Leggiamo infatti:

«Oumuamua potrebbe essere una sonda inviata intenzionalmente nelle vicinanze della Terra da una civiltà aliena», sostiene il rapporto, citato dalla Cnn. Si parla della possibilità che «viaggi nello spazio interstellare come un detrito grazie a un’attrezzatura tecnologica avanzata», spinto forse dalle radiazioni solari. L’alta velocità dell’oggetto, insieme alla sua traiettoria inusuale, fa pensare agli scienziati che non sia più funzionante.

Insomma, sintetizziamo: ha una forma strana, è “troppo veloce” e ha una traiettoria inusuale, non ne captiamo alcun segnale intelligibile e a stento immaginiamo quale tecnologia possa alimentare un manufatto durante un viaggio che supponiamo durare da “milioni di anni”… ma la risposta dei cervelloni di Harvard non è “le evidenze suggeriscono che si tratti di un detrito spaziale, certo interessante per alcune ragioni”, bensì: «Potrebbe essere una sonda mandata chissà come da chissà chi… ah, e come sonda sembra non funzionare più».

 Leggi anche: Il profeta Ezechiele descrive davvero un UFO?

I dogmatismi di certa scienza e il rigore della buona teologia

L’unica cosa evidentemente aliena alla natura umana, finora, è l’argomentazione. E questo – si badi – non ha a che vedere con la mera teoria dell’esistenza della vita extraterrestre, a cui la teologia si è finora interessata relativamente poco perché – qualcuno sarà forse sorpreso di saperlo – la teologia cristiana si basa sulla Rivelazione, e dunque non ammette sviluppi speculativi in mancanza di dati certi da cui partire.

Poiché tuttavia la mera ipotesi dell’esistenza di forme di vita extraterrestre nell’universo non appaia a oggi escludibile a priori, si capisce che la teologia cristiana si sia più volte provata a gettare qualche linea di riflessione in vista di ulteriori sviluppi. Con risultati alterni, normalmente proporzionali al rigore metodologico e alla prudenza delle ipotesi avanzate. Ad esempio Armin Kreiner, docente di teologia alla Ludwig Maximilians Universität di Monaco, ha pubblicato uno dei titoli più celebri (e più sbilanciati) del settore: il suo Gesù, gli ufo e gli alieni raccoglieva il dossier ufologico e lo poneva sul tavolo da lavoro del teologo cristiano. Correttamente Kreiner osservava che dal punto di vista cristologico la questione nodale sta nel comprendere la rilevanza dell’evento di Gesù rispetto a forme di vita extraterrestre. Più o meno come la questione dell’umanità degli indios tra XVI e XVII secolo, ma all’ennesima potenza perché stavolta dovremmo escludere non solo l’ipotesi monogenista in senso stretto, bensì ogni pensabile partecipazione degli alieni alla “natura umana”. Fin dal principio, per ipotesi.

 Leggi anche: Una cappella con Goldrake, i Gremlins e un extraterrestre?

L’errore di Kreiner sta in un incauto riferimento alle teologie di Bonaventura e Duns Scoto, i quali riferiscono sì la necessità dell’incarnazione di Cristo a tutto il mondo e non solo al peccato di Adamo, ma con questo intendevano che tutta la creazione è ipso facto precipitata nella maledizione dell’uomo, e assolutamente non prendevano in considerazione l’ipotesi – allora inconcepibile seriamente – di forme extraterrestri di vita intelligente. Insomma Kreiner prende due grandi dottori medievali e sulla loro scorta si spinge a dire che degli “avatar di Gesù” si potrebbero (o si sarebbero già potuti) incarnare altrove nell’universo. Cosa che oltre a risultare occamisticamente ridondante sarebbe cristologicamente inammissibile. A suo tempo Gianfranco Ravasi ne spiegò benissimo le ragioni:

Non per nulla l’editore italiano ha premesso al saggio di Kreiner un’introduzione critica di un altro docente, Andrea Aguti dell’università di Urbino, che punta – oltre ad alcune contestazioni nei vari passaggi argomentativi dello studioso tedesco – al centro cristologico nodale. Ed è qui che egli oppone alla pluralità indipendente dalle manifestazioni di Dio una differente proposta che ricentra il tutto nell’evento Cristo.

Esso, pur essendo “puntuale”, a causa della sua matrice trascendente non avrebbe solo un valore “localistico” ma cosmico, come suggerisce per altro l’apostolo Paolo: «È piaciuto a Dio che abiti in Cristo tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato col sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Colossesi 1,19-20; la tesi è ribadita in Efesini 1,10 ove Cristo è visto come l’asse “capitale” che unifica e salva l’intero essere). Si avrebbe, quindi, come dicono i teologi, una cristologia “inclusivista” che coordina nell’evento dell’Incarnazione tutta la relazione tra Creatore e creazione, la quale può avere modi espressivi diversi che le differenti religioni del nostro pianeta e le ipotetiche differenti umanità extraterrestri riflettono. Tanto per proporre un parallelo squisitamente cristiano: la celebrazione della Messa applica in tempi e luoghi diversi i frutti di un unico evento storico salvifico, la morte e risurrezione di Cristo, senza moltiplicarlo, e questo è possibile perché in quell’evento storicamente “unico” è in azione Dio che è eterno e infinito e può, quindi, estendersi con la sua azione in tutto il tempo e lo spazio.

O con le più concise parole di Piero Coda:

Anche gli extraterrestri, se esistono, sono creature di Dio e per la solidarietà che coinvolge tutta la creazione, rientrerebbero anche loro nel riscatto dal peccato originale.

Ha ragione Vladimiro Bibolotti, Presidente del Centro ufologico nazionale, a dire che la posizione della Chiesa si riassume bene nelle parole di mons. Tanzella-Nitti, astronomo e docente di Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università della Santa Croce:

I cristiani non hanno bisogno di rinunciare alla loro fede in Dio, semplicemente sulla base della ricezione di queste nuove informazioni inattese di carattere religioso ma che riguardano civiltà extraterrestri, una volta che il religioso verifica che queste civiltà aliene provengono al di fuori della Terra, dovranno condurre una rilettura del Vangelo comprensiva dei nuovi dati.

E dunque in una rassegna dei pronunciamenti impegnativi della Chiesa sulla questione anche noi ricorderemo L’Extraterrestre è mio fratello, l’intervista rilasciata da Padre José Gabriel Funes a Francesco Maria Valiante e comparsa su L’Osservatore Romano il 27 dicembre 2014; le interviste di mons. Corrado Balducci e quelle più recenti di padre Guy Consolmagno. In mancanza di ulteriori (e concreti) sviluppi, potranno moltiplicarsi le voci ma non gli elementi di riflessione. Su Avvenire il già ricordato professor Aguti aveva richiamato l’antica tesi della pluralità dei mondi,

In epoca moderna […] affermata tanto da pensatori cristiani (Cusano) quanto da critici del cristianesimo (Bruno) in base ad argomenti non troppo dissimili, ma anche negata da molti altri.

Ammettere molteplici mondi, tuttavia, è cosa filosoficamente distinta dall’ipotizzare l’attuale concomitanza alla nostra di forme di vita extraterrestre: anticamente i termini della questione venivano posti in senso metafisico, non astronautico. Alla mutazione della questione hanno contribuito naturalmente le grandi scoperte astronomiche del XV e XVI secolo, ma pure – ci si imbarazza a dirlo, ma ometterlo sarebbe grave errore – la narrativa fantascientifica che, soprattutto a mezzo cinematografico, ha profondamente in/de-formato l’immaginario comune (e l’opinione pubblica).

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Gli esperti della Specola Vaticana: possibili forme di vita extraterrestre

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 NEWS

GALAXY

The Atlantic Photo | Twitter | Fair Use Gelsomino Del Guercio | Lug 19, 2019

“Possiamo comprendere che un Dio infinito può concentrare la sua attenzione amorevole su qualunque altra creatura ci sia, ci possa essere o ci possa essere stata, in qualunque modo in questo universo”

Vita extraterrestre: gli esperti della Specola Vaticana non lo escludono. Fratel Gabriele Gionti, uno dei cosmologi del Papa, ne ha parlato con La Presse (19 luglio).

Gesuita, laureatosi in Fisica alla “Federico II” di Napoli, ha conseguito il dottorato in Fisica matematica, specializzandosi in Filosofia e in Teologia. Dal 2010 fa parte dello staff della Specola Vaticana, da studioso di gravità quantistica e teoria delle stringhe. Con la Specola, spiega, «facciamo ricerche osservative, ma anche ricerche più teoriche che hanno a che fare con teorie più scientifiche».

cosmologo della specola vaticana
Padre Gabriele Gionti

Mobilità spaziale? No grazie

Sul futuro della mobilità spaziale, prestata al turismo, nutre delle perplessità: «Ha un fine commerciale più che scientifico, va preso con le pinze, potrebbe essere pericoloso per chi si avventura. E poi è troppo costoso. Queste teorie per cui la Terra diventerà talmente invivibile da dover essere costretti a spostarsi su un altro pianeta potrebbero essere solo mosse pubblicitarie. Nessuno sa se potrebbe essere davvero così».

 Leggi anche: C’è una “nuova Terra”, ci sarà anche la vita?

Big Bang non spiega il mondo

Sul Big Bang? C’è scontro tra religione e scienza? «No, non c’è. Questi ‘scontri’ non sono veri e propri dissidi. Argomenti scientifici e argomenti teologici hanno superato questo conflitto, che nasce solo quando qualcuno vuole vedere nel Big Bang qualcosa che spiega tutto il nostro mondo. Nessuna teoria scientifica può spiegare tutto il nostro mondo».

«Sarebbe veramente strano se non ci fosse vita altrove nell’Universo», chiosa, «se fosse così sarebbe di per sé un argomento scientifico da spiegare» (In Terris, 19 luglio)

L’immensità della Creazione

Fratel Guy Consolmagno, direttore della Specola, evidenzia: «Come credenti, abbiamo imparato che confinare la nostra comprensione di Dio solo al pianeta Terra ha reso Dio – o almeno, la nostra immagine di Dio – troppo piccolo. Il salmista lo sapeva bene, del resto, così come i profeti: quando parlavano delle stelle cantavano a Dio, il loro Creatore. Ma proprio perché apprezziamo l’immensità della creazione possiamo accorgerci di quanto immenso sia Dio».

ALIEN
E’ possibile che esistano gli alieni?

Gli “alieni”

A partire da questo, prosegue Consolomagno, «possiamo comprendere che un Dio infinito può concentrare la sua attenzione amorevole su ciascuno di noi, non soltanto qui e ora sul pianeta Terra ma su qualunque altra creatura ci sia, ci possa essere o ci possa essere stata, in qualunque modo in questo universo. Persino se ci fossero forme indicibilmente bizzarre in qualche luogo lontano dalla Terra non sarebbero “alieni”, ma figli dello stesso Padre.  Questo dovrebbe collocare i nostri problemi in un’altra prospettiva, farci fermare a riflettere e darci speranza» (Toscana Oggi, 21 luglio).

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