Addio al grande astronomo pontificio padre George Coyne

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Di redazione -13/02/2020

È morto il sacerdote gesuita statunitense George Coyne, che si era guadagnato l’appellattivo di “astronomo del Papa”. Era stato per 28 anni direttore della Specola Vaticana, l’osservatorio astronomico della Chiesa cattolica situato a Castel Gandolfo, che durante il suo lungo mandato ha creato una succursale sul monte Graham in Arizona.

L’astronomo di fama internazionale è deceduto martedì sera all’Upstate University Hospital di Syracuse, nello Stato di New York, in seguito ad un tumore, all’età di 87 anni. Fino a pochi mesi fa è stato a capo di un team di ricercatori astronomici dell’Università dell’Arizona.

L’annuncio della scomparsa, come riferisce l’AdnKronos, è stato dato su Twitter dalla Specola Vaticana, ricordando padre Coyne come “esempio di leader carismatico e di scienziato nonché di divulgatore. Sotto di lui la Specola si è modernizzata. Che riposi nella pace del Signore!”.

L’astronomo gesuita fu chiamato alla guida della Specola Vaticana nel settembre 1978 per volere di Papa Giovanni Paolo I e confermato dal suo successore Giovanni Paolo II, rimanendo in carica fino al 2006. Fu proprio su consiglio di Coyne che durante il suo pontificato Karol Wojtyla aprì in maniera decisa il confronto tra fede e scienza, che poi portò alla riabilitazione ecclesiastica del grande astronomo pisano Galileo Galilei, che era stato costretto all’abiura delle sue idee scientifiche dal Sant’Uffizio. Giovanni Paolo II ammise gli errori dell’Inquisizione su Galilei e affermò che lo scienziato “ebbe a soffrire molto nelle mani della Chiesa”.

Parallelamente all’attività di ricerca astronomica George Coyne ha coltivato anche interessi nel campo della filosofia e della storia della scienza che lo hanno portato nel 1983 alla fondazione della collana di pubblicazioni “Studi Galileiani”. Questa rivista, la prima ad essere dedicata esclusivamente a ricerche storiche su Galileo, ha rappresentato un foro internazionale in cui specialisti di tutto il mondo si sono incontrati per discutere l’opera e il pensiero di colui che ha posto le basi della scienza moderna.

Padre Coyne ha fatto parte della Commissione di Studio del Caso Galileo istituita da Giovanni Paolo II nel 1981, dirigendone il gruppo di lavoro scientifico-epistemologico. La Commissione ha presentato le conclusioni sul caso nel 1992, arrivando alla completa riabilitazione di Galileo, con le indicazioni fatte proprie dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio.

“La Specola Vaticana è molto rattristata per la morte di p. George V. Coyne, S.J. direttore della Specola Vaticana dal 1979 al 2006. Esempio di leader carismatico e di scienziato nonchè di divulgatore. Sotto di lui la Specola si è modernizzato. Che riposi nella pace del Signore!”, hanno scritto i suoi confratelli su Twitter.

Nato il 19 gennaio 1933 a Baltimora, nel Maryland (Usa), George V. Coyne entrò a far parte della Compagnia di Gesù all’età di 18 anni e fu ordinato sacerdote nel 1965. Dopo gli studi teologici al Woodstock College, si laureò in matematica nel 1958 alla Fordham University di New York e nel 1962 ottenne il dottorato in astronomia alla Georgetown University di Washington. Tra il 1963 e il 1976 ha lavorato come astronomo al Lunar and Planetary Laboratory dell’Università dell’Arizona, dove nei quattro anni successivi e’ stato ricercatore e professore al Dipartimento di Astronomia, di cui fra il 1979 e il 1980 è stato direttore.

Quale direttore della Specola ha promosso l’istituzione a Tucson, in Arizona, della sezione osservativa della Specola Vaticana, installando sul Monte Graham un telescopio con specchio da 1.80 metri che ha costituito il prototipo delle ottiche astronomiche di nuova tecnologia che sono anche state utilizzate per il telescopio italo-americano Lbt con due specchi di 8 metri, collocato sulla stessa montagna.

Come astronomo padre Coyne ha svolto indagini sulla natura delle atmosfere estese che formano un tipo di involucro intorno a stelle giovani o che stanno ancora nascendo. Autore di più di 150 pubblicazioni scientifiche ha curato inoltre l’edizione di vari libri. Tra i suoi volumi: “Faith and knowledge. Toward a new meeting of science and theology” (Libreria Editrice Vaticana, 2007); “L’universo e il senso della vita. Un ateo e un credente: due uomini di scienza a confronto” (con Edoardo Boncinelli, San Paolo Edizioni, 2008); “Un universo comprensibile. Interazione tra scienza e teologia” (con Michael Heller, Springer Verlag, 2009); “L’inizio e la fine dell’universo. Orientamenti scientifici, filosofici e teologici” (con Louis Caruana e Lubos Rojka, Pontificio Istituto Biblico, 2016).

Oltre a far parte di varie società scientifiche, era membro dell’Accademia Pontificia delle Scienze. Ha ottenuto lauree ad honorem da prestigiose università e nel 2009 gli è stato assegnato il premio George Van Biesbroeck dell’American Astronomical Society in riconoscimento della “ricchezza dei suoi contributi scientifici, per il ruolo di organizzatore della Scuola estiva dell’Osservatorio Vaticano e del suo ruolo fondamentale nel mantenere aperto il dialogo tra scienza e fede”.

Fonte: AdnKronos

Il telescopio solare europeo sceglie La Palma come sito preferenziale

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7 Febbraio 2020

I promotori del progetto scientifico hanno pubblicato sul loro sito web una dichiarazione che conferma che la Isla Bonita è la prima scelta per costruire lo strumento ottico.

Il progetto di costruzione e lancio del telescopio solare europeo (EST) ha indicato come sito preferito l’isola di La Palma, vicino al Telescopio Solare Svedese.

Lo spiegano i promotori del progetto sul sito web dedicato, dove viene precisato che è stata presentata una proposta al Comitato Scientifico Internazionale degli Osservatori delle Isole Canarie affinché venga considerata questa località in contrapposizione a Tenerife.

In particolare, la richiesta è stata presentata all’organismo che, all’interno del comitato scientifico, ha il compito di controllare l’impatto che le nuove infrastrutture proposte possono avere sugli impianti già esistenti e nel caso raccomanda azioni che potrebbero minimizzare tale impatto.

L’organismo, denominato Sucosip, ha riconosciuto l’eccellenza del sito proposto per le osservazioni solari, come hanno già dimostrato le prestazioni del Telescopio Solare Svedese, e ha fatto anche una serie di raccomandazioni.

Ha proposto nuove analisi da effettuare per studiare l’influenza che l’edificio EST e le sue strutture potrebbero avere sul telescopio William Herschel, tenendo conto dei profili dei venti dell’Osservatorio Roque de Los Muchachos.

Sucosip ha presentato queste indicazioni al Comitato Scientifico Internazionale dell’Osservatorio delle Isole Canarie nella riunione che si è tenuta nei giorni scorsi all’Università di La Laguna.

Il telescopio solare europeo è un’iniziativa di fisica solare europea alla quale partecipano più di 30 istituzioni di 18 paesi, sotto il coordinamento dell’Instituto de Astrofísica de Canarias (IAC).

Rappresenta la più grande infrastruttura di ricerca europea nel campo della fisica solare dalla Terra, con un costo di costruzione di circa 200 milioni di euro.

Il consenso è unanime sulla sede desiderata che sono gli Osservatori delle Isole Canarie, ma si discute se sarà La Palma o Tenerife ad ospitare questo progetto.

La decisione di definire Roque de Los Muchachos come sito preferito sembra aprire la strada a La Palma.

Cristiano Collina

Il primo lampo radio veloce periodico

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11 febbraio 2020

© Science Photo Library/AGF 

Gli strumenti del radiotelescopio CHIME, in Canada, hanno rilevato un altro di questi rari e brevissimi segnali provenienti dal cosmo profondo, ma è la prima volta che un lampo radio veloce mostra una periodicità. La sorgente, di natura ancora misteriosa, si trova in una galassia a spirale lontana da noi circa 500 milioni di anni luce

Brevi raffiche di emissioni radio, della durata di alcuni millisecondi, che punteggiano il cielo notturno in punti casuali, difficili da rilevare e da studiare: così venivano finora descritti i fast radio burst (FRB), o lampi radio veloci. Grazie a un nuovo studio pubblicato sul sito di prestampa arXiv dai ricercatori della collaborazione CHIME/FRB, si può ora aggiungere  un particolare importante: gli FRB possono anche essere segnali periodici. Gli autori hanno infatti scoperto un segnale, denominato FRB 180916.J0158+65, che si ripete ciclicamente ogni 16 giorni.

Si aggiunge così un nuovo tassello al complesso quadro di conoscenze su questi misteriosi segnali radio osservati per la prima volta nel 2007. Ora i cataloghi ne contano circa un centinaio, solo una decina dei quali si è ripetuta nel tempo. In particolare, FRB 180916.J0158+65 è stato scoperto nel 2018 e localizzato poi nel 2019.

I ricercatori del CHIME/FRB hanno setacciato i dati raccolti nel corso di 400 osservazioni condotte con il radiotelescopio Canadian Hydrogen Intensity Mapping Experiment, situato nella regione della British Columbia e gestito da un consorzio di università canadesi.

Il radiotelescopio CHIME, in Canada (Mateus A. Fandiño – The CHIME collaboration/CC BY-SA 4.0)

Dall’analisi è così emerso uno schema caratteristico, proveniente da una galassia a spirale situata a circa 500 milioni di anni luce di distanza da noi: il segnale FRB si ripeteva ogni ora per quattro giorni consecutivi, poi cessava per ripetersi ancora uguale dopo circa 12 giorni: in totale, si manifesta una periodicità di 16,35 giorni.

L’ipotesi è che la ripetizione ciclica del segnale sia frutto di un oggetto celeste non meglio precisato in orbita intorno a un altro corpo: l’assenza di FRB corrisponderebbe così alla fase in cui la sorgente è nascosta rispetto al nostro punto di osservazione terrestre. Gli autori tuttavia non escludono che possa trattarsi dell’effetto di venti stellari, flussi di gas emessi dalla parte superiore dell’atmosfera di alcune stelle, che amplificano o bloccano ciclicamente i segnali provenienti da una  sorgente più lontana.

Quale possa essere la sorgente che emette FRB a intervalli regolari è ancora un mistero. Per ora gli astrofisici puntano ad accumulare nuovi dati, sia su  FRB 180916.J0158+65 sia su altri candidati FRB periodici. Con questi nuovi risultati, infatti, molti ora sospettano che la periodicità degli FRB possa essere molto più comune di quanto ritenuto finora: i segnali ripetuti potrebbero solo essere al di fuori dall’intervallo di frequenze degli strumenti, oppure hanno un ciclo così lungo che la ripetizione del segnale deve ancora verificarsi. Per questo saranno cruciali le osservazioni future. (red)

Betelgeuse e il suo calo di luminosità visti “da vicino”

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17 FEB 2020

di Eso – European Southern Observatory

Ormai dalla fine dello scorso anno stiamo seguendo l’abbassarsi della luminosità di Betelgeuse. Adesso uno studio sulle osservazioni ottenute dal VLT dell’ESO mostrano l’aspetto superficiale della supergigante rossa e aiutano a spiegarne i motivi.

La stella supergigante rossa Betelgeuse, nella costellazione di Orione, si sta affievolendo come mai prima d’ora. Questa straordinaria immagine della superficie della stella, presa con lo strumento SPHERE sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO alla fine dell’anno scorso, è tra le prime osservazioni ottenute durante una campagna di osservazione volta a capire perché la stella stia diventando più debole. Confrontata con l’immagine scattata nel gennaio 2019, mostra quanto la stella sia più debole e come sia apparentemente cambiato il suo aspetto. Crediti: ESO/M. Montargès et al.

Finora Betelgeuse è stata un faro nella notte per chiunque osservasse le stelle, ma verso la fine dell’anno scorso ha iniziato a diventare più debole. Mentre scriviamo, Betelgeuse è circa al 36% della sua luminosità normale, un cambiamento evidente anche a occhio nudo. Sia gli appassionati di astronomia che gli scienziati sono incuriositi da questo affievolimento senza precedenti.

Un’equipe guidata da Miguel Montargès, astronomo della KU di Lovanio in Belgio, sta osservando la stella con il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO da dicembre, con l’obiettivo di capire perché stia diventando più debole. Tra le prime osservazioni emerse dalla campagna troviamo una nuova, straordinaria immagine della superficie di Betelgeuse, scattata alla fine dell’anno scorso con lo strumento SPHERE.

Questa straordinaria immagine della superficie della stella, è stata presa con lo strumento SPHERE sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO nel gennaio 2019, prima che la stella iniziasse a diventare più fioca. Confrontata con l’immagine scattata nel dicembre 2019, mostra quanto la stella sia ora più debole e come sia apparentemente cambiato il suo aspetto. Crediti: ESO/M. Montargès et al.

La stessa equipe aveva anche osservato per caso la stessa stella con SPHERE nel gennaio 2019, prima che iniziasse la diminuzione di intensità, dandoci un’immagine “prima e dopo” di Betelgeuse.

Scattate in luce visibile, le immagini evidenziano i cambiamenti che si stanno verificando sulla stella, sia in termini di luminosità che di forma apparente.

Molti appassionati di astronomia si sono chiesti se l’affievolimento di Betelgeuse significasse che stava per esplodere. Come tutti le supergiganti rosse, un giorno Betelgeuse diventerà una supernova, ma gli astronomi non pensano che sia quello che sta accadendo ora. Hanno altre ipotesi per spiegare cosa esattamente sta causando il cambiamento di forma e luminosità osservato nelle immagini di SPHERE.

In questa immagine ottenuta con lo strumenti VISIR, vediamo la luce infrarossa emessa dalla polvere che circondava Betelgeuse nello scorso dicembre. Le nubi di polvere, anche se in questa immagine sembrano più fiamme infuocate, si formano quando la stella rilascia materia nello spazio. Il disco nero al centro oscura la luminosità della stella e di gran parte di ciò che la circonda. Le reali dimensioni sono infatti quelle del puntino arancione al centro, l’immagine della superficie stellare ripresa da SPHERE. Crediti: ESO/P. Kervella/M. Montargès et al., Acknowledgement: Eric Pantin

«I due scenari a cui stiamo lavorando sono: un raffreddamento della superficie dovuto a un periodo di attività stellare eccezionale e l’espulsione di polvere nella nostra direzione», afferma Montargès. «Naturalmente, la nostra conoscenza delle supergiganti rosse rimane incompleta e il nostro lavoro è ancora in corso, quindi non possiamo escludere sorprese a priori».

La superficie irregolare di Betelgeuse, infatti, è costituita da gigantesche cellule convettive che si muovono, si restringono e si gonfiano. La stella inoltre pulsa, proprio come un cuore, con un mutamento periodico di luminosità. L’attività stellare è composta proprio da questi mutamenti dovuti alla convezione e alla pulsazione in Betelgeuse.

A Montargès e al suo gruppo serviva il VLT al Cerro Paranal in Cile per studiare la stella, che si trova a oltre 700 anni luce di distanza, e raccogliere indizi sul suo affievolimento.

Un’impressione artistica di Betelgeuse, una stella così grande e sufficientemente vicina che ne siamo risuciti a ditinguere le particolarità di superficie e corona. Siamo riusciti a osservare le giganti celle che ribollono sulla sua superficie e a misurare i pennacchi della sua corona, così vasti da avere dimensioni paragonabili al nostro Sistema Solare. Nella figura le due scale sono sia in unità astronomica che in raggi della stella stessa. Crediti: ESO/L. Calçada

«L’Osservatorio dell’ESO al Paranal è una delle poche strutture in grado di visualizzare la superficie di Betelgeuse», afferma. Gli strumenti sul VLT dell’ESO consentono osservazioni dal visibile al medio infrarosso, il che significa che gli astronomi possono vedere sia la superficie di Betelgeuse che il materiale circostante. «Questo è l’unico modo in cui possiamo capire cosa stia succedendo alla stella».

Una seconda nuova immagine, ottenuta sempre nel dicembre 2019 ma con lo strumento VISIR installato sul VLT, mostra invece la luce infrarossa emessa dalla polvere che circonda Betelgeuse. Queste osservazioni sono state fatte da un gruppo di scienziati guidato da Pierre Kervella dall’Osservatorio di Parigi in Francia, che ha spiegato che la lunghezza d’onda della luce catturata dall’immagine è simile a quella rilevata dalle termocamere. Le nubi di polvere, che nell’immagine VISIR sembrano delle fiamme, si formano quando la stella lancia la propria materia nello spazio.

«Sentiamo spesso nella popolarizzazione dell’astronomia la frase “siamo fatti di polvere di stelle”, ma da dove proviene esattamente questa polvere?» commenta Emily Cannon, una studentessa di dottorato presso KU Leuven che lavora con immagini SPHERE di supergiganti rosse. «Nel corso della loro vita, le supergiganti rosse come Betelgeuse creano ed espellono enormi quantità di materia ancor prima di esplodere come supernovae. La tecnologia moderna ci ha permesso di studiare questi oggetti, a centinaia di anni luce di distanza, con dettagli senza precedenti che ci danno l’opportunità di svelare il mistero di ciò che provoca la loro perdita di massa».

RIP Padre George Coyne SJ (1933-2020)

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Segnaliamo con tutto il cuore la morte del nostro grande mentore, fedele collega e caro amico, padre George V. Coyne SJ.

Padre Coyne, che ha diretto l’Osservatorio Vaticano per quasi 30 anni dal 1978 al 2006, è morto martedì 11 febbraio presso l’Ospedale Universitario Upstate di Syracuse, New York, dove era in cura per il cancro alla vescica. Aveva 87 anni.
Fr. Coyne fu nominato direttore dell’Osservatorio del Vaticano all’età di 45 anni – in particolare fu uno dei pochi appuntamenti presi durante il breve papato di Giovanni Paolo I – dopo la morte inaspettata del suo predecessore. Ha servito fino a quando aveva 73 anni, il periodo più lungo di qualsiasi direttore dell’Osservatorio.
Durante il suo mandato come direttore dell’Osservatorio, P. Coyne ha supervisionato la modernizzazione del ruolo dell’Osservatorio nel mondo della scienza, accogliendo nel suo staff un numero di giovani astronomi gesuiti provenienti da tutto il mondo, tra cui Africa, Asia e Sud America. Sotto la sua guida, il gruppo di ricerca dell’Osservatorio Vaticano è stato istituito presso l’Università dell’Arizona e in collaborazione con l’Università ha reso possibile la costruzione del Vatican Advanced Technology Telescope, con il primo specchio spin-cast al mondo, sul Monte Graham.
Fr. Coyne ha promosso il dialogo tra scienza e teologia ai massimi livelli. In stretta collaborazione con Papa San Giovanni Paolo II, negli anni ’90 ha organizzato una serie di conferenze su “L’azione di Dio nell’universo” presso la sede dell’Osservatorio a Castel Gandolfo, in Italia, in collaborazione con il Centro di teologia e scienze naturali di Berkeley , California. Una serie di atti furono pubblicati dall’Università di Notre Dame Press. Una lettera di San Giovanni Paolo a George Coyne in occasione del 300 ° anniversario dei Principia di Newton è stata una delle dichiarazioni più dettagliate della teologia cattolica sul rapporto tra scienza e fede. Ha scritto una serie di pubblicazioni su questo argomento, in particolare il suo libro con Alessandro Omizzolo, Wayfarers in the Cosmos: The Human Quest for Definition.
E con l’istituzione nel 1986 delle Biennali Scuole estive dell’Osservatorio Vaticano in astronomia e astrofisica, P. Coyne ha fatto progredire l’educazione di una generazione di giovani astronomi, specialmente dai paesi in via di sviluppo.
Fr. Coyne è nato a Baltimora, MD, il 19 gennaio 1933, il terzo di otto figli. Frequentò le scuole elementari cattoliche e ricevette una borsa di studio completa presso la scuola superiore gesuita Loyola Blakefield a Towson, MD. Dopo la laurea nel 1951 entrò nel noviziato gesuita a Wernersville, Pennsylvania. Durante il suo primo anno di studi in letteratura latina e greca, fu istruito da un sacerdote gesuita che, oltre ad avere un dottorato di ricerca. nelle lingue classiche, aveva anche un M.S. in matematica e un interesse educato per l’astronomia; notò l’interesse di George per l’astronomia e lo incoraggiò sul campo. George ha guadagnato un B.S. in matematica e licenza in filosofia presso la Fordham University nel 1958, dottorato di ricerca. in astronomia nel 1962 dalla Georgetown University, e infine la licenza in teologia sacra dal Woodstock College nel 1965, anno in cui fu ordinato.
Per il suo dottorato in astronomia alla Georgetown University, Coyne ha condotto uno studio spettrofotometrico della superficie lunare. Trascorse l’estate del 1963 a fare ricerche presso l’Università di Harvard, l’estate del 1964 come docente della National Science Foundation presso l’Università di Scranton e l’estate del 1965 come professore di ricerca presso l’Università dell’Arizona Lunar and Planetary Laboratory.
Il principale interesse di ricerca di Coyne era lo studio tramite polarimetria di numerosi oggetti astronomici. Questi includevano le superfici della Luna e di Mercurio; il mezzo interstellare; stelle con atmosfere estese; e galassie di Seyfert, che sono un gruppo di galassie a spirale con centri stellari molto piccoli e insolitamente luminosi. I suoi lavori finali riguardavano la polarizzazione prodotta in variabili cataclismiche, interagendo con sistemi stellari binari che emettevano improvvisi scoppi di energia intensa.
Coyne è stato assistente alla cattedra presso il Lunar and Planetary Laboratory (LPL) dell’Università dell’Arizona nel 1966-67 e 1968-69, e ha visitato l’astronomo presso l’Osservatorio Vaticano nel 1967-68. Si è unito all’Osservatorio del Vaticano come astronomo nel 1969 ed è diventato assistente alla LPL nel 1970. Nel 1976 è diventato ricercatore senior presso la LPL e docente presso il Dipartimento di Astronomia dell’Università dell’Arizona. L’anno seguente è stato direttore dell’osservatorio Catalina dell’Università dell’Arizona e direttore associato della LPL.
Coyne fu nominato Direttore dell’Osservatorio Vaticano da Papa Giovanni Paolo I nel 1978, e nello stesso anno divenne anche Direttore associato dell’Osservatorio Steward. Nel periodo 1979-80 ha ricoperto il ruolo di Direttore ad interim e Capo dell’Osservatorio Steward e del Dipartimento di Astronomia, e successivamente ha continuato come professore a contratto presso il Dipartimento di Astronomia dell’Università dell’Arizona.
Si è ritirato come direttore dell’Osservatorio del Vaticano nell’agosto 2006. Dopo aver trascorso un anno sabbatico come pastore associato presso la chiesa cattolica di San Raffaele a Raleigh, Carolina del Nord, è rimasto nello staff dell’Osservatorio Vaticano e ha servito come presidente della Fondazione dell’Osservatorio Vaticano fino al 2011. In quell’anno è stato nominato alla cattedra di filosofia religiosa McDevitt al Le Moyne College di Syracuse, New York.
Coyne ha ricevuto il dottorato onorario dal Boston College; l’Università Jagelloniana a Cracovia, in Polonia; Loyola University Chicago; Marquette University; St Peter’s College Jersey City; e l’Università di Padova, Italia. Era membro dell’Unione Internazionale Astronomica, dell’American Astronomical Society, dell’Astronomical Society of the Pacific, dell’American Physical Society, della Optical Society of America e della Pontificia Accademia delle Scienze.


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Pensieri e azioni sono decisi dal cervello o dalla coscienza?

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NEWS

© pixologic Gelsomino Del Guercio | Gen 20, 2020

Il libero arbitrio è centrale per l’uomo. Sanguineti: amore e peccato sono imputabili alla libertà umana

L’io cosciente sarebbe più un notaio che certifica i fatti quando sono già accaduti (anche se poi si attribuisce ingiustamente la scelta) che non uno stratega. Ogni nostra attività sarebbe decisa dal cervello.

Il neurofisiologo di fama internazionale Piergiorgio Strata qualche tempo ha, presentando le ultime conoscenze sui meccanismi cerebrali, concludeva che il libero arbitrio è un’illusione. Un’affermazione “rivoluzionaria”, che ha scatenato parecchie polemiche.

Gli esperimento di Libet

Un’idea del genere negherebbe il funzionamento della coscienza. Il professore Juan José Sanguineti, ordinario di Filosofia della conoscenza alla Pontificia Università della Santa Croce, esperto di neuroscienze, è scettico:

«Secondo quanto l’articolo dice, mi pare che le obiezioni all’esistenza della libertà della parte della neurobiologia siano due. Prima di tutto, quando si dice che la decisione cerebrale avviene “qualche secondo prima che la coscienza intervenga”, è ovvia l’allusione ai famosi esperimenti di Libet, che risalgono agli anni ’80 e che poi sono stati ripetuti secondo diverse modalità».

ARTIFICIAL INTELLIGENCE

L’origine dei movimenti

Questi esperimenti, secondo Sanguineti, «dimostrano che movimenti volontari semplici eseguiti in laboratorio, come decidere arbitrariamente di muovere un dito o una mano entro un periodo di tempo prefissato, sono anticipati da un potenziale di preparazione corticale circa un secondo prima, e anche ancora prima, che il soggetto indichi di essere cosciente di aver compiuto la decisione di muovere il dito o la mano».

Allo stesso tempo non consentono di concludere semplicemente che le nostre scelte siano sempre precedute (e quindi causate, cioè che non siano vere scelte libere) da attivazioni cerebrali.

«La scelta di muovere arbitrariamente un dito in quelle condizioni di laboratorio non è l’esempio più tipico di atto libero. C’è stata anche la scelta di decidere di sottomettersi all’esperimento. In altri casi, si può scegliere di fare una cosa tra una settimana, o tra un anno. Alcune scelte immediate, invece, possono essere quasi automatiche, perché ci si è abituati, o perché si è scelto in anticipo di entrare in un corso di azione, come chi comincia una corsa o chi comincia a suonare la chitarra, dovendo compiere in seguito molti atti semi-automatici che comunque sono liberi».

Leggi anche: Perché la scienza non ha mai confutato il libero arbitrio…

Diversi tipi di azioni volontarie

Ci sarebbe, dunque, «molto da discutere» su questo esperimento, e «infatti la letteratura al riguardo è molto ampia e non tutti concludono che il libero arbitrio non esista».

Il problema, sostiene l’esperto, «è che ci sono molte modalità di atti volontari e che la genesi dell’atto volontario può essere più complessa di quanto possiamo immaginarci. Si pensi, ad esempio, che una cosa è la scelta libera, e un altra è l’espressione esterna di tale scelta – che poi è quello che l’esperimento di Libet misura – la quale ovviamente viene dopo nel tempo».

Libero arbitrio e patologie

In secondo luogo, le obiezioni alla libertà nell’articolo sembrano nascere da gravi patologie in cui il soggetto compie atti criminali (il caso del cannibale-serial killer americano Dahmer) o comunque atti moralmente diversi da quello che si era abituati a fare (come nel caso di Phineas Gage, l’uomo a cui una sbarra perforò l’occhio e che dopo l’incidente da persona tranquilla divenne iroso, asociale, senza inibizione).

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Il fisico Zichichi: «l’esistenza della scienza prova che siamo figli di una logica, non del caos»

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NEWS

Unione Cristiani Cattolici Razionali | Mar 06, 2017

Molto interessante la recente riflessione del celebre fisico italiano Antonino Zichichi. A lungo diversi esponenti del mondo anticlericale hanno messo in dubbio la sua autorità scientifica avendo più volte affermato di credere in Dio grazie alla scienza.

Tuttavia, ancora oggi, Zichichi risulta avere un H-index (indice di impatto sul mondo scientifico) pari a 62, come Stephen Hawking (62) e ben superiore, ad esempio, a Carlo Rovelli (52) e al premio Nobel Sheldon Lee Glashow (52).

«Le scoperte scientifiche sono la prova che non siamo figli del caos, ma di una logica rigorosa. Se c’è una Logica ci deve essere un Autore»ha scritto Zichichi, professore emerito di Fisica all’Università di Bologna, vincitore del Premio Fermi ed ex presidente dell’European Physical Society (EPS) e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

Il fisico ha smentito che la scienza possa mai spiegare o riprodurre i miracoli, il che sarebbe equivalente a «illudersi di potere scoprire l’esistenza scientifica di Dio». E ciò è impossibile, poiché «se fosse la Scienza a scoprirlo, Dio non potrebbe essere fatto che di Scienza e basta. Se fosse la Matematica ad arrivare al “Teorema di Dio”, il Creatore del Mondo non potrebbe che essere fatto di Matematica e basta. Sarebbe poca cosa. Noi credenti vogliamo che Dio sia tutto: non soltanto una parte del tutto». Ovvero, se Dio si potesse indagare tramite la scienza (la famosa “prova scientifica” chiesta dagli antiteisti) non sarebbe più il Creatore, ma una semplice creatura.

Zichichi da sempre descrive due realtà dell’esistenza, quella trascendentale e quella immanentistica. La seconda, dice, è studiata dalle scoperte scientifiche, mentre la prima è di competenza della teologia. «È un errore pretendere che la sfera trascendentale debba essere come quella che noi studiamo nei nostri laboratori. Se le due logiche fossero identiche non potrebbero esistere i miracoli, ma solo, e soltanto, le scoperte scientifiche. Se così fosse le due sfere dell’Immanente e del Trascendente sarebbero la stessa cosa. È quello che pretendono coloro che negano l’esistenza del Trascendente, come fa la cultura atea. Non è un dettaglio da poco. I miracoli sono la prova che la nostra esistenza non si esaurisce nell’Immanente. Ma c’è di più».

Ma lo stesso Autore di ciò che la scienza scopre, ha proseguito l’eminente scienziato italiano, «è un’intelligenza di gran lunga superiore alla nostra. Ecco perché le grandi scoperte sono tutte venute, non migliorando i calcoli e le misure ma dal “totalmente inatteso“. Il più grande dei miracoli, amava dire Eugene Wigner (gigante della Scienza), è che esiste la Scienza».

Le parole di Zichichi si rifanno chiaramente alle riflessioni di Albert Einstein, il quale a sua volta scriveva«Trovi sorprendente che io pensi alla comprensibilità del mondo come a un miracolo o a un eterno mistero? A priori, tutto sommato, ci si potrebbe aspettare un mondo caotico del tutto inafferrabile da parte del pensiero. Al contrario, il tipo d’ordine che, per esempio, è stato creato dalla teoria della gravitazione di Newton è di carattere completamente diverso: anche se gli assiomi della teoria sono posti dall’uomo, il successo di una tale impresa presuppone un alto grado d’ordine nel mondo oggettivo, che non era affatto giustificato prevedere a priori. È qui che compare il sentimento del “miracoloso”, che cresce sempre più con lo sviluppo della nostra conoscenza. E qui sta il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, che si sentono paghi per la coscienza di avere con successo non solo liberato il mondo da Dio, ma persino di averlo privato dei miracoli» (A. Einstein, “Lettera a Maurice Solovine”, GauthierVillars, Parigi 1956 p.102).

Anche l’unico premio Nobel vivente italiano, il fisico Carlo Rubbia, si è lasciato interrogare dal “perché” la scienza possa essere così efficace: «Se contiamo le galassie del mondo o dimostriamo l’esistenza delle particelle elementari, in modo analogo probabilmente non possiamo avere prove di Dio. Ma, come ricercatore, sono profondamente colpito dall’ordine e dalla bellezza che trovo nel cosmo, così come all’interno delle cose materiali. E come un osservatore della natura, non posso fare a meno di pensare che esiste un ordine superiore. L’idea che tutto questo è il risultato del caso o della pura diversità statistica, per me è completamente inaccettabile. C’è un’Intelligenza ad un livello superiore, oltre all’esistenza dell’universo stesso» (C. Rubbia, Neue Zürcher Zeitung, märz 1993).

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

Calendario 2020 CFHT Coelum – Canada France Hawaii Telescope

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Torna il nuovo Calendario CFHT-Coelum 2020!
Dodici spettacolari soggetti celesti in grado di farti volare tutti i mesi tra le stelle. Ecco il calendario 2019, frutto della collaborazione con il grande Canada France Hawaii Telescope (CFHT) delle Hawaii.

2020 Calendar
2020Calendar

Un calendario che ti accompagnerà per tutto l’anno con i suoi dodici spettacolari soggetti del cielo profondo. Ogni mese potrai scoprire ed ammirare la magnificenza di galassie e nebulose, come solo il grande telescopio CFHT può riprendere. Le immagini sono tutte originali e ad altissima risoluzione, realizzate da Jean-Charles Cuillandre del Canada-France-Hawaii Telescope (CFHT) con il grande CCD installato sul telescopio di 3,6 metri ed elaborate dagli esperti grafici di Coelum Astronomia.

I Soggetti del Calendario 2020:

  • Gennaio: The Dolphin Nebula
  • Febbraio: Leo II group of galaxies
  • Marzo: Open star cluster Messier 7
  • Aprile: Face-on spiral galaxy NGC 3486
  • Maggio: The California nebula
  • Giugno: Open star cluster Messier 46
  • Luglio: Star formation region NGC 1333
  • Agosto: Reflection nebula IC 447
  • Settembre: Spiral galaxy NGC 4380
  • Ottobre: Emission nebula Sh2-140
  • Novembre: Reflection nebula NGC 1788
  • Dicembre: The Crescent nebula

Produzione

Edizioni Scientifiche Coelum e Canada-France-Hawaii Telescope, 2019.
@ CFHT/Coelum
All images by J.C. Cuillandre (CFHT) & Giovanni Anselmi.

Note Tecniche

Formato 30×42; 16 pagine
Confezione a spirale
Carta plastificata di grande pregio per una perfetta riproduzione dei colori e dei dettagli.

☀️ Solar Orbiter 🛰️ Le nuove frontiere della Fisica Solare ☀️ Coelum astronomia 241 di febbraio è online!

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Coelum Astronomia 241 di febbraio è ONLINE
 
La nuova era della
FISICA SOLARE

Il Sole, una stella magnifica e maestosa , una compagna alla quale dobbiamo in buona parte la vita sul nostro pianeta. Si potrebbe pensare che un astro così vicino e la cui osservazione appare inevitabile non possa celare più alcun segreto né mistero, contrariamente alle ammiccanti e lontane stelle. Ma non è così. 
Il Sole ha saputo conservare un velo tutto suo di enigmi e domande che ancora oggi sono senza risposta. In questo numero di Coelum Astronomia andiamo a scoprire e approfondire quali siano questi enigmi irrisolti, perché sono così difficili da indagare e quali possano essere le nuove frontiere della fisica solare che le avanzatissime sonde spaziali come la Parker Solar Probe della NASA o la Solar Orbiter dell’ESA – ormai pronta alla partenza – si apprestano a superare. Per scoprire tutto questo abbiamo chiesto all’astronomo solare Luca Zangrilli, che assieme al collega Alessandro Bemporad ci raccontano nel loro articolo le frontiere della fisica solare e la nuova missione europea, con un importante contributo italiano, Solar Orbiter
Con Michele Diodati invece iniziamo un viaggio alla scoperta del destino del Sole: ripassiamo cosa accade nell’evoluzione di una stella della sua categoria e quale sarà il futuro della nostra stella quando, tra alcuni miliardi di anni, avrà esaurito il suo combustibile nucleare. E la Terra che sorte subirà?

Come sempre non ci fermiamo qui: ancora stelle che muoiono nel report dedicato alle supernovae scoperte nel 2019 e poi astrofotografia in bianco e nero, le ultime notizie dal mondo dell’Astronomia e i consigli osservativi, come sempre da scoprire nel sommario qui di seguito e direttamente tra le pagine della nostra rivista! In formato digitale e gratuito. Spargete la voce e…



Buona lettura! 



  Articoli in Copertina Coelum Astronomia n. 241 di febbraio 2020
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 REPORT Il bolide di Capodanno. Racconto di un evento meteoritico, dall’osservazione al rinvenimento della meteoriteLa NUOVA ERA della FISICA SOLARE. 50 anni di fisica solare dallo spazio e i nuovi obiettivi della missione SolO, la sonda europea per lo studio del Sole pronta al lancio. Il destino del SOLE. Prima parte di un articolo alla scoperta dell’evoluzione e del destino della nostra stella.La ricerca amatoriale di SUPERNOVAE nel 2019. Tiriamo le somme… PHOTOCOELUM. Spazio alle vostre immagini e in più:
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La danza di Venere e Giove
L’eclisse lunare di penombra del 10 gennaio
Nightscape in Bianco e Nero. Aggiungere togliendo… suggestione e impatto nell’astrofotografia di paesaggio in bianco e nero.Meraviglie del cosmo. La nebulosa Manubrio.Tutti gli appuntamenti con il CIELO di FEBBRAIO!La LUNA di Febbraio. I dettagli, tutte le librazioni e una guida all’Osservazione dell’Altipiano Meridionale (II parte)Il Cielo della UAI Viaggio tra le galassie del LeoneAlla scoperta del Cielo: la Costellazione del Cane Maggiore (II parte) Mirzam e i suoi dintorni. Buona lettura e condividete con noi la vostra esperienza nell’osservazione e nella ripresa: scriveteci su segreteria@coelum.com caricate le vostre fotografie in PhotoCoelum e vi aspettiamo numerosi anche sulla nostre pagine social!  ⭐  Facebook ⭐ Twitter ⭐   Pinterest  ⭐
 
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Una nana bianca dietro la supernova da record

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28 gennaio 2020

Un’immagine ai raggi X della supernova (in alto a destra) vicino alla galassia NGC 1260 (©NASA/CXC/UC Berkeley/N.Smith et al.) 

Un nuovo studio ha ricostruito l’origine di SN 2006gy, una delle supernove più luminose mai osservate: all’origine dell’evento ci sarebbe l’esplosione di una nana bianca che ha interagito con un involucro di materiali espulsi un secolo prima dalla sua stella compagna gigante

Nel settembre del 2006, nel cielo notturno fece la sua comparsa un bagliore di potenza insolita. Gli strumenti confermarono l’eccezionalità dell’evento: quella luce era prodotta da una supernova superluminosa, una delle esplosioni stellari più brillanti mai scoperte e studiate, poi battezzata SN 2006gy, situata nella galassia NGC 1260, a circa 238 milioni di anni luce da noi.

Ora sulla rivista “Science”, Anders Jerkstrand del Max-Planck-Institut per l’astrofisica a Garching e colleghi di una collaborazione internazionale rivelano l’origine di tanta energia. Si tratta infatti di una supernova abbastanza comune, in cui però l’esplosione ha interagito con un guscio di materiale stellare espulso in precedenza dal sistema binario di origine.

Le supernove superluminose sono fino a 100 volte più luminose di quelle normali. Gli astrofisici hanno proposto diversi possibili modelli per spiegare questi eventi transitori rari e brillanti, ma l’origine della loro energia e la natura delle stelle che li producono sono ancora poco chiare.

Nel caso di SN 2006gy, ci sono voluti anni per ricostruire il puzzle dei fenomeni fisici sottostanti. I primi dati raccolti hanno fatto ipotizzare che si trattasse di una supernova di tipo II, cioè di una supernova formatasi dal collasso e dalla conseguente violenta esplosione di una stella massiccia, con massa di almeno nove volte quella del Sole.

Tuttavia, poco più di un anno dopo l’esplosione, SN 2006gy ha prodotto uno spettro di radiazione insolito, con linee di emissione non identificate. Col tempo, Jerkstrand e colleghi sono riusciti a realizzare diversi possibili modelli spettrali di supernova, identificando infine le misteriose linee di emissione come dovute a una grande quantità di ferro.

Gli autori si sono poi dedicati alla ricerca dei meccanismi che avrebbero potuto produrre i tre elementi rilevanti di SN2006gy: estrema luminosità, spettro peculiare e presenza di linee spettrali del ferro. L’unico scenario coerente con le osservazioni è quello di una supernova di tipo Ia, frutto dell’esplosione di una nana bianca, una tipologia di stella di massa medio-piccola giunta al termine del ciclo di fusione nucleare.

L’ipotesi è che in origine la nana bianca facesse parte di un sistema binario con una stella gigante da cui è poi stata inghiottita, finendo per esplodere una volta raggiunto il nucleo della compagna più grande. La luminosità estrema è stata poi prodotta dall’interazione dell’onda d’urto della supernova con un denso guscio di materiale circumstellare, probabilmente espulso dalla stella gigante circa un secolo prima dell’esplosione della nana bianca.

I ricercatori sottolineano che anche altre supernove superluminose condividono proprietà simili a quelle osservate per SN 2006gy: si può dunque ipotizzare che i meccanismi fisici sottostanti siano gli stessi. (red)