Che cosa sappiamo dell’Universo – Ne parliamo con Amedeo Balbi

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Bella, prof!
Pubblicato il 4 ago 2019

#bellaprof #Balbi #scienza #fede

Amedeo Balbi è un astrofisico e un divulgatore scientifico affermato.
Insegna a Tor Vergata, è autore di diverse pubblicazioni e ha una rubrica fissa sulla rivista “Le Scienze”.
L’ho invitato a fare una chiacchierata sulla conoscenza scientifica e su come essa si rapporta con le “grandi domande” e, ovviamente, con la religione.
Ecco alcuni temi trattati durante l’intervista, qui proposta in versione integrale: che cosa sappiamo dell’Universo e come facciamo a saperlo?
Come funziona il metodo scientifico?
Perché le scoperte sulle condizioni primordiali del nostro universo non annullano la ricerca religiosa?
Che cosa c’era prima del Big Bang?
Che cos’è la materia oscura?
Può la scienza rispondere alle grandi domande sull’esistenza?
Quali sono i limiti della conoscenza scientifica?
Possiamo diventare tutti un po’ scienziati anche senza conoscere la matematica?
Un video che vale la pena di vedere (o ascoltare) fino in fondo.

Amedeo Balbi: “L’ultimo orizzonte”:
https://amzn.to/2YEgwIp

Tutti i libri di Amedeo Balbi:
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Il canale YouTube di Amedeo Balbi:
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Istruzione

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Gli Scienziati stanno per Dimostrare che l’Universo dello Specchio esiste

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IL LATO POSITIVO

Pubblicato il 27 lug 2019

La teoria degli universi multipli, o paralleli, offusca la linea tra realtà scientifica e fantascienza.
Oh sì, ed è un argomento di dibattito piuttosto vasto nella comunità scientifica, con grandi nomi da entrambe le parti.
Se credi nell’esistenza di universi multipli, allora ti farà sicuramente piacere sapere che hai dalla tua parte il grande Stephen Hawking! Ha una teoria piuttosto spettacolare sugli universi multipli.
Sì, l’idea è che tutto ciò che conosci: il nostro pianeta, il sistema solare, la nostra galassia, tutte le altre stelle e galassie là fuori che riescono a vedere i nostri telescopi; sono solo una parte minuscola di un puzzle inconcepibilmente gigante!

Segnalibri:
Che cosa è un “multiverso” 1:33
Ci sono infiniti me e ognuno è nel proprio universo 😱 3:02
Che aspetto hanno questi universi 3:39
Come sarebbe una versione parallela del nostro mondo? 4:45
Come si può dimostrare? 5:39
Come si può viaggiare in un altro universo? 8:27

#scienza #universo #latopositivo

SOMMARIO:

– Fino a pochi anni fa, gli scienziati erano sicuri che esistesse un solo universo che contenesse tutto ciò che è noto all’umanità, tra cui un unico universo.
– Questo è ora noto come teoria dei mondi multipli. (Sì, ci sono punti di vista diversi tra tutti i sostenitori del multiverso, e quello di Everett è solo uno dei tanti!) Quindi come funziona? Puoi immaginarlo come un diagramma di flusso che continua a ramificarsi.
– Alcuni credono che questi universi siano come delle bolle, totalmente invisibili l’una dall’altra perché, beh, non abbiamo una tale tecnologia! C’è anche il modello che mostra gli universi come dei fogli di carta impilati uno sopra l’altro.
– Quindi, come sarebbe una versione parallela del nostro mondo? Bene, alcuni attributi del nostro universo potrebbero essere diversi, mentre alcuni potrebbero essere uguali! Ad esempio, forse la versione parallela del nostro pianeta ha erba, alberi e uccelli che volano nel cielo e quant’altro.
– Comunque, prima di poter viaggiare in questi mondi, dobbiamo sapere che sono effettivamente reali. Dimostrare o smentire la loro esistenza non è un compito facile.
– L’idea è di far esplodere una manciata di particelle subatomiche attraverso un tunnel di 15 metri, oltrepassando un magnete, e sbattendo, alla fine, contro un muro. Se, dall’altra parte, alcune di quelle particelle escono come un’immagine speculare di sé stesse, ciò significherebbe che la scienza ha fatto una svolta di proporzioni galattiche!
– Alcuni scienziati ritengono che il Big Bang, che ha dato il via a tutto, potrebbe essere stato causato da due universi che si sono scontrati per formarne uno nuovo!
– Come è possibile viaggiare verso un nuovo universo? Naturalmente, stiamo parlando di fisica teorica, e ci sono molte teorie! Prima di tutto, ci sono gli wormhole!
– E, beh, c’è sempre la teoria di Stephen Hawking su come viaggiare in un altro universo: tutto ciò che devi fare è saltare in un buco nero!

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Quanto Lontano Potremo Spingerci Nel Cosmo?

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IL LATO POSITIVO
Pubblicato il 5 lug 2019

La nostra mappa del mondo era finalmente completa intorno al 1820, con la scoperta dell’Antartide.
Ma perché fermarsi ai confini del mondo?
E la luna allora?
E più in là ancora, fino a dove?
Malgrado i nostri grandi progressi, per millenni la curiosità umana è stata costretta ad accontentarsi dei limiti della Terra.
Ma tutto cambiò il 12 Aprile 1961, il giorno in cui il primo essere umano si spinse oltre il nostro pianeta.
Il cosmonauta russo Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio.
Gagarin orbitò sopra la Terra per un totale di 108 minuti.

SOMMARIO:

– Nel 1969, la missione Apollo 11 portò due uomini a posare i piedi sulla Luna.
– Nell’aprile 1970, l’equipaggio della missione NASA Apollo 13 circumnavigò la luna spingendosi fino al suo lato nascosto, osservandola da un’altezza di 254 km, e ad una distanza di oltre 400.000 km dalla Terra.
– Tutto cominciò quando gli astronomi si accorsero che alcune stelle erano meno splendenti di altre.
– Henrietta Swan Leavitt studiò migliaia di stelle variabili, ovvero le stelle che, viste dalla Terra, presentano fluttuazioni di luminosità.
– Più o meno nello stesso periodo venne installato il telescopio Hooker nell’osservatorio di Mount Wilson, in California. È stato il telescopio più grande del mondo dal 1917 al 1949.
– La galassia più lontana mai osservata è la EGS-zs8-1. Si trova a ben 13,1 miliardi di anni-luce da noi.
– Nessuno sa con certezza cosa c’è nei punti più lontani da noi, o quanto grande sia davvero l’universo. C’è chi dice che l’universo sia infinito, mentre altri propongono la teoria del multiverso.

#fattisullospazio #illatopositivo #galassia

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Gli Astronomi hanno Scoperto un Pianeta Proibito e Sanno il Perché della sua Esistenza

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IL LATO POSITIVO
Pubblicato il 1 lug 2019

Secondo gli astronomi, pianeti delle dimensioni di Nettuno non sono in grado di formare e sostenere alcun tipo di atmosfera mentre orbitano attorno e in prossimità delle stelle madri.
Beh, dimenticati di ciò che ho appena detto, anche perché non ho capito molto.
Ma l’anno scorso, gli astronomi hanno trovato questo tipo di pianeta!
E non è l’unico pianeta che sfida tutte le nostre convinzioni.
Gli esopianeti sono il tema più caldo in astronomia, e con ogni nuova scoperta, abbiamo un’idea più chiara dell’universo in cui viviamo.
Ma alcune di queste scoperte lasciano tutti sbigottiti.
Gli scienziati dovranno riconsiderare l’idea che si erano fatti dell’Universo?
Scopriamolo!

Segnalibri:
Cosa c’è di così speciale in questo pianeta? 0:55
Uno strano gigante gassoso 2:46
Quando un anno dura solo 8,5 ore 3:52
Il pianeta “Bob” (orbita intorno a una stella binaria!) 5:31
Plutone non è un pianeta?! 6:56
Il pianeta X nel sistema solare 8:03

#spazio #pianeti #latopositivo

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SOMMARIO:
– NGTS-4b è, almeno per ora, l’unico pianeta noto di dimensioni sub-nettuniani che orbita intorno alla sua stella in un cosiddetto “deserto nettuniano”.
– Questo pianeta ha ancora un’atmosfera, e ha l’80% delle dimensioni di Nettuno. Orbita attorno alla stella a una velocità sorprendente: una rotazione completa in 1,3 giorni.
– Il 31 ottobre, 2017, il pianeta NGTS-1b è stato scoperto. Ma la cosa strana di questo pianeta è che orbita attorno a una stella nana rossa che è grande solo la metà del nostro Sole. Questo non è mai stato visto prima, e in teoria, pianeti cosi grandi non dovrebbero orbitare attorno a stelle così piccole.
– Kepler-78b è il nome del pianeta. Presumibilmente, è denso come la Terra e ha una composizione simile, ma è ancora più vicino alla sua stella rispetto a NGTS-4b. Un anno su questo pianeta dura solo 8,5 ore.
– Per quanto ne sappiamo, non c’è nessuna spiegazione per cui un pianeta come Kepler- 78b si sia formato così vicino a una stella, e non c’è nemmeno una spiegazione per cui ha migrato così vicino senza schiantarsi contro la stella.
– Parliamo di un pianeta che è così lontano dalla sua stella, che non dovrebbe esistere. Il pianeta di cui sto parlando è, preparati perché sarà una bella botta, HD 106906 b. Per semplicità, chiamiamolo ” Bob “.
– Il pianeta è 11 volte più massiccio di Giove e orbita intorno a una stella binaria a una distanza inimmaginabile.
– C’è un una grande collezione di asteroidi, ghiaccio, e polvere, chiamata la fascia di Kuiper. Qui sono stati scoperti altri oggetti, alcuni grandi come Plutone. – Le prove trovate nel 2016 dagli astronomi Gongjie Li e Fred Adams, suggeriscono che, in realtà, esiste uno strano “pianeta X” nel sistema solare. Solo che è molto più distante da Plutone e dalla fascia di Kuiper.
– La spiegazione più probabile per la distanza del non pianeta è che un tempo era un gigante gassoso, come Giove, ma non poteva competere, e le forze gravitazionali di altri pianeti lo hanno spinto più lontano.

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Un Fisico ha Spiegato il Motivo per cui non Abbiamo mai Incontrato gli Alieni

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IL LATO POSITIVO
Pubblicato il 23 giu 2019

Di recente, gli astronomi sono riusciti a mappare circa 1 miliardo di stelle attorno a noi.
È impressionante, ma questo è meno dell’1% delle stelle in tutta la Via Lattea.
È statisticamente impossibile che noi siamo la prima e unica specie intelligente nella galassia.
Civiltà avanzate sono esistite prima di noi.
E alcune stanno sviluppando un modo per comunicare con noi proprio ora, e ce ne saranno altre.
L’unica domanda da fare è: ma dove sono?
Abbiamo cercato per circa 70 anni qualsiasi segno di vita extraterrestre, o qualsiasi forma di comunicazione da piccoli omini verdi o qualunque altra cosa.
E non abbiamo ancora nessuna prova.
Com’è possibile?
Quella domanda esatta fu posta dal famoso fisico italiano, Enrico Fermi, il primo creatore in assoluto del reattore nucleare.

Segnalibri:
Siamo soli nell’universo? 😮 1:40
Cos’è il Grande Filtro è 2:47
Perché Giove è benefico per il nostro pianeta 3:44
L’Ipotesi della rarità della Terra 🌏 4:58
Essere intelligenti non basta 6:12
Se gli alieni sono là fuori, perché non possiamo comunicare con loro? 6:53
Sono già intorno a noi? 👽 9:30

#alieni #spazio #latopositivo

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SOMMARIO:
– Il paradosso di Fermi ha molte potenziali soluzioni. Il primo gruppo riguarda due grandi idee: l’Ipotesi della rarità della Terra e l’idea del Grande Filtro.
– Puoi immaginare, quanto tutto dovrebbe accadere in un certo modo per far sì che una civiltà riesca ad avanzare fino al nostro livello. Diciamo solo che abbiamo raggiunto il jackpot in tutte le categorie.
– Giove è enormemente benefico per tutti noi. La sua massa attrae i detriti spaziali, le meteore e le comete come un’aspirapolvere. Se non fosse per lui, la Terra sarebbe continuamente bombardata da gigantesche rocce spaziali.
– Le dimensioni del nostro pianeta e la sua velocità di rotazione rendono ottimale il ciclo giorno e notte. Il nostro pianeta ha molti elementi chimici, cruciali per lo sviluppo della vita.
– Alla fine, avrà esseri che guardano i cieli e pensano che probabilmente non sono soli nell’Universo.
– Ma queste “persone” non saranno ancora gli ultimi vincitori di questa lotteria universale. Devono ancora sviluppare la tecnologia per andare nello spazio e mandare segnali.
– C’è un’altra soluzione più ottimista. Gli alieni sono là fuori, ma non possiamo semplicemente comunicare direttamente con loro.
– Che cosa accadrebbe se avessero attraversato un percorso significativamente diverso nel campo tecnologico? Una tecnologia che per noi non è nemmeno comprensibile?! E se fosse così perché la loro stessa comunicazione è del tutto diversa dalla nostra?
– La prossima soluzione è molto più plausibile. In parole povere, propone che non siamo soli, ma siamo i primi a far progredire la nostra civiltà a un livello tecnologico più avanzato.
– Esiste un altro buffo argomento che dice che gli alieni sono così diversi dagli umani nel loro modo di pensare che semplicemente non vogliono comunicare con chiunque altro.
– E infine, la soluzione a cui tutti i fan degli UFO vogliono credere: gli alieni ci sono nella galassia, ma vogliono nascondersi, e forse sono già intorno a noi.

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Un secolo di relatività… sperimentale!

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29 maggio 2019

di Emiliano Ricci

Composizione digitale di 22 immagini dell’eclissi di Sole dell’11 agosto 1999 (Science Photo Library / AGF) 

Il 29 maggio 1919 la teoria generale della relatività di Albert Einstein ottenne la sua prima conferma sperimentale grazie a un’eclissi totale di SoleLa guerra, si sa, non rende mai agevoli le comunicazioni, soprattutto se ci si trova su fronti contrapposti, a combattere gli uni contro gli altri. E nel 1915, anno in cui il tedesco Albert Einstein presentò all’Accademia prussiana delle scienze la sua teoria della relatività generale, l’Impero tedesco e l’Impero britannico (come si chiamavano allora) erano impegnati – assieme a gran parte dei paesi europei – nel tentativo di annientarsi reciprocamente, piuttosto che a scambiarsi informazioni scientifiche. Pubblicata in tedesco, su una rivista tedesca, la nuova teoria della gravità non trovò inizialmente una grande diffusione, né fra gli scienziati né, tantomeno, fra il pubblico.

Fortuna volle che i Paesi Bassi, durante un conflitto che stava devastando l’intero continente, fossero rimasti neutrali. All’epoca, all’Università di Leida, prestigiosa istituzione olandese, era professore un certo Willem de Sitter, matematico e fisico, diventato più tardi noto per i suoi studi di cosmologia (proprio grazie all’applicazione della teoria della relatività generale). Arrivatagli notizia della teoria di Einstein, de Sitter – scienziato illuminato – ne comprese presto l’importanza e decise di divulgarne i contenuti principali scrivendo alcuni articoli in lingua inglese.

Fu proprio grazie a questo passaggio in una terra neutrale che la teoria della relatività poté varcare il canale della Manica e arrivare in Inghilterra, dove trovò subito un sostenitore entusiasta: l’astrofisico Arthur Stanley Eddington, già titolare delle cattedre di astronomia teorica e sperimentale a Cambridge. È curioso pensare che Eddington iniziò ad apprezzare il lavoro di Einstein, ancora prima che per la rilevanza in fisica, per l’eleganza dell’elaborazione matematica. Fatto è che, grazie a questa sua immediata attenzione nei confronti della nuova teoria della gravità, quest’ultima trovò modo di diffondersi anche nei paesi anglosassoni, in particolare proprio per un celebre articolo scritto da Eddington stesso, dal titolo Report on the Relativity Theory of Gravitation, pubblicato nel 1920 dalla Physical Society of London.

Sir Arthur Stanley Eddington (1882-1944)

Eddington, a quel punto, non era più solo affascinato dalla “bellezza matematica” della teoria di Einstein, ma aveva potuto saggiarla sul campo, mettendola direttamente alla prova dei fatti. L’anno prima, quindi nel 1919, era riuscito a farsi finanziare dalla Royal Society e dalla Royal Astronomical Society una costosa missione scientifica volta proprio a dimostrare per la prima volta sperimentalmente la validità della teoria di Einstein. A convincere le due prestigiose istituzioni britanniche fu ancora uno scritto di Eddington, che nel 1918 – a guerra ancora in corso, quindi in condizioni di grande difficoltà anche economica del paese, impegnato nello sforzo bellico – arrivò a tessere le lodi di una teoria formulata da un tedesco (quindi tecnicamente un nemico) scrivendo una relazione per diffonderla fra i suoi colleghi britannici ed esaltando proprio la bellezza della “potenza insita nel ragionamento matematico”, come scrisse nella prefazione.

E siamo quindi al 1919, il 29 maggio, per la precisione. Un secolo fa esatto. La missione scientifica richiesta da Eddington riguardava l’osservazione dell’eclissi totale di Sole che si verificò proprio in quella data. Lo scopo dichiarato era effettuare misurazioni che avrebbero permesso di valutare le previsioni della teoria di Einstein relativamente alla deflessione dei raggi di luce a opera del campo gravitazionale. L’idea era misurare le posizioni apparenti di alcune stelle di sfondo in prossimità del disco solare occultato dalla Luna e di confrontarle con le rispettive posizioni assunte a distanza di alcuni mesi, quando quelle stesse stelle si trovano angolarmente più distanti dal Sole e possono pertanto essere osservate di notte. Quell’eclissi si verificava in condizioni particolarmente favorevoli da questo punto di vista: il campo stellare da osservare era quello dell’ammasso delle Iadi, nella costellazione del Toro, composto da stelle piuttosto luminose e facilmente riconoscibili.

Per inciso, la deflessione della luce è anche all’origine del fenomeno delle lenti gravitazionali: quando lungo la linea di vista fra noi e una sorgente lontana si trova una galassia o anche un ammasso di galassie, la luce della sorgente lontana viene deflessa più o meno intensamente proprio a causa della presenza di quella grande massa. Il risultato è che la sorgente lontana (un quasar, una galassia e così via) viene osservata deformata e talvolta addirittura moltiplicata. La lente gravitazionale – appunto la massa della galassia o dell’ammasso di galassie lungo la linea di vista – può deflettere in maniera diversa la luce a seconda della distribuzione della sua massa, potendo produrre anche immagini multiple della stessa sorgente lontana.

Ma torniamo a Eddington e alla “sua” eclissi. Per tutelarsi da eventuali problemi logistici, meteorologici e altro, furono organizzate due spedizioni scientifiche, naturalmente in due località toccate dalla fascia di totalità dell’eclissi, che avrebbe attraversato l’Oceano Atlantico, dal Brasile all’Africa occidentale. Sotto il coordinamento complessivo di Eddington, la prima spedizione, guidata dall’astronomo Andrew Crommelin, dell’Osservatorio di Greenwich, ebbe come destinazione Sobral, nel nord del Brasile, l’altra l’isola Príncipe, al largo delle coste africane della Guinea, guidata dallo stesso Eddington. E, a posteriori, bisogna dire che l’idea di organizzare due spedizioni fu vincente. Le osservazioni di Eddington furono di bassa qualità, prevalentemente per motivi meteo, mentre da Sobral il gruppo di Crommelin osservò l’eclissi in condizioni ottimali.

Le misurazioni sulle lastre raccolte da più strumenti, rese difficoltose non solo dalla qualità delle immagini, che mostravano poche stelle riconoscibili, ma anche dall’entità della deflessione (inferiore a 2 secondi d’arco), portarono a risultati incerti affetti da errori piuttosto rilevanti, ma comunque compatibili con le previsioni di Einstein. E in ogni caso Eddington non si fece frenare dall’incoerenza di alcuni numeri: la conclusione delle necessarie elaborazioni fu che la teoria generale della relatività era confermata (e, verrebbe da dire, non poteva essere altrimenti).

L’annuncio che la teoria di Einstein aveva ricevuto la prima conferma sperimentale, dato il 6 novembre dello stesso anno nel corso di una riunione congiunta dei due enti finanziatori, Royal Society e Royal Astronomical Society, ebbe immediata e ampia eco non solo nella comunità scientifica, ma anche su quotidiani e riviste sia britanniche sia statunitensi, consegnando definitivamente l’ex oscuro impiegato dell’Ufficio brevetti di Berna alla fama mondiale.

Fu così che, nonostante le ampie e giustificate critiche portate da molti fisici di rilievo alle misurazioni realizzate da Eddington e collaboratori, la relatività generale prese il volo. Un successo più che meritato, certo, anche perché quella nuova e rivoluzionaria teoria della gravità, dopo quella prima verifica, è stata sottoposta a numerose altre verifiche sperimentali che hanno – almeno fino a oggi – confermato la sua validità, ma che, almeno in quel momento, fece affidamento più sul grande entusiasmo di Eddington nei confronti della teoria che sulla reale affidabilità dei dati raccolti durante quell’eclissi di un secolo fa.

La scienza più vicina alla fede? È la psicologia, non l’astrofisica

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La scienza più vicina alla fede?
È la psicologia, non l’astrofisica Video

Un dibattito tra il prete Lemaître, che teorizzò il Big Bang, e il premio Nobel Dirac Riflessioni sul ruolo attuale della religione in vista di un convegno alla Specola Vaticana

di CARLO ROVELLI

 Gerardo Dottori, «Trittico della velocità, La corsa» (1925), dettaglio

Gerardo Dottori, «Trittico della velocità, La corsa» (1925), dettaglioshadow

Da oggi a venerdì 12 una piccola conferenza organizzata dalla Specola Vaticana, l’osservatorio del Vaticano, riunirà nel quadro meraviglioso di Castel Gandolfo un ristretto gruppo di scienziati, fra cui diversi premi Nobel, per scambiare opinioni sul tema «Buchi neri, onde gravitazionali e singolarità nello spazio tempo». Nel panorama che io trovo spesso desolante di oscurantismo crescente, il piccolo gruppo di scienziati della Specola ha sempre rappresentato per me un punto di luce, profondità e ragionevolezza. Ricordo una meravigliosa visita a Castel Gandolfo di diversi anni fa, quando era direttore della Specola George Coyne, un uomo profondo le cui parole e scritti hanno lasciato segni in me. Conobbi allora l’attuale direttore della Specola, Guy Consolmagno: nella passione con cui mi parlava delle «sue» meteoriti riconoscevo facilmente il mio stesso amore per l’universo e i suoi misteri, e per la scienza.

 Si apre oggi a Castel Gandolfo (Roma), presso la Specola Vaticana diretta da padre Guy Consolmagno, il convegno «Buchi neri, onde gravitazionali e singolarità dello spazio-tempo».  L’incontro, che dura fino a venerdì 12 maggio, intende celebrare l’eredità scientifica del cosmologo e sacerdote belga monsignor Georges Lemaître (nella foto qui sopra)
Si apre oggi a Castel Gandolfo (Roma), presso la Specola Vaticana diretta da padre Guy Consolmagno, il convegno «Buchi neri, onde gravitazionali e singolarità dello spazio-tempo». L’incontro, che dura fino a venerdì 12 maggio, intende celebrare l’eredità scientifica del cosmologo e sacerdote belga monsignor Georges Lemaître (nella foto qui sopra)

La conferenza è dedicata a Georges Lemaître, uno dei più grandi scienziati del XX secolo, conosciuto dal grande pubblico meno di quanto meriterebbe. Lemaître è l’uomo che ha capito per primo che tutte le cose che vediamo attorno a noi sono emerse da una grande esplosione alcuni miliardi di anni fa, quella che oggi chiamiamo il Big Bang. Lui la chiamava l’«uovo cosmico». Era sacerdote della Chiesa cattolica, e profondamente interessato alla relazione fra religione e scienza, argomento su cui ha scritto pagine di grande attualità e, a mio modestissimo giudizio, illuminanti. Un caro amico, anch’esso sacerdote e scienziato alla Specola, ha recentemente portato a mia conoscenza un testo su Georges Lemaître pubblicato sui Commentariidell’Accademia Pontificia, scritto da Paul Dirac che, con Einstein, è stato il maggiore fisico del XX secolo. Dirac era uomo di pochissime parole, probabilmente affetto da una forma di autismo, e schiettamente ateo.

Il fisico Paul Dirac (1902-1984), premio Nobel nel 1933
Il fisico Paul Dirac (1902-1984), premio Nobel nel 1933

L’articolo di Dirac è del 1968, tecnico, molto bello. Dirac chiarisce con l’acume che gli è proprio la rilevanza dei contributi scientifici di Lemaître e ne riconosce il valore scientifico. È scritto nello stile asciutto e fattuale che gli è proprio. C’è però un passaggio che mi ha fatto pensare e ha dato origine a questa riflessione. Verso la fine dell’articolo, Dirac, in modo assai poco caratteristico, si lascia andare a considerazioni un po’ vaghe sulla relazione fra cosmo e umanità. Lemaître, scrive, ha rivelato un’affascinante visione in cui l’universo intero evolve, l’evoluzione sulla Terra può andare mano nella mano con l’evoluzione cosmica e l’evoluzione sociale, e forse può portare a un futuro migliore e più luminoso per tutta l’umanità. Era il 1968 e forse anche l’anziano scienziato si faceva influenzare dalla febbre di cambiamento e dall’ottimismo di quel grande anno. Ma Dirac cita questa sua considerazione per poi raccontare una conversazione avuta con Lemaître su questo argomento. Commosso dalla grandezza della visione che Lemaître aveva aperto a tutti noi, Dirac gli aveva detto che la cosmologia poteva essere «il ramo della scienza più vicino alla religione». Forse, nel modo un po’ impacciato di chi è un po’ autistico, l’ateo Dirac voleva dire qualcosa di gentile al sacerdote. Ma, con stupore di Dirac, Lemaître si dice in disaccordo. E dopo una breve riflessione, risponde a Dirac che secondo lui non è la cosmologia il ramo della scienza più vicino alla religione. Dirac resta perplesso: qual è dunque il ramo della scienza più vicino alla religione? Lemaître ha una risposta: la psicologia.

Georges Lemaître, il fisico che disse ad Einstein e al Papa: «Sbagliate»

Il primo scienziato a parlare di «uovo cosmico» ed espansione dell’universo – di Carlo Rovelli /Corriere TV

Secondo il fisico Carlo Rovelli, due episodi della vita di Georges Lemaître sono formidabili: il primo riguarda il rapporto con Albert Einstein, che gli diede torto quando espose le sue tesi sull’origine e l’espansione del cosmo. Il fisico e astronomo belga era infatti convinto che l’Universo fosse stato originato da qualcosa di primordiale esploso spontaneamente, il cosiddetto «uovo cosmico», che il tedesco invece non contemplava. A distanza di qualche anno Einstein fu obbligato ad ammettere l’errore e a dar ragione al collega. Il secondo episodio riguarda Lemaître (il quale oltre che scienziato, era un sacerdote cattolico) e il Papa: non appena prese piede la teoria del Big Bang, Pio XII affermò che la scienza stava provando l’esistenza di Dio. Da qui nacque un confronto interessante al termine del quale il Papa venne convinto a non occuparsi più della connessione tra Big Bang e creazione.

Lemaître si era adoperato per tenere cosmologia e religione distinte. Probabilmente è proprio grazie a lui che la Chiesa cattolica non è caduta nel trabocchetto in cui sono cadute tante altre denominazioni cristiane: leggere un collegamento fra il Big Bang e la creazione narrata dalla Genesi. Quando Pio XII ha azzardato questo collegamento in un discorso pubblico, Lemaître si è subito dato da fare perché la cosa non si ripetesse, evitando così un grosso imbarazzo alla Chiesa di Roma. La sua lungimiranza si può misurare oggi, considerando che l’esistenza di una fase dell’universo prima del Big Bang è ora considerata possibile. Sarebbe imbarazzante per la Chiesa dover oggi fare i conti con una fase del mondo pre-Genesi… Ma l’idea che la scienza più vicina alla religione sia la psicologia, venendo da un sacerdote cattolico che ha riflettuto a fondo sulla relazione fra religione e scienza, è comunque sorprendente. Io l’ho trovata illuminante.

Qualche mese fa è stato pubblicato sulla più prestigiosa rivista scientifica, «Nature»,un commento scritto da un rappresentante della Chiesa anglicana. È una sincera e franca invocazione a mettere da parte il tradizionale conflitto fra scienza e religione, e focalizzarsi sui punti comuni invece che sui punti di frizione. Cercare punti di convergenza invece che punti di conflitto è sempre un buon consiglio, e la considerazione di Lemaître mi sembra centrale in questo senso. La somiglianza dei linguaggi impiegati da scienza e religione («Universo, creazione, fondamento, esistenza o non esistenza di un creatore…») mi sembra semplicemente illusoria e fuorviante. I dibattiti fra i due punti di vista sono dibattito fra sordi, perché utilizzano gli stessi termini per parlare di cose diverse.

Ci sono religioni che non vengono a trovarsi in conflitto con il mondo scientifico, e altre che invece si sentono minacciate dal pensiero scientifico, e lo combattono. Da dove viene la differenza? Mi sembra che Lemaître metta il dito su un punto di sostanza. Le religioni reali sono strutture culturali e sociali complesse che hanno giocato un ruolo importante nell’evoluzione della civiltà, a lungo si sono identificate con la gestione del potere e della cosa pubblica e hanno offerto un quadro complessivo e globale per pensare alla realtà, comprese questioni come l’origine dell’universo. Quando l’umanità ha trovato modi migliori per trattare diverse di queste questioni, per esempio la democrazia laica, tollerante e pluralista per la gestione della cosa pubblica, o la scienza per interrogarsi su come funziona il mondo su piccola o larga scala, alcune religioni si sono inquietate per la conseguente perdita di rilevanza, e si sono messe in conflitto con quelle che percepivano come novità perniciose. Le famose violente tirate di Papa Pio XII contro la libertà religiosa, contro la libertà di stampa, contro la libertà di coscienza, sono esempi di cui suppongo oggi la Chiesa cattolica sia imbarazzata. L’arroccarsi su se stessa della Chiesa, il difendere a oltranza una centralità nella vita pubblica che vorremmo fuori dalla storia, la battaglia di retroguardia contro la scienza, e soprattutto l’incapacità di comprendere la crescita e l’evoluzione buona e positiva della morale, tutto questo ha nutrito e nutre ancora il discredito di una parte dei cittadini verso la Chiesa.

Ma questo non significa che religione e scienza debbano essere in conflitto. Ci sono grandi religioni che non hanno difficoltà ad accettare il fatto che il passato dell’universo non è meglio comprensibile leggendo la Bibbia o prendendo per buono quanto dice la Tradizione. Non hanno difficoltà ad accettare la laicità della vita pubblica, la pluralità delle opinioni, la tolleranza reale verso chi è diverso da noi, e l’idea che nessuno di noi, dentro o fuori una o l’altra Chiesa, sia il solo depositario della verità assoluta. La Chiesa anglicana e alcune forme di buddhismo ne sono esempi. Sono religioni che non cercano di imporre i loro punti di vista a chi non li condivide, comportamenti a chi ha morali diverse, non hanno la presunzione di insegnare quello che non sanno. Ma sanno egualmente parlare in maniera convincente agli uomini e alle donne, sanno portare una riflessione profonda sull’essere umani, sulle nostre scelte, sulle nostre relazioni, sul nostro essere interiore. Riflessioni che hanno un valore reale e profondo per milioni di uomini e di donne. Sanno offrire insegnamento, trascendenza, riti, coesione e rifugio.

Sono religioni che sono consapevoli che il loro vero sapere riguarda la vita interiore,il senso che scegliamo di dare alla nostra vita, non il mondo attorno a noi, non le leggi della cosa pubblica, non il senso dell’universo fuori da noi. Sono le religioni che sanno di non avere nulla a che fare con la cosmologia. Anzi, sono curiose di imparare quanto ci insegna la meccanica quantistica o la cosmologia; come lo è il Dalai Lama e come lo sono gli scienziati della Specola Vaticana. Sono religioni che sanno dialogare utilmente con la scienza più vicina alla religione: la psicologia. Come indicava George Lemaître, con un senso profondo dell’importanza e dei limiti della scienza, ma anche dell’importanza e dei limiti della religione. Questo è lo spirito che ho percepito nelle parole scambiate con padre Cohen nella mia visita a Castel Gandolfo anni fa, e penso sia lo spirito con cui scienziati di grande valore e di sentire religioso molto vario si ritrovano oggi alla Specola.

8 maggio 2017 (modifica il 9 maggio 2017 | 22:08)

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Astronomia. L’espansione dell’Universo scoperta da un sacerdote

Astrofisica/Astrophysics, Astronomi Gesuiti/Jesuit Astronomers, Astronomia/Astronomy, Città del Vaticano/Vatican City, Collaborazione Specola Vaticana/Vatican Observatory Collaboration, Compagnia di Gesù/Society of Jesus, Cristianesimo/Christianity, Fisica/Physics, Gesuiti/Jesuits, Specola Vaticana/Vatican Observatory, Storia dell'Astrofisica/History of Astrophysics, Telescopio Spaziale Hubble/Hubble Space Telescope, Unione Astronomica Internazionale/International Astronomical Union (IAU)
Avvenrie

Piero Benvenuti venerdì 17 agosto 2018

Proposto riconoscimento postumo a George Lamaître. Gli astronomi: cambiare nome alla legge di Hubble

George Lemaitre (1894-1966)

George Lemaitre (1894-1966)COMMENTA E CONDIVIDI

Dal 20 al 31 agosto, più di 3.500 astronomi provenienti da un’ottantina di Paesi si incontreranno a Vienna per partecipare alla XXX Assemblea Generale dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU). L’Assemblea si celebra regolarmente ogni tre anni e ha come obiettivo principale quello di stimolare la collaborazione internazionale sui temi più attuali della ricerca astronomica.

Durante le Assemblee Generali vengono anche approvate delle ‘Risoluzioni’, ovvero delle decisioni condivise dagli astronomi professionisti su questioni astronomiche. Famosa rimane la Risoluzione votata a Praga nel 2006 che ridefinisce le caratteristiche che un corpo celeste deve possedere per essere chiamato ‘pianeta’. Tale definizione escluse Plutone dalla famiglia dei Pianeti del nostro Sistema Solare e lo riclassificò come pianetino o pianeta nano, una decisione ancor oggi fortemente contestata dal grande pubblico, soprattutto statunitense, su basi più sentimentali che scientifiche.

Anche quest’anno verrà presentata una Risoluzione che, se approvata, richiamerà l’attenzione generale: si propone infatti di modificare il nome della famosa ‘Legge di Hubble’, utilizzata per indicare la recessione delle galassie e l’espansione dell’universo, chiamandola ‘Legge di Hubble-Lemaître’. Per comprendere le motivazioni della proposta, è necessario ripercorrere la storia della scoperta che ha dato inizio alla nuova cosmologia, una storia colorata di giallo.

Nel 1927, il sacerdote e astronomo belga George Lemaître (1894-1966), applicando alla totalità dell’universo le equazioni della Relatività Generale, enunciate da Albert Einstein pochi anni prima, scopriva che la soluzione matematica prevedeva che l’universo fosse in espansione: un risultato assolutamente inaspettato. Lemaître, raccogliendo dalla letteratura i pochi dati allora disponibili sulla velocità di spostamento delle galassie, verificava che essi confermavano in maniera convincente la sua previsione teorica. Il sacerdote, certamente cosciente della portata rivoluzionaria della sua scoperta, pubblicava subito il risultato su una rivista belga di astronomia, in lingua francese, ma la scarsa diffusione della stessa lasciò la notizia quasi disattesa.

L’anno successivo però si tenne a Leiden, in Olanda, la terza Assemblea Generale dell’Unione Astronomica Internazionale cui Lemaître partecipò, unitamente ai più importanti astronomi dell’epoca. La sua scoperta destò grande interesse, ma anche notevole scetticismo: Einstein ne definì ineccepibile la matematica, ma ‘abominevole’ l’interpretazione fisica. L’americano Edwin Hubble invece, da valente astronomo sperimentale, ritornò in America eccitato dalla discussione avuta con Lemaître e iniziò subito una campagna osservativa con il nuovo telescopio da 100 pollici di Mount Wilson per verificare l’ipotesi del sacerdote belga. Un anno dopo, nel 1929, pubblicava il famoso articolo che confermava, con l’evidenza dei nuovi dati, la legge di espansione dell’universo che, da allora, prese il nome di ‘Legge di Hubble’.

La storia, come in un intrigo poliziesco, non finisce qui perché, sollecitato dell’astronomo reale Sir Arthur Eddington, George Lemaître tradusse in inglese il suo lavoro originale per la nota rivista inglese Monthly Notices. La versione inglese però, mentre riporta fedelmente il modello teorico, tralascia di pubblicare i dati osservativi che ne rappresentavano la verifica sperimentale. Per qualche tempo gli storici sospettarono un complotto editoriale, ordito per non oscurare la fama già conquistata dall’astronomo americano, finché da una lettera ritrovata negli archivi di Lemaître si capì che lui stesso aveva deciso di omettere i dati perché, dopo la pubblicazione di quelli di Hubble, riteneva quest’ultimi più numerosi e convincenti dei suoi. Da qui la motivazione della Risoluzione che vuole riconoscere il valore, la modestia e l’onestà intellettuale di George Lemaître, correggendo una non piccola distorsione storica.

Lemaître, nella sua duplice veste di cosmologo e sacerdote, va anche ricordato per aver suggerito a Papa Pio XII di evitare di identificare il Big bang dell’emergente modello cosmologico con il Fiat Lux biblico, come il Pontefice si era espresso in un discorso pubblico: non solo perché la comprensione e la verifica della nuova cosmologia era ancora agli inizi, ma anche perché, come Tommaso d’Aquino già aveva perfettamente intuito, la Creazione non è assimilabile a un evento che avviene nello spazio e nel tempo. Di fatto il Pontefice ascoltò il saggio consiglio e nella sua allocuzione rivolta agli astronomi riuniti nella VIII Assemblea Generale dell’IAU, che si tenne a Roma nel 1952, non v’é traccia di alcun ingenuo concordismo.

Questa storica ed interessante interazione tra la cosmologia nascente e il Magistero ci porta ad una considerazione di grande attualità. Dalle iniziali scoperte di Lemaître e Hubble, dopo quasi un secolo di entusiasmanti nuove ricerche, il modello cosmologico si è saldamente affermato e, se da un lato, come tutti i modelli scientifici, continuerà ad evolvere, ha definitivamente eliminato ipotesi non più sostenibili. Si tratta di una svolta epocale, che potremmo definire il completamento della rivoluzione copernicana.

Infatti, quando Galilei, nelle notti fatali dell’inverno del 1609-1610, apriva con il suo cannocchiale una nuova era dell’astronomia, contemporaneamente infrangeva per sempre le sfere cristalline della cosmologia aristotelica e soprattutto eliminava la divisione sostanziale tra mondo terreno e l’empireo celeste. Non era in grado però di rimpiazzare il modello aristotelico con una cosmologia altrettanto completa e comprensibile: solo oggi la scienza moderna è riuscita ad offrire una visione unitaria e razionale dell’universo e della sua storia evolutiva, sorprendentemente diversa da quanto i nostri antenati avevano immaginato. Durante tutto questo tempo, in assenza di una cosmologia credibile, la filosofia e la teologia, e quindi la Tradizione cristiana e il suo Magistero, hanno continuato a svilupparsi sulla base dell’unica concezione del mondo allora disponibile e la drammatica separazione tra pensiero scientifico e pensiero umanistico, iniziata proprio con la rivoluzione copernicana, non ha aiutato a comprendere la portata universale del cambiamento in atto. Per questo motivo, molte formulazioni dei dogmi di fede sono diventate oggi incomprensibili e rischiano di trasformarsi in un insostenibile fardello per gli uomini di scienza (e non solo loro) che vogliono diffondere il messaggio evangelico senza dover abiurare la loro conoscenza scientifica del reale.

Il caso forse più eclatante e più vicino a noi è rappresentato dalla formulazione del dogma dell’Assunzione, proclamato solennemente ex cathedra da papa Pio XII nel 1950. Il testo della proclamazione spiega chiaramente che il Magistero intendeva elevare a dogma di fede una tradizione popolare nata nei primi secoli dell’epoca cristiana e consolidatasi nel Medioevo, quindi nell’ambito di una visione del mondo essenzialmente aristotelica, nella quale il «cielo» verso il quale la Vergine è stata assunta «anima e corpo», aveva una sua collocazione precisa nel modello cosmologico allora vigente. Evidentemente, la formulazione letterale del dogma è divenuta oggi incomprensibile e, purtroppo, non offre molti appigli per darne una interpretazione simbolica che salvi il nucleo di fede che essa vuole esprimere e che la Tradizione secolare voleva significare. Un analogo ragionamento si potrebbe estendere a molte altre formulazioni, incluso il Simbolo Niceno, che risentono in modo più o meno evidente di una filosofia della natura non più sostenibile.

Il rischio, elevatissimo ed impellente, è che le nuove generazioni o le culture non occidentali che vogliano avvicinarsi al messaggio evangelico, si trovino di fronte a una barriera, perché si trova un linguaggio del passato non più comprensibile. I teologi dovrebbero quindi – e molti già lo fanno – considerare come prioritaria la revisione del prezioso bagaglio della Tradizione e recuperarne il valore salvifico interpretandone il senso e riformulandolo. A mio parere, è questo il senso dell’accorato appello della costituzione apostolica Veritatis Gaudium, o almeno della prima parte, scritta di pugno da papa Francesco: sta ora alle facoltà teologiche orientare i curricula dei loro corsi di studio, reintroducendo le materie scientifiche, da tempo abbandonate, e soprattutto la ‘pietra di paragone’, la cosmologia, com’era ai tempi gloriosi di Tommaso d’Aquino.

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Gli astronomi rendono onore al sacerdote belga: “Lemaître come Hubble”

Astrofisica/Astrophysics, Astronomi Gesuiti/Jesuit Astronomers, Astronomia/Astronomy, Città del Vaticano/Vatican City, Collaborazione Specola Vaticana/Vatican Observatory Collaboration, Compagnia di Gesù/Society of Jesus, Cristianesimo/Christianity, Fisica/Physics, Gesuiti/Jesuits, Specola Vaticana/Vatican Observatory, Storia dell'Astrofisica/History of Astrophysics, Telescopio Spaziale Hubble/Hubble Space Telescope, Unione Astronomica Internazionale/International Astronomical Union (IAU)

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© DREl Jesuita belga Georges Lemaître, en su cátedra en la universidad de Lovaina, autor de la teoría del Big Bang erróneamente atribuida a Edwin Hubble.

Lucandrea Massaro | Ago 18, 2018

Una bella pagina di scienza ed etica della ricerca

Dal 20 al 31 gli astronomi si riuniranno come fanno ogni tre anni per discutere di stelle e soprattutto per stimolare la cooperazione scientifica internazionale, ma anche per definire protocolli o definire – per esempio – cosa sia un pianeta e cosa no, cosa che nel 2006 declassò Plutone da “pianeta” a “pianeta nano”. Durante la prossima riunione, la XXX Assemblea Generale dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU) che si svolgerà a Vienna ha all’ordine del giorno anche una questione di “etica della ricerca”. Come spiega Avvenire:

quest’anno verrà presentata una Risoluzione (la B4) che, se approvata, richiamerà l’attenzione generale: si propone infatti di modificare il nome della famosa ‘Legge di Hubble’, utilizzata per indicare la recessione delle galassie e l’espansione dell’universo, chiamandola ‘Legge di Hubble-Lemaître’.

Per spiegare perché gli astronomi vogliono dare questo onore al sacerdote belga che fu collega di Einstein e che corresse Pio XII sul Big Bang bisogna riprendere in mano la storia della scienza di quel periodo.

Georges Lemaître, il fisico che disse ad Einstein e al Papa: «Sbagliate»

Il primo scienziato a parlare di «uovo cosmico» ed espansione dell’universo – di Carlo Rovelli /Corriere TV

Secondo il fisico Carlo Rovelli, due episodi della vita di Georges Lemaître sono formidabili: il primo riguarda il rapporto con Albert Einstein, che gli diede torto quando espose le sue tesi sull’origine e l’espansione del cosmo. Il fisico e astronomo belga era infatti convinto che l’Universo fosse stato originato da qualcosa di primordiale esploso spontaneamente, il cosiddetto «uovo cosmico», che il tedesco invece non contemplava. A distanza di qualche anno Einstein fu obbligato ad ammettere l’errore e a dar ragione al collega. Il secondo episodio riguarda Lemaître (il quale oltre che scienziato, era un sacerdote cattolico) e il Papa: non appena prese piede la teoria del Big Bang, Pio XII affermò che la scienza stava provando l’esistenza di Dio. Da qui nacque un confronto interessante al termine del quale il Papa venne convinto a non occuparsi più della connessione tra Big Bang e creazione.

Tutti conoscono la teoria del Big Bang. Pochi però sanno che uno dei primi ad aver capito che l’universo si espande, e dunque ha avuto un inizio, è stato un sacerdote-cosmologo belga: George Lemaître. Il suo contributo a questa scoperta, tra le più affascinanti del ‘900, è rimasto a lungo oscurato dalla fama di Edwin Hubble. La legge su velocità e distanza delle galassie che si studia a scuola è intitolata soltanto allo scienziato americano, lo stesso a cui è dedicato uno dei più grandi telescopi spaziali. Ma come mai?

Nel 1927, il sacerdote e astronomo belga George Lemaître (1894-1966), applicando alla totalità dell’universo le equazioni della Relatività Generale, enunciate da Albert Einstein pochi anni prima, scopriva che la soluzione matematica prevedeva che l’universo fosse in espansione: un risultato assolutamente inaspettato. Lemaître, raccogliendo dalla letteratura i pochi dati allora disponibili sulla velocità di spostamento delle galassie, verificava che essi confermavano in maniera convincente la sua previsione teorica. Il sacerdote, certamente cosciente della portata rivoluzionaria della sua scoperta, pubblicava subito il risultato su una rivista belga di astronomia, in lingua francese, ma la scarsa diffusione della stessa lasciò la notizia quasi disattesa.

L’anno successivo però si tenne a Leiden, in Olanda, la terza Assemblea Generale dell’Unione Astronomica Internazionale cui Lemaître partecipò, unitamente ai più importanti astronomi dell’epoca. La sua scoperta destò grande interesse, ma anche notevole scetticismo: Einstein ne definì ineccepibile la matematica, ma ‘abominevole’ l’interpretazione fisica. L’americano Edwin Hubble invece, da valente astronomo sperimentale, ritornò in America eccitato dalla discussione avuta con Lemaître e iniziò subito una campagna osservativa con il nuovo telescopio da 100 pollici di Mount Wilson per verificare l’ipotesi del sacerdote belga. Un anno dopo, nel 1929, pubblicava il famoso articolo che confermava, con l’evidenza dei nuovi dati, la legge di espansione dell’universo che, da allora, prese il nome di ‘Legge di Hubble’.

La storia, come in un intrigo poliziesco, non finisce qui perché, sollecitato dell’astronomo reale Sir Arthur Eddington, George Lemaître tradusse in inglese il suo lavoro originale per la nota rivista inglese Monthly Notices. La versione inglese però, mentre riporta fedelmente il modello teorico, tralascia di pubblicare i dati osservativi che ne rappresentavano la verifica sperimentale. Per qualche tempo gli storici sospettarono un complotto editoriale, ordito per non oscurare la fama già conquistata dall’astronomo americano, finché da una lettera ritrovata negli archivi di Lemaître si capì che lui stesso aveva deciso di omettere i dati perché, dopo la pubblicazione di quelli di Hubble, riteneva quest’ultimi più numerosi e convincenti dei suoi.

All’Assemblea vogliono, almeno i promotori della petizione, rendere onore innanzi tutto alle qualità scientifiche di padre Lemaître e poi anche alla sua onestà intellettuale.

Piero Benvenuti, segretario generale dell’Iau, ci tiene a ricordare la doppia veste di Lemaître: astronomo e sacerdote. Identificare il Big Bang scientifico con il Fiat lux biblico sarebbe stata un’ingenua forzatura, e fu lui a sconsigliarla a Pio XII. Per continuare su questa via, sarebbe opportuno aggiornare le formulazioni di quei dogmi di fede che con l’avanzare delle conoscenze «sono diventati incomprensibili e rischiano di trasformarsi in un insostenibile fardello per gli uomini di scienza» (Corriere della Sera)

5 grandi “scoperte” realizzate da scienziati cattolici

Astrofisica/Astrophysics, Astronomi Gesuiti/Jesuit Astronomers, Astronomia/Astronomy, Città del Vaticano/Vatican City, Collaborazione Specola Vaticana/Vatican Observatory Collaboration, Compagnia di Gesù/Society of Jesus, Cristianesimo/Christianity, Fisica/Physics, Gesuiti/Jesuits, Specola Vaticana/Vatican Observatory, Storia dell'Astrofisica/History of Astrophysics, Unione Astronomica Internazionale/International Astronomical Union (IAU)

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Adriana Bello | Lug 18, 2019

Una piccola dimostrazione del fatto che la scienza non si oppone alla fede, ma è un’opportunità per studiare dettagliatamente la creazione di Dio

“Come potrebbe la Chiesa disinteressarsi della più nobile delle occupazioni strettamente umane, l’indagine sulla verità?” – Georges Lemaître

1. La teoria del Big Bang

Ironicamente per molti, la più accettata spiegazione scientifica di come è stato creato il mondo è opera del sacerdote belga Georges Lemaître, il primo a parlare della teoria di un atomo primigenio che si espandeva costantemente, idea che contraddiceva il modello statico di Albert Einstein. Forse per la sua condizione di sacerdote (che lo faceva considerare una persona che puntava più sulle basi religiose, anche se chiarì sempre che la fede e la scienza dovevano rimanere separate. In seguito molti scienziati, tra cui lo stesso Einstein, riconobbero la sua intelligenza), la sua teoria venne attribuita a un’altra persona, Edwin Hubble, che giunse alla stessa conclusione ma tempo dopo. Si dice anche che la famosa costante di Hubble venne scoperta due anni prima da Lamaître, che però non la pubblicò mai su una rivista internazionale famosa. Per questo l’anno scorso l’Unione Astronomica Internazionale ha votato a favore di una raccomandazione per rinominare la Legge di Hubble come Legge di Hubble–Lemaître, in riconoscimento al contributo del sacerdote e astrologo belga.

2. Insulina per il diabete

San Giuseppe Moscati (canonizzato da Papa Giovanni Paolo II nel 1987) è stato un medico, professore universitario e ricercatore scientifico che ha dedicato la vita al recupero della salute fisica e spirituale dei suoi pazienti. Anche se gli vennero offerti molti lavori ben remunerati, pensò sempre che la sua missione fosse quella di aiutare i più poveri. Sua madre era morta di diabete nel 1014, e quindi cercò il modo di aiutare altri pazienti a non subire la stessa fine, diventando uno dei primi medici a sperimentare l’insulina nella cura della malattia.

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