Alla deriva negli anni-luce

Città del Vaticano/Vatican City, Collaborazione Specola Vaticana/Vatican Observatory Collaboration, Compagnia di Gesù/Society of Jesus, Consorzio Telescopio dell'Orizzonte degli Eventi/Event Horizon Telescope Consortium (Ehtc), Father David Brown SJ, Father Gabriele Gionti SJ, Father George V. Coyne SJ - Director of the Vatican Observatory (1978 - 2006), Fisica/Physics, Fratello Guy Joseph Consolmagno SJ, Geologia/Geology, Gesuiti/Jesuits, Grande Schieramento Millimetrico di Antenne Radio in Atacama/Atacama Large Millimeter Array (ALMA), Intelligenza Artificiale/Artificial Intelligence, Matematica/Mathematics, Oggetti Volanti Non Identificati (OVNI)/Unidentified Flying Objects (UFO), Osservatori Astronomici Australiani/Australian Astronomical Observatories, Osservatori Astronomici/Astronomical Observatories, Osservatorio Australe Europeo (ESO)/European Southern Observatory (ESO), Osservatorio del Sud Europeo (ESO)/European Southern Observatory (ESO), Osservatorio di Antenne Radio di un Chilometro Quadrato/Square Kilometre Array Observatory (SKAO), Osservatorio Europeo del Sud (ESO)/European Southern Observatory (ESO), Padre David Brown SJ, Padre Gabriele Gionti SJ, Padre George V. Coyne SJ - Direttore della Specola Vaticana (1978 - 2006), Pianeti del Sistema Solare/Planets of the Solar System, Progetto SETI/SETI Project, Sonde Interplanetarie/Interplanetary Probes, Specola Vaticana/Vatican Observatory, Storia dell'Astrofisica/History of Astrophysics, Telescopi Spaziali/Space Telescopes, Telescopio Spaziale James Webb/James Webb Space Telescope, Vita Extraterrestre/Extraterrestrial Life, Vita intelligente Extraterrestre/Extraterrestrial intelligent Life

ALLA DERIVA NEGLI ANNI-LUCE

appunti di Astronomia per un viaggio nel Cosmo tra pianeti, stelle e galassie a cura di STEFANO SCHIRINZI

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Stefano Schirinzi

“Ho amato troppo le stelle per aver paura della notte”: adoro questa frase di G. Galilei perché riassume la mia viscerale passione per l’Astronomia. Fu all’età di 5-6 anni che rimasi affascinato da alcune immagini in un libro: splendide comete, la Luna e i pianeti, la grandezza Sole, stelle immense e galassie dalla delicata forma a spirale si impressero nella mia mente, cui si aggiunse, qualche tempo dopo, l’osservazione delle stelle sotto cieli scuri, evento che lasciò in me un marchio indelebile nel momento in cui realizzai le enormi distanze cosmiche. Tra studi effettuati in proprio e all’Università e le osservazioni al telescopio, scoprii di avere una particolare propensione per la divulgazione dell’Astronomia, che per me equivale a sviluppare nel prossimo la curiosità verso l’Universo che ci circonda. Presidente del Circolo Culturale Astrofili Trieste, nel corso di lunghi anni ho accumulato centinaia di ore passate al telescopio; ho all’attivo oltre trecento conferenze, l’insegnamento dell’Astronomia in corsi ad hoc e in scuole medie e superiori, oltre un centinaio di pubblicazioni su riviste specializzate del settore.

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Apex guarda nel cuore dell’oscurità

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28 MAG 2018

di Maura Sandri

L’aggiunta di Apex all’Event Horizon Telescope rivela nuovi dettagli nella struttura asimmetrica e non puntiforme della sorgente Sgr A * al centro della Via Lattea. Il miglioramento della risoluzione angolare conseguito grazie ad Apex rivela ora dettagli dell’ordine di 36 milioni di km: dimensioni che sono solo 3 volte più grandi dell’ipotetica dimensione del buco nero (3 raggi di Schwarzschild). Tutti i dettagli su The Astrophysical Journal.

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Rappresentazione schematica delle osservazioni Vlbi a 1,3 mm di Sagittario A* (Sgr A*) nel centro Galattico, eseguite nel 2013. I riquadri mostrano le possibili forme della sorgente di emissione che risultano essere coerenti con le misurazioni. Per una migliore visualizzazione delle dimensioni angolari, sui modelli viene sovrapposto un cerchio bianco di 50 micro secondi d’arco. La posizione del telescopio Apex nell’emisfero meridionale, in Cile, fornisce linee di base interferometriche più lunghe, consentendo di raggiungere una risoluzione angolare migliore del doppio rispetto alle osservazioni precedenti. Questa configurazione consente infatti di ottendere una risoluzione spaziale di soli 3 raggi Schwarzschild in Sgr A *. Crediti: Eduardo Ros / Thomas Krichbaum (MPIfR)

Gli astronomi stanno tentando di trovare la prova definitiva della teoria della relatività generale di Einstein, cercando di ottenere un’immagine diretta dell’ombra di un buco nero. Questa osservazione è possibile combinando il segnale proveniente da radiotelescopi sparsi in tutto il mondo, utilizzando la tecnica chiamata interferometria a lunghissima base (Very Long Baseline Interferometry, Vlbi). I radiotelescopi coinvolti sono posizionati ad altitudini elevate per ridurre al minimo il disturbo derivante dall’atmosfera, in siti remoti caratterizzati da un cielo sereno, e stanno osservando la radiosorgente compatta Sagittarius A* (Sgr A*), localizzata al centro della Via Lattea.

Il team coinvolto in questa ricerca ha osservato Sgr A* nel 2013, utilizzando i radiotelescopi Vlbi posizionati in quattro siti diversi: il telescopio Apex in Cile, l’array Carma in California, il Jcmt e lo Smaalle Hawaii e il telescopio Smt in Arizona. Sgr A* è stato rilevato in tutte le stazioni e la lunghezza della linea di base (baseline) più lunga ha raggiunto quasi 10mila chilometri, consentendo di raggiungere una risoluzione angolare tale da rivelare una sorgente ultra-compatta e asimmetrica (non puntiforme).

«La partecipazione del telescopio Apex quasi raddoppia la lunghezza delle linee di base più lunghe, rispetto alle osservazioni precedenti, e consente di ottenere una risoluzione spettacolare di soli 3 raggi di Schwarzschild», afferma Ru-Sen Lu del Max Planck Institute for Radio Astronomy (MPIfR) di Bonn, in Germania, autore principale della pubblicazione. «Con tale risoluzione è stato pertanto possibile rivelare i dettagli della radio sorgente centrale, che sono più piccoli delle dimensioni attese del disco di accrescimento», aggiunge Thomas Krichbaum, promotore delle osservazioni mm-VLBI con Apex.

La posizione di Apex nell’emisfero australe migliora considerevolmente la qualità dell’immagine di una sorgente posizionata così a sud nel cielo quale è Sagittarius A * (-29 gradi di declinazione). Apex ha spianato la strada verso l’inclusione di Alma nelle osservazioni dell’Event Horizon Telescope (Eht), che attualmente vengono eseguite una volta all’anno.

«Abbiamo lavorato duramente, a un’altitudine di oltre cinquemila metri, per installare l’attrezzatura che ha permesso a Apex di fare osservazioni Vlbi a una lunghezza d’onda di 1,3 mm», afferma Alan Roy di MPIfR, guida del team Vlbi all’Apex. «Siamo orgogliosi delle buone prestazioni che Apex ha dimostrato di possedere in questo esperimento». Il radiotelescopio Apex da 12 m è stato dotato di attrezzature speciali, tra cui registratori a banda larga e un maser a idrogeno molto stabile per eseguire osservazioni interferometriche congiunte con gli altri telescopi Vlbi.

Il team ha utilizzato una procedura di fitting per studiare la struttura di Sgr A* alla scala dell’orizzonte degli eventi. «Abbiamo iniziato a capire quale potrebbe essere la struttura alle scale dell’orizzonte degli eventi, piuttosto che trarre generiche conclusioni dalle visibilità campionate. È molto incoraggiante constatare che una struttura ad anello concorda molto bene con i dati raccolti, anche se non possiamo escludere altri modelli, ad esempio una composizione di spot brillanti», aggiunge Ru-Sen Lu. Le future osservazioni, che verranno effettuate con più telescopi aggiunti a Eht, risolveranno le ambiguità residue ancora insite in queste immagini.

Il buco nero al centro della nostra galassia è inserito in un mezzo interstellare denso, che potrebbe influenzare la propagazione delle onde elettromagnetiche lungo la linea di vista. «Tuttavia, la scintillazione interstellare, che in teoria può portare ad avere distorsioni dell’immagine, non sembra essere un effetto dominante alla lunghezza d’onda di 1,3 mm», afferma Dimitrios Psaltisdell’Università dell’Arizona, project scientist di  Eht.

«I risultati ottenuti sono un passo importante verso lo sviluppo dell’Event Horizon Telescope», afferma Sheperd Doeleman del Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics e direttore del progetto Eht. «L’analisi di nuove osservazioni, che dal 2017 include anche Alma, ci porterà a compiere un altro passo avanti nell’osservazione per immagini (imaging) del buco nero al centro della nostra Galassia».

Per saperne di più:

https://goo.gl/JXQrPk
233 - 2019
https://view.joomag.com/coelum-astronomia-233-2019/0903546001555344806
232 - 2019
https://view.joomag.com/coelum-astronomia-232-2019/0264288001552836202
231 - 2019
https://view.joomag.com/coelum-astronomia-231-2019/0467113001550567469
230 - 2019
https://view.joomag.com/coelum-astronomia-230-2019/0304338001547805320

Tag: ApexBuco NeroEvent Horizon Telescopeorizzonte degli eventiSagittarius A*Via Lattea

Fonte: Media INAF

Tutto pronto per la foto del secolo

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15 MAR 2019

di Corrado Ruscica

ATTESI A BREVE I RISULTATI PRELIMINARI DI EHT Un grande evento attende astronomi, scienziati e curiosi: se tutto andrà bene, dovrebbe diventare presto disponibile la prima “immagine” ad alta risoluzione mai realizzata di un buco nero, o più precisamente della sua “ombra”. Per saperne di più, Media Inaf ha raggiunto Ciriaco Goddi, responsabile scientifico del progetto BlackHoleCam, che ci svela il ”dietro le quinte” dell’esperimento più atteso dell’anno

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L’immagine illustra una simulazione numerica relativa al moto del gas magnetizzato che ruota attorno al buco nero emettendo onde radio in banda millimetrica. Si nota anche come viene piegata e assorbita la luce dal buco nero. Crediti: M. Moscibrodzka, T. Bronzwaar & H. Falcke

Gli astronomi dell’Event Horizon Telescope Consortium (Ehtc) sono ottimisti. Dopo quasi due anni di elaborazione e analisi di circa quattro petabytes di dati raccolti dalle osservazioni di Sagittarius A* e M 87, realizzate con grande rigore scientifico, verifiche e controlli di qualità, si attende la pubblicazione dei primi risultati. Se questo tentativo avrà successo, le uniche, spettacolari immagini ottenute da un insieme di 8 radiotelescopi sparsi sul globo potrebbero fornire agli astronomi nuovi indizi per verificare le predizioni della relatività generale in condizioni estreme di gravità. Per saperne di più, Media Inaf ha raggiunto Ciriaco Goddi, segretario del consiglio scientifico del consorzio Eht, che ci svela in questa intervista esclusiva il “dietro le quinte” dell’esperimento più atteso dell’anno.

Come sono andate le osservazioni, soprattutto dal punto di vista meteorologico?

«Abbiamo condotto due campagne osservative, la prima nell’aprile 2017 e la seconda nello stesso mese del 2018. Posso affermare, con nostra grande soddisfazione, che le osservazioni del 2017 si sono rivelate un successo totale. Non abbiamo avuto problemi tecnici, se non minimi, e tutti i protocolli necessari per gestire la comunicazione in tempo reale dei radiotelescopi coinvolti nell’esperimento, che hanno osservato simultaneamente la stessa sorgente, hanno funzionato impeccabilmente. Ma il fattore di gran lunga più importante per il successo delle osservazioni sono state le condizioni meteorologiche favorevoli. Abbiamo avuto cieli sereni, è il caso di dire, con pochissima umidità in tutti i siti durante il periodo delle osservazioni e questo non era certamente scontato, perciò siamo stati davvero fortunati. Tuttavia durante le sei notti in cui abbiamo effettuato le osservazioni del 2018 le cose sono andate diversamente. Ricordo, ad esempio, tre notti di tempeste di neve su Mauna Kea nelle Hawaii, la chiusura causa vento per quasi due giorni del Sub-Millimeter Telescope (in Arizona), il nuovo ricevitore commissionato dal Large Millimeter Telescope (in Messico) non disponibile da subito per le osservazioni, lo strumento Atacama Pathfinder EXperiment disponibile in certe notti a causa di lavori tecnici… E tra gli altri un episodio singolare, accaduto in Messico, dove un commando ha assaltato la jeep degli astronomi causando la chiusura dell’osservatorio negli ultimi cinque giorni. Dunque, tutti i nostri sforzi si sono concentrati principalmente sui dati del 2017, che sono di qualità eccellente».

Ciriaco Goddi presso la control room di Alma.

Quante persone sono state coinvolte per realizzare le osservazioni?

«Ci sono almeno tre o quattro persone dell’Event Horizon Telescope Consortium che si recano in ogni sito a condurre le osservazioni. Questo vuol dire una trentina di persone, se consideriamo gli otto osservatori che hanno partecipato all’esperimento. Inoltre, poiché ogni sito costituisce un osservatorio indipendente, con personale tecnico e scientifico specializzato, di solito ci sono altri due o tre astronomi e un operatore tecnico che lavorano di base in ognuno degli osservatori. A queste si aggiunge un gruppo di circa cinque persone che costituiscono il “centro operativo”, che ha sede all’università di Harvard. Quindi in totale parliamo di circa 60 persone. Per quanto riguarda ALlma, solo due membri fanno parte del progetto Eht: un astronomo del Mit-Haystack Observatory, responsabile dello sviluppo e mantenimento del software, e io che sono responsabile della calibrazione e validazione dei dati acquisiti. Entrambi presidiamo alle osservazioni, trascorrendo fino a tre settimane nel deserto dell’Atacama, assieme a decine di altre persone, tra cui astronomi di supporto, operatori tecnici e ingegneri, perciò non ci sentiamo soli».

Le vostre attese hanno avuto un riscontro positivo?

«Direi di sì. Siamo ora nella fase finale di produzione ed elaborazione dei dati, per cui non mi posso sbilanciare molto in questo momento. Posso però dire che i risultati preliminari appariranno a breve su riviste specializzate e, chissà, anche la tanto attesa “foto del secolo” potrebbe essere pubblicata molto presto. Al momento vi posso solo assicurare che non mancheranno le sorprese e i risultati non deluderanno le attese».

Ciriaco Goddi e sullo sfondo il complesso sistema di antenne di Alma.

Che ruolo ha giocato il radiotelescopio Alma?

«L’Atacama Large Millimeter Array (Alma) è un elemento fondamentale per questo progetto scientifico. Situato nel deserto di Atacama – nelle Ande Cilene, il più alto e secco al mondo, a 5100 metri sul livello del mare – è il radiotelescopio più sensibile mai costruito in banda millimetrica, con ben 54 antenne di 12 metri di diametro (e altre 12 antenne più piccole di 7 metri di diametro). Durante le osservazioni con l’Eht, buona parte delle sue antenne di 12 metri di diametro (di solito una quarantina) vengono combinate creando virtualmente un unico elemento equivalente a un gigantesco radiotelescopio di circa 70 metri di diametro. Questa “trasformazione” (da interferometro a singolo elemento), di cui sono responsabile, richiede un lavoro certosino di calibrazione dei segnali delle singole antenne che permette di avere, alla fine di questo processo, un salto di qualità nelle prestazioni dell’Eht, sia in termini di risoluzione che di sensibilità. In altre parole, Alma agisce come uno strumento di riferimento nel momento in cui dobbiamo analizzare il segnale che proviene dalle altre antenne più piccole e meno sensibili, permettendo così di ridurre il rumore di fondo almeno di un ordine di grandezza. Inoltre, la sua posizione nell’emisfero australe consente di osservare sorgenti importanti, come appunto il nostro centro galattico, Sagittarius A* (Sgr A*), che pensiamo ospiti un buco nero supermassivo di circa 4 milioni di masse solari».

Come si osserva “simultaneamente” Sgr A* – o le altre sorgenti – con i radiotelescopi coinvolti nell’esperimento?

«Gli obiettivi dell’Eht sono sostanzialmente due: il buco nero supermassivo che risiede nel nucleo della nostra galassia (Sgr A*), a circa 26mila anni luce, e M87 il buco nero supermassivo di una galassia ellittica gigante situata a circa 50 milioni di anni luce. Anche se M87 è circa duemila volte più lontana, il buco nero è circa duemila volte più massivo, per cui le dimensioni angolari sottese da entrambi i buchi neri (circa 50 microsecondi d’arco) risultano simili. Per osservare oggetti che sottendono dimensioni angolari così piccole utilizziamo l’interferometria radio a lunghissima linea di base (Vlbi). Si tratta di una tecnica molto potente che permette di realizzare immagini di radiosorgenti ad altissima risoluzione. Il Vlbi sfrutta una rete globale di radiotelescopi, in genere da 12 a 30 metri di diametro, situati nei diversi continenti in modo da formare virtualmente un enorme telescopio delle dimensioni della Terra. Ovviamente, più antenne sono coinvolte e maggiore risulta la qualità dell’immagine finale. Ora, se da un lato non possiamo costruire migliaia di antenne, essendo molto costose, dall’altro la rotazione terrestre ci viene fortunatamente in aiuto, perché cambia la posizione dei singoli telescopi – e perciò delle linee di base – come “visti” dalla sorgente. Questo processo consente effettivamente di campionare meglio la struttura attraverso orientazioni diverse, anche con pochi ma ben localizzati radiotelescopi. In questo caso, la risoluzione dell’immagine aumenta con la distanza tra i radiotelescopi, che chiamiamo linea di base, un po’ simile a quella di una normale antenna il cui potere risolutivo aumenta con il diametro della parabola. I segnali radio che arrivano sulle singole antenne vengono prima registrati dai ricevitori per poi essere digitalizzati e copiati su dischi rigidi. I supporti vengono spediti a un centro di elaborazione dati (non via internet, perché stiamo parlando di petabytes, ma tramite aereo che risulta il mezzo più veloce). Per il nostro progetto abbiamo utilizzato due super-computer, detti correlatori: uno si trova all’Haystack Observatory del Mit, nel Massachusetts, e l’altro è situato presso il Max Planck Institut fur Radioastronomie, a Bonn. Il correlatore combina i segnali tra coppie di antenne creando post-factol’interferenza delle onde radio rilevate dai singoli radiotelescopi. I segnali devono essere sincronizzati con altissima precisione, il che significa che dobbiamo utilizzare orologi atomici estremamente accurati per misurare i loro tempi di arrivo sulle singole antenne. Una volta che i segnali di tutte le coppie di antenne vengono combinati, possiamo ricostruire l’immagine della sorgente radio. Dunque, operando insieme, le antenne simuleranno un singolo, gigantesco, telescopio delle dimensioni della Terra che ci permetterà di “intravedere” l’orizzonte degli eventi – quel confine che circonda i buchi neri dove tutto ciò che passa non torna mai più indietro – e rivelare la cosiddetta “ombra” del buco nero, che nelle sorgenti in questione ci aspettiamo sottenda una dimensione di 50 microsecondi d’arco (un po’ come distinguere una pallina da tennis sulla Luna)».

A quali frequenze radio sono state condotte le osservazioni?

«L’Eht osserva a lunghezza d’onda radio intorno a 1.3 mm, che corrisponde ad una frequenza di circa 230 GHz. Prima di Eht, la tecnica Vlbi è stata applicata a frequenze radio relativamente basse (1-90 GHz). Nonostante le cose si complichino verso le più alte frequenze, tuttavia ci sono diverse ragioni per spingere il Vlbi oltre i 100 GHz. Primo: il potere risolutivo aumenta con la frequenza e per ottenere la risoluzione desiderata, cioè 50 microsecondi d’arco con un telescopio delle dimensioni corrispondenti al diametro della Terra, si deve andare necessariamente sopra i 100 GHz. Secondo: a frequenze al di sotto di 100-200 GHz, l’ombra del buco nero rimane ancora nascosta dietro al plasma, che circonda il buco nero stesso, oscurandone la vista. Alle alte frequenze a cui opera Eht, come ad esempio 230 GHz, il plasma diventa trasparente ed emette radiazione nelle immediate vicinanze dell’orizzonte degli eventi. Quindi, osservando ad alte frequenze è come se si aprisse una sorta di “velo” che ci lascia intravedere cosa si cela dietro».

Quante ore sono state impiegate per realizzare le osservazioni?

«Come in tutti gli osservatori astronomici, anche per l’Eht il tempo viene assegnato da una commissione di esperti, il Time Allocation Committee (Tac), che dopo aver selezionato diverse proposte osservative valuta il merito scientifico dei singoli progetti. Nella pratica le proposte osservative di Eht sono approvate sostanzialmente dal Tac di Alma, poiché si tratta di gran lunga del radiotelescopio più richiesto del network. Finora, nell’ambito di Eht sono state utilizzate quasi tutte le ore concesse (circa 60 ore sia per il run del 2017 che del 2018) – fatto non scontato, in quanto possono sorgere problemi tecnici o condizioni meteo avverse non prevedibili. Per quanto riguarda il limite massimo di ore a disposizione, con l’Eht ogni singolo radiotelescopio normalmente osserva la sorgente per tutto il tempo possibile, cioè dal sorgere fino al tramonto: quindi avere più ore per sorgente, e per notte, servirebbe a poco. Una cosa molto utile sarebbe, invece, osservare la stessa sorgente a epoche diverse durante l’anno, in modo da evidenziare l’eventuale variabilità dell’emissione radio o l’apparire di nuove componenti. Ciò fornirebbe informazioni importanti sullo stato fisico del plasma che circonda il buco nero (pensate a un blob di gas che orbita intorno al buco nero prima di venire ingoiato). Al momento, però, non è possibile osservare in diversi periodi dell’anno, per un fatto puramente logistico: organizzare campagne osservative globali e coordinare insieme una decina di telescopi è una sfida non da poco. Per cui concentriamo le osservazioni in una finestra di circa dieci giorni all’anno. Ad ogni modo, da quello che impareremo dai dati raccolti finora decideremo se sarà necessario, o meno, cambiare la nostra strategia osservativa».

Ciriaco Goddi durante la fase di controllo dei segnali registrati dalle antenne di Alma.

Quanti dati avete raccolto e quanto tempo ci è voluto per analizzarli?

«Nel 2017 abbiamo raccolto qualcosa come quattro petabytes di dati, ossia 4000 terabytes! Nel 2018 abbiamo registrato una banda doppia, quindi il doppio dei dati (almeno in termini di bytes). L’ordine di grandezza è di un petabyte per telescopio, quindi il volume totale di dati ammonta a circa 10 petabytes. Abbiamo impiegato un anno e mezzo a ridurre, calibrare, validare e analizzare i dati acquisiti nel 2017 e, ovviamente, convertirli in immagini radio delle sorgenti. Devo ammettere che inizialmente eravamo troppo ottimisti, nel senso che avevamo preventivato di produrre i primi risultati entro un anno dalle osservazioni. In realtà, ci sono due ragioni fondamentali che giustificano questo “ritardo”. La prima è che abbiamo avuto bisogno di più tempo per creare tutto il software di analisi necessario, essendo la prima volta che vengono acquisiti dati di questo genere. La seconda ragione è più sottile, ma non meno importante: paradossalmente, capire in maniera estremamente dettagliata e accurata i dati dell’Eht è stato molto difficile proprio per la loro elevata qualità, che ci ha permesso di evidenziare caratteristiche ed errori sistematici che non si sono mai visti prima, essendo “sepolti” nel rumore. Per fortuna il gigante Alma ha giocato un ruolo fondamentale nel processo di elaborazione dei dati, che d’ora in poi – cioè per la seconda serie di dati che analizzeremo – dovrebbe rivelare meno sorprese e procedere più speditamente».

Quali controlli avete introdotto, e quali modalità avete seguito per l’elaborazione dei dati, al fine di evitare eventuali contaminazioni?

«Dato che il nostro obiettivo è quello di “vedere” la famosa ombra del buco nero, che sottende piccolissime dimensioni angolari, e rivelare minime strutture nell’immagine che siano riconducibili a eventuali deviazioni dalle predizioni della teoria di Einstein, abbiamo sempre verificato qualsiasi anomalia durante tutte le fasi di calibrazione e analisi dei dati e, soprattutto, abbiamo eseguito delle analisi indipendenti e una serie di controlli incrociati. Per essere più precisi, al fine di testare la validità dei dati sono stati utilizzati metodi di confronto incrociato seguendo tre passaggi fondamentali. Primo, la correlazione dei dati: i due super-computer (quello del Mit nel Massachusetts e quello del Max Planck Institut a Bonn) hanno correlato indipendentemente i segnali fra coppie di antenne, fornendo prestazioni identiche e rivelando lo stesso segnale. Secondo, la calibrazione dei dati: i dati provenienti dai due correlatori sono stati ulteriormente elaborati con tre software indipendenti, fornendo dei risultati compatibili entro gli errori. Terzo, nel processo di conversione da dati interferometrici a immagini radio abbiamo usato due metodologie distinte: una si basa su metodi tradizionali, che fanno uso di software classici, e un’altra è più innovativa, concepita nel caso specifico di un insieme di antenne che hanno partecipato al progetto Eht. Anche in questo caso le immagini che abbiamo ottenuto dalle analisi parallele sono compatibili entro gli errori. Devo dire che in quasi vent’anni che mi occupo di Vlbi non ho mai visto analizzare un insieme di dati radio con tanta scrupolosità e controlli incrociati. Qualche collega può contraddirmi, se vuole, ma mi sento di affermare che questo è l’insieme di dati radio più esaminato della storia del Vlbi».

Dato che nessuno hai mai visto un buco nero, come facciamo a capire che avremo finalmente “visto” qualcosa?

«Questa non è per niente una domanda scontata. Il nostro obiettivo principale, come astronomi osservativi, è fare delle misure e analizzare i dati nella maniera più accurata, oggettiva e riproducibile possibile. Dopodiché, i nostri risultati vengono esaminati dal gruppo di teorici che passano al setaccio tutti i modelli possibili (inclusi i modelli alternativi ai buchi neri). Da un confronto certosino di questi modelli con i dati, potremo finalmente dare la risposta tanto attesa se si tratta effettivamente di un buco nero, così come previsto dalla relatività generale, oppure no. Vi lascio, per ora, con la suspense. Infatti, uno degli obiettivi a lungo termine del nostro progetto è quello di testare l’ormai centenaria teoria di Einstein, che – nonostante descriva generalmente bene l’universo osservato fino ad oggi – potrebbe presentare alcune deviazioni proprio in prossimità di un buco nero a causa dell’estrema gravità. Quindi, la teoria di Einstein potrebbe non essere la teoria finale dell’universo, che forse dovremo ancora scoprire. Ecco perché c’è un grande interesse nell’osservare queste regioni estreme dello spazio. Insomma, questa famigerata “foto del secolo” rappresenterà un altro passo in avanti nel nostro modo di comprendere i grandi misteri dell’universo e un bellissimo esempio di collaborazione internazionale nell’ambito dello sviluppo tecnologico e del progresso scientifico».


Sorprendente Sistema Solare
KBO e pianeti nani alla riscossa!

Coelum Astronomia di Marzo 2019 
Ora online, come sempre in formato digitale, pdf e gratuito.

Tag: EHTEvent Horizon TelescopeEvent Horizon Telescope ConsortiumSagittarius A*Sgr A*

Fonte: Media INAF

Tutta la potenza delle stelle vista dal centro della Via Lattea

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di Redazione Coelum Astronomia

In attesa dei risultati dell’EHT, annunciati per il 10 aprile, una nuova simulazione ci porta al centro della Via Lattea, idealmente seduti sull’orizzonte degli eventi di Sagittarius A*, ad ammirare lo spettacolo della mostruosa potenza dei venti stellari di stelle giganti che interagiscono con i flussi di gas in caduta verso il buco nero.

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Un frame della simulazione che ci mostra un flusso di gas che si scontra con il materiale emesso da stelle giganti, il tutto nel teatro delle enormi forze mareali attorno al buco nero supermassicio al centro della Via Lattea. Crediti: NASA/CXC/Pontifical Catholic Univ. of Chile /C.Russell et al.

Finalmente ci siamo! Dall’ESO è arrivato l’annuncio di una conferenza stampa per il 10 aprile, in cui la Commissione Europea, il Consiglio europeo per la Ricerca e il progetto EHT (Event Horizon Telescope) presenteranno “un risultato rivoluzionario da parte dell’EHT”. Sono due anni che attendiamo notizie su quella che è stata chiamata “la foto del secolo”, una ripresa di Sagitarius A* (in breve Sgr A*), il buco nero supermassiccio al centro della nostra Via Lattea, o per lo meno della sua “ombra” (non potendolo, come sappiamo, osservare in modo diretto, ma potendo solo vedere quel che accade attorno al suo confine).

A quanto pare ci siamo…

Per conoscere qualcosa di più della nostra galassia, grazie agli ultimi dati della DR2 di Gaia, trovate un articolo di approfondimento nel nuovo numero di Coelum astronomia, in questi giorni online, dal titolo “I Segreti della Via Lattea”, come sempre in formato digitale e a lettura gratuita.

Mentre nell’attesa della conferenza stampa possiamo goderci questo nuovo video che ci porta al centro della nostra galassia, dal punto di vista di Sgr A*. Nel filmato che vedete qui sotto, un video a 360°, abbiamo infatti l’opportunità  di guardarci attorno come se fossimo seduti sull’orizzonte degli eventi del buco nero al centro della nostra galassia.

La simulazione è stata ottenuta grazie al supercomputer NASA Ames che ha combinato dati dell’Osservatorio a raggi X Chandra per mostrarci gli effetti dell’interazione di dozzine di enormi giganti stellari e dei loro feroci venti che soffiano via il loro guscio superficiale verso la regione che, a pochi anni luce di distanza, segna i confini del buco nero. Venti che forniscono il materiale di cui il buco nero si nutre.

Vediamo allora nugoli densi di materiale fluire dalle stelle verso Sgr A*, che si formano quando i venti stellari delle stelle giganti si scontrano tra loro. Lungo il loro fluire possiamo osservare nubi di gas a densità relativamente più bassa cadere verso il buco nero. Tutto questo era già visibile in una precedente simulazione, in questa nuova versione vediamo in  blu e ciano l’emissione di raggi X da gas caldo, con temperature di decine di milioni di gradi. Il colore rosso ci indica regioni moderatamente dense di gas più freddo, con temperature di decine di migliaia di gradi mentre in giallo vediamo lo spettacolo dei gas più freddi con le più alte densità.

Allontanandosi dal centro, vediamo le nubi di gas con emissione in raggi X muoversi più lentamente, con una velocità che aumenta man mano che si avvicinano sfrecciando attorno all’osservatore al centro della galassia. Un lampo di raggi X viene emesso quando questi flussi si scontrano con il gas espulso da altre stelle, quando il gas viene riscaldato dall’impatto per poi raffreddarsi velocemente.

Quando si verifica un’esplosione in gas molto vicini al buco nero, questo si scontra con il materiale in arrivo dalle stelle giganti, spingendolo indietro e facendolo anch’esso brillare nei raggi X, per poi spegnersi man mano che l’esplosione si attenua.

Questa simulazione a 360°  dal centro galattico è stata idealmente progettata per la visualizzazione in realtà virtuale, attraverso occhiali come i Samsung Gear VR o il Google Cardboard, ma può essere goduta anche sullo schermo di uno smartphone tramite l’app YouTube (cliccando sul video qui sotto). Grazie ai sensori di movimento ci si può “guardare attorno” attraverso lo schermo del telefono, muovendosi nello spazio come se fosse un dispositivo per realtà virtuale (come nelle foto panoramiche o in tutte quelle app di osservazione del cielo, ad esempio). Tramite browser possiamo invece guardarci attorno cliccando nel video, qui sotto, e trascinando con il mouse la scena nella direzione desiderata.

Questa nuova simulazione è stata presentata al 17 ° Meeting di Astrofisica delle alte energie (HEAD)dell’American Astronomical Society tenutosi a Monterey, in California, dal 17 al 21 marzo scorso, da Christopher Russell della Pontificia Università Cattolica del Cile (Pontifical Catholic University), che ne aveva curato anche la prima versione.

E ora… tutti in attesa del vero volto di Sagittarius A*!


I Segreti della Via Lattea
Il nuovo volto e il destino della nostra galassia svelati da Gaia!

Coelum Astronomia di Aprile 2019 
Ora online, come sempre in formato digitale, pdf e gratuito.

Tag: Event Horizon TelescopeSagittarius A*Sgr A*

Fonte: Chandra X Ray Observatory

All’orizzonte degli eventi di Sgr A*. Tutti i canali per seguire la diretta.

Astrofisica/Astrophysics, Astronomi Gesuiti/Jesuit Astronomers, Astronomia/Astronomy, Brother Guy Joseph Consolmagno SJ, Città del Vaticano/Vatican City, Collaborazione Specola Vaticana/Vatican Observatory Collaboration, Compagnia di Gesù/Society of Jesus, Consorzio Telescopio dell'Orizzonte degli Eventi/Event Horizon Telescope Consortium (Ehtc), Father David Brown SJ, Father Gabriele Gionti SJ, Father George V. Coyne SJ - Director of the Vatican Observatory (1978 - 2006), Fisica/Physics, Fratello Guy Joseph Consolmagno SJ, Geologia/Geology, Gesuiti/Jesuits, Intelligenza Artificiale/Artificial Intelligence, Matematica/Mathematics, Oggetti Volanti Non Identificati (OVNI)/Unidentified Flying Objects (UFO), Osservatori Astronomici Australiani/Australian Astronomical Observatories, Osservatori Astronomici/Astronomical Observatories, Osservatorio Australe Europeo (ESO)/European Southern Observatory (ESO), Osservatorio del Sud Europeo (ESO)/European Southern Observatory (ESO), Osservatorio di Antenne Radio di un Chilometro Quadrato/Square Kilometre Array Observatory (SKAO), Osservatorio Europeo Australe (ESO)/European Southern Observatory (ESO), Osservatorio Europeo del Sud (ESO)/European Southern Observatory (ESO), Padre David Brown SJ, Padre Gabriele Gionti SJ, Padre George V. Coyne SJ - Direttore della Specola Vaticana (1978 - 2006), Pianeti del Sistema Solare/Planets of the Solar System, Pianeti Extrasolari/Extrasolar Planets, Progetto SETI/SETI Project, Sonde Interplanetarie/Interplanetary Probes, Specola Vaticana/Vatican Observatory, Storia dell'Astrofisica/History of Astrophysics, Telescopi Spaziali/Space Telescopes, Telescopio dell'Orizzonte degli Eventi/Event Horizon Telescope (EHT), Telescopio Spaziale James Webb/James Webb Space Telescope, Unione Astronomica Internazionale/International Astronomical Union (IAU), Vita Extraterrestre/Extraterrestrial Life, Vita intelligente Extraterrestre/Extraterrestrial intelligent Life

10 APR 2019

di Stefano Schirinzi

Ma come si fa a fotografare un buco nero? Riepiloghiamo velocemente il processo (che ricordiamo ha richiesto più di due anni di elaborazioni…) in attesa della conferenza stampa alle 15 di oggi, che finalmente ci svelerà se… la foto è riuscita e quali sono i risultati ottenuti. Tutti canali per seguirla!

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Mancano ormai poche ore all’attesa release della prima, storica immagine reale (non costruita al computer!) dell’orizzonte degli eventi di Sgr A* (leggesi Sagittarius A*) il buco nero supermassiccio che governa la nostra galassia. La strana sigla denota una sorgente di onde radio molto compatta e luminosa localizzata all’esatto centro della nostra galassia.

L’ambiente galattico nei pressi di Sgr A* ripreso nei raggi X dal telescopio spaziale Chandra: questo è intriso di gas caldo e stelle, alcune delle quali si ritiene che siano esse stesse buchi neri di taglia minore. Le ellissi individuano cosiddette eco di luce, prodotti a seguito di improvvisi flare (generati quasi sicuramente da ciò che accade nei pressi del buco nero) riflessi dalla materia interstellare. Crediti: NASA/Chandra X-Ray Observatory.

Dall’epoca della scoperta, avvenuta a metà degli anni ’70 dello scorso secolo, numerose sono state le osservazioni compiute su questo straordinario oggetto e sul materiale ad esso circostante: gas caldo e stelle che orbitano attorno al buco nero a velocità davvero incredibili.
Come ogni buco nero presente in ogni galassia di un certo rango, anche Sgr A* è estremamente massiccio e denso: secondo le stime, la sua massa oltrepasserebbe di ben 4 milioni di volte quella del Sole e il raggio del suo orizzonte degli eventi sarebbe, invece, di poco inferiore a quello dell’orbita di Mercurio!

Lontano quasi 26 mila anni luce dal Sistema Solare, Sgr A* è tutt’altro che facile da osservare, annidato com’è in una regione dove polveri e gas si muovono in modo tumultuoso. Stando così le cose, e tenendo presente che l’orizzonte degli eventi dovrebbe estendersi su un’area larga più o meno 30 microsecondi d’arco, come è quindi possibile ottenerne un’immagine che possa essere, ad oggi, definita “unica”?

Impossibilitato, per ovvie ragioni, a riprendere direttamente il buco nero, il progetto EHT (Event Horizon Telescope) è stato ideato infatti per osservarne quindi l’orizzonte degli eventi: quella sfera entro la quale giace il buco nero e che fa da linea di confine bloccando, di fatto, tutte le informazioni in uscita tra cui anche la luce.

In aggiunta a questo, immaginiamo di poter scorgere nettamente un DVD posto sulla superficie della Luna: l’esatto paragone di come dovrebbe apparire l’orizzonte degli eventi Sgr A* nelle immagini riprese da EHT!

Sino ad ora, le migliori immagini dell’ambiente circostante Sgr A* sono quelle ottenute nelle onde radio sub-millimetriche tramite interferometria a base molto ampia (VLBI), sfruttata per l’imaging di sorgenti cosmiche anche molto lontane, che non sembrerebbero essere centrate sul buco nero ma deriverebbero da un punto luminoso, molto vicino al suo all’orizzonte degli eventi (che, lo ricordiamo, non coincide necessariamente con la superficie del buco nero; ricordiamo qui che il diametro di questo dovrebbe essere di circa 13 milioni di chilometri), nel disco di accrescimento.

C’è chi sostiene che la fonte radio possa in realtà essere un getto relativistico di materiale espulso dal disco stesso visto esattamente di fronte, rivolto, quindi, proprio in direzione del Sistema Solare.

Proiettandosi sulla costellazione del Sagittario, l’oscuro re della Galassia si rende meglio visibile dall’emisfero australe terrestre, ragione per la quale è stato utilizzato anche il nuovo e potente radiotelescopio ALMA, situato in Cile, e il South Pole Telescope, quest’ultimo esattamente in Antartide al polo sud, assieme alla rete formata da altri 12 radiotelescopi situati in Europa e Nord America.

La rete interferometrica di radiotelescopi impiegati nel progetto EHT per l’osservazione diretta dell’orizzonte degli eventi di Sgr A*.

La tecnica interferometrica ha quindi permesso di raggiungere una risoluzione più che doppia rispetto alle precedenti osservazioni, producendo un’immagine di Sgr A* – quella che tra poche ore potremo finalmente vedere! – con una risoluzione compresa tra 10 e 20 microsecondi d’arco e completamente priva dello sfocamento dovuto alla cosiddetta dispersione di segnale, causata da irregolarità nella densità nel mezzo interstellare ionizzato – giacente lungo la linea di vista tra Sgr A* e la Terra – e che va ad influire abbassandone il grado di risoluzione delle immagini radio.

Osservando attraverso il plasma si può quindi riuscire a penetrare a profondità sempre maggiori nel tumultuoso gas rovente che si trova al di sopra del’orizzonte degli eventi di Sgr A* …d’accordo, ma come? “Semplicemente”, aggiustando la frequenza dei radiotelescopi, spostandola su frequenze sempre più piccole.

La maggior parte della luce che fuoriesce da questa caotica regione è prodotta da un processo non dissimile a quello associato alle aurore boreali. Esattamente come il flusso solare di particelle cariche che si avvicina al campo magnetico terrestre, il gas in caduta in avvicinamento al buco nero subisce stiramenti e compressioni tali che le linee del campo magnetico presente nel plasma incandescente vengono tese, obbligando ancora più le particelle ad urtarsi, producendo così il segnale radio che rappresenta, in definitiva, il segnale lanciato da questo plasma in fase di annientamento, in un ultimo e disperato tentativo di renderci partecipi della sua esistenza, giunta ormai al termine.

Osservando quindi Sgr A* a frequenze sempre più piccole, sintonizzando i radiotelescopi da frequenze millimetriche a quelle sub-millimetriche, ecco che il mezzo circostante l’orizzonte degli eventi inizia ad essere sempre più trasparente e rilevante.

Quando la trasparenza arriva al punto tale da permettere di penetrare attraverso tutto il plasma, ciò che si percepisce è la radiazione emessa dal gas che si trova proprio sull’orlo del salto finale: in altre parole, siamo giunti al punto da poter vedere proprio l’orizzonte degli eventi del buco nero o, se vogliamo, l’ombra del buco nero al centro della Galassia!

Simulazione polarimetrica di Sgr A*. Crediti: Bromley, Melia & Liu.

Al fine di rimuovere la dispersione del segnale e raggiungere, così, la massima risoluzione consentita ad EHT è stata utilizzata una nuova tecnica, sviluppata dall’astronomo M. Johnson (Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics) che sfrutta il fenomeno della polarizzazione delle onde radio, indotta dal gas caldo ionizzato (plasma) in orbita attorno al buco nero: la radiazione polarizzata di questo tende a vibrare avanti e indietro nella stessa direzione imposta dal campo magnetico ad esso sottostante.
La radiazione polarizzata può essere osservata con una certa facilità facendo uso di filtri che ne rivelino la direzione di oscillazione: ecco quindi che, a frequenze sempre più piccole (sub-millimetriche), l’effetto di sfocatura indotto dal mezzo interstellare inizia a divenire sempre meno rilevante, permettendo di vedere l’orizzonte degli eventi (che apparirà come un’ombra oscura) e il gas orbitante con maggiore chiarezza rispetto a frequenze maggiori (millimetriche).

Attendiamo quindi di vedere la tanto attesa immagine di questo evento che darà certamente una svolta decisiva nella conferma della relatività generale in ambienti dall’intenso campo gravitazionale.

Dove seguire la diretta:

Gli aggiornamenti EHT sui canali social: Twitter (@ehtelescope#EHTblackhole), Facebook(@ehtelescope), and Youtube.

Focus TV ha poi previsto una diretta per il commento dei risultati dalle 14:30 sul canale 35, condotta da Luigi Bignami.


I Segreti della Via Lattea
Il nuovo volto e il destino della nostra galassia svelati da Gaia!

Coelum Astronomia di Aprile 2019 
Ora online, come sempre in formato digitale, pdf e gratuito.

Tag: #EHTblackholeBuco NeroEHTEvent Horizon TelescopeFoto di un buco neroorizzonte degli eventiSagittarius A*Sgr A*Via Lattea

Fonte: Alla deriva negli anni luce

All’ombra del buco nero. La prima foto diretta.

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10 APR 2019

di Redazione Coelum Astronomia

Non è Sagittarius A*, l’ombra che vediamo è quella del buco nero supermassicio al centro di Messier 87. Una immagine radio comunque storica che conferma finalmente in modo diretto l’esistenza dei buchi neri, proprio così come le teorie li descrivono… (e Albert aveva ragione!).

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D’accordo… non è Sagittarius A* ma è comunque la prima immagine diretta dell’ombra di un buco nero!

Messier 87 e il getto di plasma emesso dal buco nero supermassiccio al suo centro Crediti: NASA, ESA and the Hubble Heritage Team (STScI/AURA); Acknowledgment: P. Cote (Herzberg Institute of Astrophysics) and E. Baltz (Stanford University)È il buco nero supermassiccio al centro di Messier 87, una bella galassia nella costellazione della Vergine a 55 milioni di anni luce da noi. Sei le conferenze stampa in tutto il mondo che stanno annunciando lo storico risultato ottenuto solo grazie alla collaborazione di oltre 200 ricercatori, di diverse agenzie tra cui anche ricercatori INFN e INAF, che lavorano in modo coordinato alla rete di radiotelescopi, dislocati in diverse aree del globo terrestre: Europa, Stati Uniti e Hawaii, America Centrale e del Sud, Africa e Asia:

ALMA (Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array in Cile, Chajnantur Plateau),
APEX (Atacama Pathfinder Experiment in Cile, Chajnantur Plateau),
IRAM 30m (Institute de RadioAstonomie Millimtrique, Pico Veleta in Spagna),
LMT (Large Millimeter Telescope in Messico),
SMT (Submillimeter Telescope in Arizona, USA),
JCMT (James Clerk Maxwell Telescope alle Hawaii, USA),
SMA
 (SubMillimeter Array alle Hawaii, USA),
SPT (South Pole Telescope al Polo Sud).

Osservazioni coordinate a quelle dei radio telescopi (effettuate negli stessi momenti) sono state effettuate nella banda dei raggi X e gamma.

I risultati sono stati descritti in sei articoli scientifici pubblicati su The Astrophysical Journal Letters. Dal comunicato stampa INFN:

«Questo straordinario risultato – spiega Mariafelicia De Laurentis, ricercatrice dell’INFN e professore di astrofisica all’Università Federico II di Napoli, che come membro della collaborazione EHT ha coordinato il gruppo di analisi teorica dell’esperimento – non solo ci regala la prima immagine di un buco nero, ma ci fornisce anche una prova diretta della presenza di buchi neri supermassicci al centro delle galassie e del motore centrale dei nuclei galattici attivi».

«Queste osservazioni – prosegue la ricercatrice dell’INFN – vengono ora a costituire un nuovo strumento di indagine per esplorare la gravità nel suo limite estremo e su una scala di massa che finora non era stata accessibile».

«Dal punto di vista concettuale, il risultato rappresenterà uno strumento formidabile per studiare, confermare o escludere le varie teorie relativistiche della gravitazione formulate a partire dalla Relatività Generale di Albert Einstein», conclude De Laurentis.

E Sagittarius A*? Ancora non è pronta… servirà probabilmente un altro anno di analisi ed elaborazioni, i risultati sulle immagini di M 87 erano così promettenti che si è preferito concentrarsi su quelli. Non dimentichiamo che ci troviamo in una posizione “scomoda” per osservare il centro della nostra galassia, e paradossalmente è più facile osservare più lontano. Non solo, visto così “da vicino” non sta mai fermo… difficile quindi metterlo “a fuoco”, ma abbiamo fiducia e restiamo in attesa.

Del progetto e dei risultati attesi ne abbiamo già parlato nelle news che trovate di seguito e molto altro vi aspetta nei prossimi giorni e nel prossimo numero di Coelum Astronomia.

A prestissimo!


All’orizzonte degli eventi di Sgr A*. Tutti i canali per seguire la diretta.

Ma come si fa a fotografare un buco nero? Riepiloghiamo velocemente il processo (che ricordiamo ha richiesto più di due anni di elaborazioni…) in attesa della conferenza stampa alle 15 di oggi, che finalmente ci svelerà se… la foto è riuscita e quali sono i risultati ottenuti. Tutti canali per seguirla!

Tutta la potenza delle stelle vista dal centro della Via Lattea

In attesa dei risultati dell’EHT, annunciati per il 10 aprile, una nuova simulazione ci porta al centro della Via Lattea, idealmente seduti sull’orizzonte degli eventi di Sagittarius A*, ad ammirare lo spettacolo della mostruosa potenza dei venti stellari di stelle giganti che interagiscono con i flussi di gas in caduta verso il buco nero.

Tutto pronto per la foto del secolo

ATTESI A BREVE I RISULTATI PRELIMINARI DI EHT Un grande evento attende astronomi, scienziati e curiosi: se tutto andrà bene, dovrebbe diventare presto disponibile la prima “immagine” ad alta risoluzione mai realizzata di un buco nero, o più precisamente della sua “ombra”. Per saperne di più, Media Inaf ha raggiunto Ciriaco Goddi, responsabile scientifico del progetto BlackHoleCam, che ci svela il ”dietro le quinte” dell’esperimento più atteso dell’anno.

Apex guarda nel cuore dell’oscurità

L’aggiunta di Apex all’Event Horizon Telescope rivela nuovi dettagli nella struttura asimmetrica e non puntiforme della sorgente Sgr A * al centro della Via Lattea. Il miglioramento della risoluzione angolare conseguito grazie ad Apex rivela ora dettagli dell’ordine di 36 milioni di km: dimensioni che sono solo 3 volte più grandi dell’ipotetica dimensione del buco nero (3 raggi di Schwarzschild). Tutti i dettagli su The Astrophysical Journal.

Mission impossible per l’Event Horizon Telescope

UNO SGUARDO NELL’OMBRA DI SAGITTARIUS A* È tutto pronto per scattare la foto del secolo. Un insieme di otto osservatori simulerà un radiotelescopio delle dimensioni della Terra allo scopo di intravedere il moto del gas incandescente che circonda il buco nero supermassiccio della Via Lattea. Quali le sfide e le attese? Ne parliamo con Heino Falcke, presidente del consiglio scientifico dell’Eht, e Ciriaco Goddi, responsabile scientifico del progetto BlackHoleCam.



I Segreti della Via Lattea
Il nuovo volto e il destino della nostra galassia svelati da Gaia!


Coelum Astronomia di Aprile 2019 
Ora online, come sempre in formato digitale, pdf e gratuito.

Tag: #EHTblackholeBuco NeroEHTEvent Horizon TelescopeFoto di un buco neroMessier 87orizzonte degli eventiradio interferometroSagittarius A*Sgr A*Via Lattea

Fonte: Redazione Coelum Astronomia

Raggi cosmici: sorgenti e meccanismi di accelerazione | Reccom Magazine

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I raggi cosmici sono particelle energetiche provenienti da ogni direzione dello spazio. La loro composizione varia a seconda della sorgente da cui provengono, dalle interazioni con il mezzo interstellare e con l’atmosfera terrestre

Origen: Raggi cosmici: sorgenti e meccanismi di accelerazione | Reccom Magazine

Il bosone di Higgs e l’universo metastabile | Reccom Magazine

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Lo stato fondamentale dell’Universo dipende dal potenziale del campo di Higgs. se il modello standard è corretto, i valori misurati di determinati quantitativi, come ad esempio la massa del bosone di Higgs, implicano che l’Universo sia metastabile. Tuttavia, essi mostrano anche che la stabilità potrebbe essere più probabile di quanto studi precedenti abbiano indicato

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Come capiremo se un esopianeta può ospitare la vita?abile un pianeta? | Reccom Magazine

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Quando si parla di ricerca della vita si finisce inevitabilmente per parlare di come individuare gli esopianeti abitabili, speculando sulla distanza dalla stella, sulla composizione dell’atmosfera e sulla presenza di acqua e composti organici sulla sua superficie. Ma cosa intende la scienza per pianeta abitabile? Cosa lo rende tale?

Origen: Come capiremo se un esopianeta può ospitare la vita?abile un pianeta? | Reccom Magazine

Annuncio della Masterclass JWST

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ann1905 – Annuncio

29 aprile 2019

Lo Space Telescope Science Institute (STScI) ha annunciato un bando per le applicazioni per frequentare la Master Class del James Webb Space Telescope (JWST). La classe fornirà una formazione dedicata alle proposte JWST a ricercatori selezionati che desiderano condividere le loro conoscenze con gli scienziati delle loro istituzioni locali / regionali. L’annuncio originale di STScI può essere trovato qui .

L’Agenzia spaziale europea (ESA) offrirà un’opportunità simile agli astronomi europei. Una Master Class JWST simile sarà organizzata presso l’European Space Astronomy Centre (ESAC) nella prima settimana di febbraio 2020. Il workshop durerà circa 2-3 giorni e includerà argomenti relativi alla pianificazione della proposta JWST, strumenti utente, modalità strumento, casi di scienza, documentazione, risorse e guida per quanto riguarda l’educazione e la diffusione di questi argomenti ad altri.

Saranno selezionati circa 10 astronomi per partecipare alla Master Class JWST europea. Questi diplomati della Master Class ospiteranno un’attività formativa di preparazione alla proposta / mini-workshop presso le proprie istituzioni di appartenenza nel corso di febbraio-maggio 2020.

L’ESA offrirà ai partecipanti selezionati:

  • Pieno supporto di viaggio all’ESAC per l’addestramento alla Master Class (nella prima settimana di febbraio 2020).
  • Materiali di presentazione, forniture e supporto completi necessari per ospitare attività di formazione locali.
  • Presenza di un esperto ESA / JWST in occasione di eventi locali.

Le domande sono dovute entro le 17:00 CEST del 3 giugno 2019.

Gli astronomi interessati devono presentare una domanda a jwst_masterclass@sciops.esa.int e descrivere i loro piani per l’organizzazione del mini laboratorio che propongono di ospitare presso la loro istituzione. Il documento dell’applicazione può essere trovato qui .

Contatti

Antonella Nota 
Scienziato del progetto HST dell’ESA, scienziato del progetto JWST dell’ESA per osservatori ospiti

Pierre Ferruit 
ESA JWST Project Scientist

Marco Sirianni 
ESA JWST Responsabile dello sviluppo delle operazioni scientifiche

Email : jwst_masterclass@sciops.esa.int

Informazioni sull’annuncio

Id:ann1905

immagini

The James Webb Space Telescope

In addition to looking at distant stars, galaxies and exoplanets, the NASA/ESA/CSA James Webb Space Telescope will investigate our Solar System.

Immagine PR ann1905a

The James Webb Space Telescope